Il libro di Sabino Zinni ci riconsegna don Tonino Bello nella sua voce più viva e necessaria

In Don Tonino Bello. Uomo del Sud e dei Sud (ERF Edizioni, 82 pagine, € 15,00, ISBN 979-12-549-0038-3), Sabino Zinni compie un gesto insieme semplice e audace: ci restituisce don Tonino attraverso la via più difficile — quella dell’essenzialità.
Non tenta di dire tutto, non ricostruisce ogni snodo biografico, non insegue l’impossibile impresa di circoscrivere un uomo che, pur camminando con passo lieve, ha incendiato la storia con la sua presenza.

Zinni fa l’opposto: tira via, limando con cura, togliendo peso, sfoltendo parole e dettagli che potrebbero velare ciò che davvero conta.
E così, sottraendo, aggiunge.
Nel vuoto apparente che lascia, comincia a emergere il cuore.

Il libretto nasce — lo confessa lui stesso — dall’urgenza di un innamorato. L’urgenza di suscitare ancora desiderio verso un vescovo che è stato, forse ancor prima che pastore, testimone: di umanità, di fede, di speranza, di carità vissuta sulla pelle. Zinni parla poco, ma lascia che sia don Tonino a parlare molto. Intreccia pensieri, ricordi, parole che ancora oggi conservano una forza profetica capace di sorprendere, ferire, guarire.

È un percorso che non ingombra, non opprime: illumina.

Un ritorno alle origini

Per me, rileggere don Tonino significa ogni volta tornare alla linfa delle origini, a quella sostanza viva che ha nutrito la mia crescita umana e spirituale. Una sostanza che spero di non aver tradito — almeno non del tutto — nonostante le “rugosità del reale”, come direbbe la “mia” Simone Weil.

In più di un passaggio, le parole di Sabino — e quelle che lui sceglie per farci riascoltare la voce viva di don Tonino — mi hanno toccato così profondamente da commuovermi.
Fino alle lacrime.

Sarà l’età, forse.
Sarà che di molti degli eventi narrati potrei dire: io c’ero.
Sarà, soprattutto, che quella voce l’ho ascoltata davvero, da vicino. Ed è una voce che non si dimentica.

Oppure sarà che quelle parole, che hanno accompagnato intere generazioni, continuano a vivere, anche in chi le incontra oggi per la prima volta.
Questo è il miracolo di don Tonino: la sua parola non appartiene al passato.
Accade.

Un tentativo pienamente riuscito

Il tentativo di Zinni — affrontato, come ripete più volte, “con timore e tremore” — riesce proprio perché non costruisce un monumento.
Preferisce spalancare una finestra.

E attraverso quella finestra ci arriva don Tonino nella sua verità più disarmante:
l’uomo radicale e mite;
il cristiano essenziale, senza sovrastrutture;
il vescovo che ha scelto il grembiule prima della casula;
il profeta che guardava il futuro negli occhi senza paura di chiamarlo per nome;
il fratello che non si è mai protetto dal dolore degli altri.

E mentre ce lo restituisce, Zinni accende nostalgia.
Ma non una nostalgia che immobilizza: una nostalgia che pungola, sollecita, inquieta.
Una nostalgia che mette in moto.

Forse oggi più che mai.
Forse oggi, più a Sud che mai.

Un libro piccolo, ma necessario

Don Tonino Bello. Uomo del Sud e dei Sud è un libro piccolo, sì.
Ma è uno di quei piccoli libri necessari, che arrivano come un richiamo, come un promemoria dell’anima.

Ci ricorda che i semi lasciati da don Tonino non sono affatto esauriti:
sono lì, nel solco della nostra storia,
e attendono ancora contadini disposti alla cura.

Ci invita a tornare a lui, alla sua parola essenziale, alla sua aria buona.
E — miracolo nei miracoli — ci fa sentire che, ogni volta che torniamo, lui è già lì ad aspettarci.


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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...