
«Care stelle,
care stelle di carta
come si può, quando in cielo prende forte il vento di menzogna,
come si può trovare riparo negli sgraziati versetti dei profeti?»(Forough Farrokhzad)
Poetessa iraniana nata nel 1935 e morta giovanissima nel 1967, Forough Farrokhzad è stata una delle voci più libere e radicali del Novecento persiano. In una società profondamente patriarcale e repressiva ha dato parola al desiderio, al corpo, alla solitudine e alla fede, rompendo tabù linguistici e culturali che sembravano intoccabili. La sua voce, interrotta troppo presto, continua a parlare a chi non accetta il silenzio come destino.
Dialogare con Forough Farrokhzad, mentre una tragedia immane flagella l’Iran e lascia dietro di sé decine di migliaia di vittime innocenti, è un atto di responsabilità.
Caffeinomane:
Forough, oggi si muore per il semplice diritto di restare fedeli a se stessi. Tu hai scritto di non voler essere cielo né stella. Che cosa significa, in questo frangente, restare sulla terra?
Forough:
Significa accettare la fragilità.
Essere stelo, non angelo.
Vivere esposti al vento e al gelo, senza rifugiarsi nell’astrazione.
Chi muore oggi non cerca il martirio: cerca la verità della propria vita.
Caffeinomane:
C’è chi sostiene che la poesia sia inutile davanti alla violenza.
Forough:
La poesia non ferma la morte.
Ma impedisce che il silenzio diventi complice.
Io non ho mai cercato l’eterno: ho cercato l’eco.
Quello che resta sulle pareti delle case, nei ricordi, nei gesti lasciati dai passanti.
Caffeinomane:
Tu hai vissuto sul confine, tra desiderio e dolore. Nel nostro tempo, quel confine sembra diventato un abisso.
Forough:
Ogni tempo ha il suo confine.
Il mio era il corpo femminile che parlava.
Quello dei miei connazionali oggi è il diritto stesso di esistere — e di essere liberi.
Ma il gesto è identico: non separarsi dalla terra, non convertirsi al silenzio.
Caffeinomane:
In una tua poesia chiedi una lampada e una finestra. Perché?
Forough:
Perché chi vive nella notte non chiede miracoli.
Chiede luce quanto basta per vedere.
E una finestra per guardare la vita che insiste nel vicolo.
La libertà comincia così: non nell’abbaglio, ma nello sguardo.
Caffeinomane:
I tuoi versi Crediamo pure all’inizio della stagione fredda furono pubblicati dopo la tua tragica e imprevedibile morte. In questo momento, mentre il tuo Paese sembra attraversare il suo inverno più duro, è ancora possibile credere?
Forough:
È proprio ora che diventa necessario.
Quando tutto invita alla resa, credere è un atto di resistenza.
Ai fratelli iraniani direi di non cercare il cielo,
ma di restare sulla terra, con i piedi feriti e lo sguardo aperto.
Nessun inverno è eterno,
se qualcuno continua a custodire una lampada.
























