
Luca Badalupi fa mistero d’ogni cosa e si compiace sempre di sé. Ma una volta, ponendosi davanti allo specchio, s’accorse quanto poco audace risultava la sua esile figura riflessa e, ad alta voce si chiese:- Ma chi è quel tizio che sta lì impalato come una stanca, spazientita cariatide?
Non solo mistero, il suo, ma principalmente uno smoderato modo di concepire le stranezze da lui stesso evidenziate.
Un comportamento unidirezionale verso un mondo sopraffatto da misteri appunto. Dopotutto non si poteva eleggere la sua mancata lungimiranza a giudice delle proprie azioni, visto la persistente incomprensione di coloro i quali, in qualche modo, avevano interagito con lui.
La Xylella fastidiosa è un batterio da quarantena e uccide le piante tappando i suoi vasi linfatici.
Il suo vettore è la sputacchina, Philaenus spumarius, insettino che succhia la linfa e la porta da pianta a pianta.
Si manifesta con le prime foglie secche a partire dall’alto, dalla cima. Le foglie le rende come bruciate: disseccamento di rami interi, poi la pianta muore in 1-3 anni. Sull’olivo è la sindrome del disseccamento rapido.
In Italia è arrivata in Puglia nel 2013 da Costa Rica e ha ucciso 21 milioni di olivi. Tre sottospecie: pauca ST53 sugli olivi in Salento, multiplex in Toscana, in Corsica su mandorlo e piante ornamentali. È stata scoperta la prima volta in Sicilia, la Xylella fastidiosa.
È stata una lotta inutile combatterla: solo eradicazione, contenimento, espianti obbligatori nel raggio di 50m dal focolaio, e lotta al vettore con trinciature ad aprile-maggio prima che diventi adulto e voli.
Non contagia l’uomo e gli animali.
Ora, questo micidiale batterio ha, come zona di contenimento, il fronte a nord di Brindisi/Bari. Fin’ora, non ha rivale alcuno che lo debelli.
La cura dell’ulivo non è un lavoro. È filosofia del tempo.
Non lo curi per te l’ulivo. Lo curi per chi verrà dopo di te, sapendo che lui c’era già prima di te. È l’unica pianta che ti umilia: tu scompari, mentre lui rimane.
L’ulivo non ha fretta. Sei tu che devi disimparare la fretta. Lavori su un tempo che non è il tuo: è tempo geologico.
Non c’è niente di gentile intorno all’ulivo: solo pietra, vento, è siccità. Lo zappi sotto un sole che ti spacca la nuca, raccogli a mano il frutto quando le dita sono gelate a novembre, porti via i rami tagliati che ti graffiano le braccia… L’ulivo non ti ringrazia: ti dà olio per la tua mensa. Te lo dà solo se lo ferisci al punto giusto, solo se gli togli la parte superflua, con la potatura. Più lo vizî, meno produce. Esso ti insegna che la generosità nasce dalla sottrazione, non dall’abbondanza.
L’ulivo malato non guarisce in una stagione: Xylella, rogna, mosca, occhio di pavone, non le combatti del tutto, le riduci appena.
L’uomo pianta in fretta, costruisce in fretta, ama in fretta.
L’ulivo ti insegna l’unica cosa che non sappiamo e non possiamo fare: la pazienza di restare.
Tu non lo possiedi l’ulivo. Sei solo l’uomo di turno, il semplice custode per qualche decennio. Custode che avrà avuto il privilegio, l’alto onore di togliere i polloni dalla sua base e accudirlo, in cambio di un prezioso fluido d’oro per la mensa e per un lumino che resti acceso al cimitero…
Gennaro ha 64 anni, ma la carta d’identità ne dice 58. Il lavorare la terra ne aggiunge…
Ha una faccia di chi sta sempre controvento. Non è rugosa, è spaccata. La pelle è di color corteccia di olivo vecchio, giallo-marrone.
Il cranio è largo, basso, quadrato e le orecchie sono grandi, rosse, a sventola, bruciate dal sole anche a gennaio. Naso importante, storto, rotto da ragazzo da un secco ramo di mandorlo.
Gli occhi piccoli, infossati sotto arcate sopracciliari enormi, sono di color nocciola spento.
La bocca quasi senza labbra, serrata, con denti gialli, due mancanti sotto, baffetti bianchi tagliati male, mento forte, con fossetta.
Le mani che non sono mani, sono radici nodose, con artrosi, unghie spesse come corteccia, pollice destro storto dal roncolo.
L’uliveto di Gennaro, nell’agro di Pozzo Miele è di 1,2 ettari, 73 piante di Ogliarola e Coratina, piantate dal suo avo molto tempo prima. Pozzo di Miele si trova precisamente nella zona di Carovigno che, a sua volta, è compresa nella “Piana degli ulivi monumentali”.
L’agro è sotto il cielo, senza rete e
senza irrigazione. Sotto il cielo vuol dire in balìa dello stesso e delle sue imprevedibili manifestazioni metereologiche.
L’uliveto confina con quello di Luca, a sud, separato solo da un muretto a secco basso, 40 cm, invaso da spinose, verdi, carnose pale di fichi d’india.
La paura di Gennaro non è generica: è precisa, fisica, costante, assillante, quasi paranoica.
Ogni mattina va a guardare le punte, non i tronchi, le punte delle foglie e se nota una foglia con l’apice giallo che poi diventa secco, come bruciato, gli si chiude lo stomaco. Perché sa che è così che inizia a manifestarsi la Xylella fastidiosa pauca ST53.
Egli ha paura che il suo confinante Luca non faccia le trinciature ad aprile per la sputacchina. Ha paura che Luca dica “tanto che me ne frega” e lasci l’erba alta dove l’insetto fa la schiuma. Ha paura che Luca veda un ramo secco e non chiami nessuno, per timore che gli vengano a espiantare tutto nel raggio di 50 metri, e quindi, una parte del suo oliveto.
Ha paura del vento di scirocco, perché porta l’insetto. Ha paura dei potatori che vanno da un campo all’altro senza disinfettare le forbici.
È tutta una paura Gennaro e non dorme bene da quando, nel 2023, hanno trovato un focolaio a 12 km da lui. Da allora si alza alle 5, prende il caffè e, prima d’infilarsi le scarpe, pensa alle cime dei suoi ulivi se sono ancora verdi sotto il cielo.
Perché un uliveto sotto il cielo è bello, florido finché il cielo ti resta amico. Quando il cielo porta la sputacchina, il confine con l’adiacente non è più un semplice confine, ma un sicuro contagio.
Era già sera tardi e Luca se ne stava per andare a letto, quando qualcuno stava bussando alla porta. Erano le 22 passate e non certo un’ora per far visita. L’uomo era rimasto sorpreso e contrariato da quella situazione, ma decisamente curioso a rendersi conto di chi poteva essere a quell’ora l’importuno. Si avvicinò all’uscio e, con voce bassa, non voleva svegliare la moglie già tra le braccia dell’incoscenza, dormiva, chiese:- Chi è? L’altro rispose:- Sono Gennaro e ho bisogno di parlarti, una breve pausa e poi:- Mi fai entrare?- si udì lo scatto del chiavistello e la porta si aprì, mettendo faccia a faccia i due confinanti gli uliveti di Pozzo di Miele. Luca si fece da parte facendo entrare, a suo malincuore, Gennaro indicandogli una poltrona dove sedersi. Questi accettò e, come un macigno che si stacca da un costone e cade nel lago sottostante, con un tonfo sordo, a piene chiappe, sprofondava nel consunto velluto dell’usurato mobile.
Luca era rimasto in piedi di fronte a Gennaro il quale sembrava fosse caduto in trance, tanto era assorto a guardare fisso nel vuoto del suo “Io”. Intanto Luca gli chiedeva il perché di quella tardi, insolita visita:- Ora, Gennaro spiegami con calma cos’è successo di grave per essere venuto qui a quest’ora-, gli chiede.
Gennaro che sta tremando le sue paure guarda Renzo come se lo vedesse per la prima volta. Non apre per una risposta, anzi il suo mutismo fa inalberare Renzo che si riscalda come un ferro da stiro alla vista delle prime grinze su una camicia.
Renzo alza di tono e, quasi aggredendolo, gli fa:- Beh, è allora…! Vuoi dirmi ché ci sei venuto a fare e il perché di questa tua apparizione in casa mia? Altrimenti alza i tacchi e vattene di dove sei venuto.
A questo tono Gennaro aveva tirato un gran respiro e con voce fioca, dimessa, quasi atona disse:- Questo pomeriggio mi sono recato al fondo e ho messo piede nel tuo uliveto, notando che è già arrivata…e l’altro, molto adirato:- Arrivato chi, che cosa? per la miseria! Ti vuoi spiegare bene?
Gennaro non muoveva labbra e se ne stava seduto sulla poltrona guardando nel vuoto della propria esistenza, sì aveva perso cognizioni amletiche sul suo essere o non essere: non ci stava più con la testa. Fu a quel punto che Renzo gli disse d’alzarsi e, indicandogli la porta, gli pregò di andar via, cosa che l’altro, come un automa, si alzò e uscì. Fu inghiottito dal buio della notte, Gennaro, insieme al suo pauroso, codardo problema: quello che la Xylella fastidiosa gli aveva creasto.
La voce alta di Francavilla aveva svegliato sua moglie la quale, ancora insonnolita, era entrata nel tinello dove, poco prima, suo marito si era alterato con Gennaro.
Lui le spiegò l’accaduto e le disse pure che l’indomani lo avrebbe sicuramente incontrato in campagna e che gli avrebbe parlato con toni diversi, magari chiedendogli scusa della sera prima.
Fu così che il giorno dopo, di buon’ora i due s’incontrarono e, dopo essersi salutati si misero a parlare della Xylella fastidiosa e delle problematiche senza fine che stava creando a livello regionale… e non solo.
Dalla parte di Gennaro nessun accenno alla sera prima tanto che Luca evitò di parlarne apertamente con lui, limitandosi a chiedergli della sua salute e dal quale, come risposta ricevette un alzata di spalla.
Ma data la sua scarsissima introspezione, quel gesto di Francavilla risultò essere un libro da leggere con attenzione e altrettanta circospezione per non restare, alla fine, contagiato da una Xylella concettualmente perniciosa.
Mentre i due erano sul tratturo, seduti sullo scomodo, basso muretto a secco, ecco che si presentava Carlino, un altro proprietario terriero poco distante dai due. Carlino è conosciuto come “il filosofo della Natura” per la sua predisposizione alla retorica e agli argomenti di sintesi di cui egli dispone nel suo vocabolario vocazione. È uno che vede il mondo attraverso una lente tutta sua: il suo sguardo da stoico, tutto sommato, pure sulla Xylella fastidiosa, aveva sviluppato la sua personale filosofia.
Carlino Lanardi saluta i due e attende di capire di cosa stavano parlando per potersi inserire, come terzo attore.
Luca, dopo aver risposto al saluto di Carlino, gli disse dell’argomento che stava discutendo con Gennaro e poi gli chiese notizie personali inerenti la Xylella fastidiosa e quanto questa si era diffusa nel suo fondo.
-Ci sono tre uliveti, due adiacenti di Luca Francavilla e di Gennaro Badalupi e uno di Carlino Lanardi, il mio- disse e continuò:-stessa terra rossa, stesse pietre a secco, ma tutti e tre malati.
Gli alberi muoiono di sete, in piedi, con le radici nell’acqua.
Gennaro va ogni mattina in campagna. Si siede su un muretto, guarda i tronchi cavi, contorti, che ora sembrano sculture, dice:-Mi stanno togliendo il lavoro. E ha ragione, ma non è solo lavoro.
Il secondo uliveto è di Luca e non produce più abbastanza olio da 2 anni.
Il terzo uliveto è il mio e ogni giorno lo vedo sfiorire, soffrire al punto tale che faccio a meno di dar colpa a chicchesia.
Luca e Gennaro ascoltano in silenzio e con interesse la disamina di Carlino, pendendo dalle sue labbra per la conclusione del suo punto di vista.
Carlino prosegue:- La verità è che l’ulivo è longevo ma non eterno.
Siamo noi che abbiamo confuso longevità con eternità. Un ulivo di 400 anni o1000 anni e più… ci ha fatto credere di essere immobili. È solo moltissimo tempo per noi umani, per la natura, invece, è un battito di ciglia. Seneca diceva:- Non è che abbiamo poco tempo, è che ne perdiamo molto. Sì, molto tempo consumiamo inutilmente.
L’ulivo non ci appartiene: siamo noi che apparteniamo, per un lasso di tempo, ad esso. La Xylella non è un’ingiustizia, ma un evento biologico. È un batterio portato da una sputacchina, Philaenus spumarius, un insetto di 5 millimetri, che viaggia con il commercio globale, con il clima che cambia, con l’uomo che sposta le piante da un Continente all’altro: sono questi i casi in cui la malattia si trasmette.
La natura non è buona e né cattiva, ma è solo indifferente. Questa indifferenza, all’inizio, fa male, ma poi libera.
Qui sta l’inganno del frainteso stoicismo. Gli stoici non dicevano “rassegnati”, dicevano:- Distingui ciò che dipende da te da ciò che non lo è.
A quel linguaggio aulico i due si erano quasi estasiati: erano certamente in balìa di una sudditanza alla mente altrui, di Carlino, il quale proseguiva sul proprio punto di vista sul tema Xylella fastidiosa.
-Non dipende da noi che il batterio sia arrivato a causare il danno; che l’ulivo secolare sia morto; che il paesaggio della nostra infanzia non è più lo stesso, ma dipende da noi ciò che faremo col vuoto che rimarrà.
Marco Aurelio, che aveva perso figli e un impero a causa la peste, scriveva: “Accetta ciò che la trama del destino tesse per te. Amor fati”. Amare il destino non vuol dire che ti piace. Vuol dire che smetti di litigare con ciò che è già accaduto. Litigare con la realtà è come potare un albero già secco sperando che torni verde domani.
Si può concepire che la morte di un uliveto sia anche una forma di nuova vita… perché no?
”
Della materia: “Tutto si trasforma e nulla si distrugge”.
Un uliveto colpito da Xylella non diventa deserto. Diventa altro. Se lo abbandoni, diventa macchia, tornano orchidee selvatiche, insetti, il suolo si riposa. Se lo curi, potrà diventare un nuovo uliveto, diverso, più basso, più vario, con mandorli, fichi, Leccino. La natura non fa vuoti, fa rinnovi… Guardando lo scempio causato dalla Xylella invece di dire:- Perché a me?, si dice:-È successo- e in quel “è successo”, c’è tutta la filosofia del caso.
Non abbiamo perso gli ulivi perché la Natura è crudele. Li abbiamo persi perché la Natura è viva, e ciò che è vivo si muove, muta, porta batteri e insetti, secca e rinasce.
Il nostro dolore non è per l’albero, ma è per l’idea che avevamo di noi stessi: immutabili, sotto un albero immutabile.
Capacitarsi non è arrendersi, è dire:-Il corso è questo, però io non mi fermo, resto dentro, nel corso.
Per sessant’anni quell’albero ha detto all’uomo chi era: figlio di, padre di, padrone di un pezzo di terra…
Quando l’albero se ne sarà andato, uno non saprà più dove poter affiancare il suo nome, questo è vero.
Ma è proprio lì che l’uomo capisce la differenza. Lui aspettava che la natura tornasse indietro, ma ha capito che la natura non torna indietro, va avanti, anche senza di lui.
Per un anno si era creduto che la malattia fosse un errore. Un ritardo o una cosa che andava curato e che poi tutto sarebbe tornato come prima. Poi si è capito la filosofia vera, quella che non sta sui libri.
La natura non è un giardino curato dal giardiniere, ma dal cielo. La natura è un campo che non ha padrone, anche se in molti si fanno malettamente guerra per spatroneggiare su tutto. Noi, per anni, abbiamo avuto in prestito un equilibrio per rispettarlo. Poi l’equilibrio, per il nostro acceso egoismo si è rotto, come si rompono tutti gli instabili, fantasiosi equilibri. Tutto questi accadono e non per punirci, ma perché si rompono ed è sempre la Natura a metterci cerotti sulle ferite, ma fino a quando?
Lo stoico Epitteto diceva:- Non cercare che le cose accadano come vuoi tu, ma accetta le cose come accadono, e la tua vita scorrerà serena.
Quando uno si affaccia al suo podere, dove una volta c’era l’uliveto mentre ora solo qualche tronco bruciato dalla Xylella fastidiosa, noterà bene lo sfacelo. Ma nel passargli accanto ci metta pure una mano sulla corteccia morta, calda di sole, anche se non è più la pianta d’una volta e lo accarezzi. Sì, lo accarezzi! Il gesto gli riporterà il ricordo del suo vecchio, rigoglioso ulivo e, attraverso il ricordo, avrà capito, il peso dell’ombra rimasta…forse di più dell’olivo stesso.
È così. Sulla strada del nostro cammino ci sono due modi di capacitarsi, poiché il corso della natura è quello che è e non quello che noi vorremmo fosse.
Uno impara così a stare nell’assenza, come pure apprendere come stare nella ricrescita.
Nessuno avrà potuto salvare l’uliveto di prima, perché l’uliveto di prima non era stato possibile salvarlo: si poteva solo accompagnare, come un proprio caro estinto, verso una dignitosa sepoltura.
Carlino guarda Luca e Gennaro rimasti ammutoliti, ma sereni e attenti: forse pure convinti del suo lungo sermone, chissà?
Intanto si era preparato a salutarli mettendo loro una mano sulla spalla in segno di buon vicinato e li aveva lasciati soli sul tratturo, tra gli uliveti, non ancora boccheggianti.
“L’ulivo, che soffre ma bea/da ciò ch’è più duro, ciò crea/che scorre più molle. (Giovanni Pascoli)
Margherita di Savoia 27/09/2026
Questa novella è parte della raccolta, mai pubblicata: “Non sperando il meglio”


























