
Su una panchina affacciata sul mare, un incontro impossibile diventa un dialogo sul tempo, sulle idee, sulla poesia e sulla fragile saggezza degli uomini
Ero seduto su una panca, posta sulla promenade a mare di Margherita di Savoia, fantasticando sulla bella giornata autunnale, tra lo scroscio delle onde adriatiche, il vento frizzante delle saline e il rumoroso, frenetico svolazzare dei gabbiani nel cielo di smeraldo.
I miei pensieri erano come nuvole sciolte, a pecorelle smarrite, tra le quali un rapace sfrecciava da pastore assoluto.
Mentre fantasticavo l’impossibile, ecco presentarsi la possibilità personalizzata: un saggio d’altri tempi…
«Oh, ben arrivato, Omar, buongiorno. Non ti avevo visto arrivare. Sono seduto su questa panchina dalle 8,10 di stamattina e ti stavo aspettando.»
«Buongiorno a te, Salvatore. Scusami per il ritardo, ma ho incontrato un conoscente che non vedevo da diverso tempo e mi sono fermato con lui per parlare di vecchie reminiscenze che, ancor oggi, a rimembrare, mi rendono sì struggente.»
La panchina volgeva la spalliera al mare e al promontorio del Gargano. Io mi ero alzato col mio scarso metro e sessanta e mi ero appoggiato all’immancabile deambulatore. Mi ero messo in piedi per salutare con rispetto il vecchio amico Omar e invitarlo a sedersi accanto a me.
Stavo con un taccuino vuoto e una penna in mano a Margherita di Savoia, in un giorno d’estate. A quell’ora del mattino, il caldo si era fatto già prepotente, anche all’ombra di un albero del rosario: albero così chiamato per via delle sue bacche che, una volta secche, venivano adoperate per imbastire rosari, appunto.
Omar si era seduto al mio fianco, volgendo lo sguardo al taccuino e alla mia biro, e mi chiese: «Stai scrivendo rime o cos’altro?»
Io, a fior di labbra, accennai un mezzo sorriso e gli risposi: «No, sto cercando di scrivere una storia…»
«Ah…», annuì Omar. «Le storie sono più difficili delle rime: le rime finiscono e…», aggiunse con enfasi, «le storie no, non finiscono mai…»
«Scrivi di quella volta che ci siamo incontrati, sempre qui a Margherita di Savoia, quando io mi sono presentato col mio nome: “Omar Khayyam di Nishapur”, e tu ti mettesti a ridere pensando a uno scherzo e rispondesti: “Sì, e io sono Dante Alighieri”.»
«Sì, mi ricordo. Tu stavi mangiando una pesca e ne staccasti un pezzo e, ridendo, me lo porgesti. Poi chiedesti di me e ti dissi che mi trovavo in una R.S.A., dopo essere stato colpito da un ictus. Ora faccio il guardiano, non autorizzato, di questo bel giardino sulla spiaggia.»
«Sei il guardiano del giardino?», mi chiedesti. «Allora fai il mio stesso mestiere! Io guardo le stelle e tu il giardino. Un giardiniere cerca di rendere eterno il giardino; io credevo di rendere eterno il tempo. Ho fatto un calendario che sbaglia di un giorno ogni cinquemila anni. Il giardiniere, invece, taglia una siepe che sbaglia di un giorno ogni settimana, perché ricresce storta: chi dei due è più saggio?»
«Io», gli risposi. «Lui, il giardiniere, avrà qualcosa da fare domani.»
Omar sorrise: il primo sorriso vero.
«Esatto», disse. «Io, dopo aver finito il calendario, non avevo più niente da fare e il Sultano mi disse: “Bravo, Omar, ora il tempo è a posto”. E io pensai: “E adesso? Se il tempo è a posto, io a cosa servo?”. Fu lì che cominciai a bere.»
Io, che molte volte avevo letto le sue quartine sul vino, gli chiesi: «Dimmi, Omar, ma le belle, realistiche “Quartine” che ci hai regalato, quando e perché le hai scritte? In me hanno lasciato un segno indelebile di ripresa, d’incoraggiamento a proseguire sulla buona strada intrapresa.»
A quel punto Omar mi chiese il quaderno che avevo in mano e glielo diedi. Prese la mia penna e scrisse quattro righe in fretta, come se avesse paura di dimenticare le parole. Con una calligrafia tremante scrisse:
«Ho misurato il cielo sopra Isfahan,
ho dato al tempo un cerchio più perfetto.
Poi mi sono seduto sul prato
e ho capito che basta un giorno ben fatto…»
«Non è bella», disse, restituendomi il taccuino. «Le belle le ho scritte da giovane, quando volevo fare colpo. Però questa è vera.»
Allora gli chiesi: «Perché sei venuto in Italia e poi a Margherita di Savoia?»
«Perché voi italiani avete capito una cosa che a Isfahan non capivamo. Voi non chiamate l’infinito “infinito”. Lo chiamate Via Tal dei Tali. Gli date un nome di strada, per cui lo rendete finito, con solo due panchine, qualche palma, qualche albero del rosario e due vecchi che si siedono all’ombra.»
«Uno solo, per ora. Io», gli dissi.
«Due, prego. Conto anche me», disse Omar e contò… «Uno più uno non fa infinito, ma compagnia. Ed è l’unico miracolo che non sono mai riuscito a calcolare.»
E continuò: «Non è prudenza quella di mettere inquilini dentro la nostra testa. Questi non pagano affitto e votano contro ogni nostra idea.
L’idea non muore perché è cattiva: muore perché la facciamo giudicare prima di farla nascere.
Aspettare di mettere in pratica l’idea pensando di perfezionarla è come metterla in un congelatore.
La perfezione non è il contrario del brutto, ma il contrario dell’opera fatta. Un terreno ben curato, perfetto, esiste solo in memoria finché non gli togli la gramigna.
Da bambini ci hanno insegnato che “se si aspetta il via libera, si è al sicuro”. Da adulti si aspetta ancora che qualcuno ci autorizzi a sognare e poi ci dica: “Ora puoi…?”
Ma nessuno ci darà mai il permesso di avere un’idea nostra. Perché la propria idea rompe il turno, scompiglia la fila…
L’idea si scongela solo tirandola fuori dal freezer. Non scongelandola brutalmente, ma piano piano, con dolci temperature e, una volta scongelata, si potrà plasmarla come si vuole.
Certamente le idee non muoiono di freddo, ma perché le teniamo troppo al fresco con la scusa di non farle andare a male. Invece devono marcire un po’, per terra, per diventare concime per altre nuove idee.»
A quel punto Omar mi prese dalle mani il notes e la biro e scrisse.
Dopo aver scritto, mi restituì la biro e il notes, sul quale lessi in versi [ruba’i, quartine]:
«Amico che mi parli delle idee d’autunno,
Che le vuoi scongelar come pane duro, ascolta!
Non si scongelano le idee col fuoco,
Ché il fuoco le brucia, e resta solo fumo.
Non col sole di luglio, troppo presto,
Che le fa marcir prima di fiorire.
L’idea è come il vino nella giara d’inverno,
Diventa ghiaccio, sembra morta e invece dorme.
Lasciala nella cantina buia,
dove tieni il nostro vino di Shiraz.
Poi viene un giorno, senza che tu lo voglia,
Un bicchiere versato e un profumo di pepe nero,
A te di Margherita di Savoia, farà passar la sete:
Sarà l’idea diventata lacrima da bere.
Non scongelarla l’idea, attendi.
L’idea non vuole mani frettolose,
Vuole la pazienza del bevitore:
Sa che il tempo è saggio e per questo aspetta.
Sii lieto, amico, e bevi. Il pensiero ti verrà quando avrà sete anche lui.»
Aveva firmato: «Omar Khayyàm, per l’amico Salvatore».
Dopo aver letto le quartine, mi girai verso Omar e gli chiesi: «Omar, cosa ne pensi della caduta dei Pahlavi e della guerra contro l’America e Israele?»
Lui piegò le labbra in segno di diniego, in una forma che tanto assomigliava a una smorfia, e mi disse: «Visto che a te piace la poesia, ti risponderò in quartine sui Pahlavi e sulla guerra:
«Il pavone d’oro è caduto dal trono di Teheran,
Non per mano di rustico, ma per vento del suo van.
Chiedeva all’Occidente specchi e al deserto oblio
E il deserto non perdona chi rinnega il suo pan.
Dicono: “Colpiremo Fordow in nome del Signore!”
Dicono: “Colpiremo Tel Aviv in nome del Signore!”
Khayyam ride, versa il vino rosso di Nishapur:
“Quanti Signori avete? Il mio non chiede more.”
Dalla guerra dei dodici giorni al fumo di Hormuz,
Contano i morti, contano i dollari, contano i fuz.
Tu, Salvatore, non contare. Siedi.
Il mondo passa: resta solo la gioia di un sorso di vino.
Cadde il pavone dei Pahlavi come vetro al vento,
Venne il turbante e disse: “Io resto, per sempre, attento”.
Oggi su Isfahan tuona il ferro d’America e d’Israele.
Versa da bere, Salvatore: Re e Sultani sono polvere, solo il vino conta.»
Omar, a fatica, si era alzato: ora si appoggiava al suo bastone.
«Devo andare», mi disse.
«Dove?», gli chiesi.
«Torno a casa a studiare il cielo, visto che dell’uomo non ho capito nulla.»
Poi continuò: «Voglio che mi seppelliscano nella mia Terra… Lo faranno tra non molto…
Verrò seppellito in un giardino dove cadono i fiori di pesco. Se aspetto qui, tra un po’ cadranno anche le bacche del rosario. È lo stesso.»
Omar fece tre passi sul vialetto. Poi si girò per pregarmi di non scrivere di lui come di un grande poeta e mi disse: «Scrivi che sono venuto a Margherita di Savoia e ho trovato una panca libera e un amico. Per uno come me, che ha passato la vita a cercare posto nel cielo, è abbastanza.»
Poi, d’un tratto, sparì dietro il tronco più grosso d’un rosario…
Non è una metafora, questa. Guardai giù un secondo per chiudere il quaderno, rialzai la testa e non c’era più. Solo la pesca, mezza mangiata, lasciata allora sulla panca.
La lasciai lì, pensando che, se qualcuno l’avesse trovata, avrebbe potuto pensare alla distrazione di qualche bambino.
Io, invece, ho ancora il quaderno con le quattro ruba’i di Omar, dove ho pensato di scrivere due mie quartine sullo stile del mio caro amico persiano.
«Versa il vino, ché l’alba è un breve
inganno,
Su questa terra di fallaci intese
Il saggio e il santo parlano dell’altro anno,
Ma solo il rosso sa cosa accadrà…
Bevi, che la vita è polvere e vento,
E il tuo nome e il mio saran dimenticati.
Meglio un sorso ora, al momento,
Che mille paradisi immaginati.»
Margherita di Savoia, 11/10/2026



























