«Per il contributo fornito alla restaurazione della dimensione etica del dibattito economico e sociale, combinando gli strumenti economici e filosofici»

(Accademia Reale delle Scienze di Stoccolma, motivazione del Nobel per l’Economia conferito ad Amartya Sen, 1998)

«La sua è un’etica laica, antropocentrica, liberale, equalizzante, ma non egualitarista, applicabile ai piccoli gruppi sociali, come alle nazioni e al mondo intero. È l’affermazione straordinaria che l’economia è per l’uomo e non l’uomo l’attore di un copione che l’economia ha scritto per lui (o comunque che pochi hanno scritto per molti nell’interesse di pochi)»

(da Etica ed economia nel pensiero di Amartya Sen, in RIVISTA, gennaio 2008)

In questi giorni di proteste di massa, che vedono uniti studenti, camionisti, agricoltori e tutte le persone di buona volontà che stanno esprimendo il loro disagio un po’ in tutta Europa, in cui atti di violenza hanno preso corpo, senza però fare ombra alla spontaneità pacifica della grandissima parte dei manifestanti, mi sono chiesta perché chi ci governa continui a straparlare di “legge e ordine” piuttosto che domandarsi da cosa deriva questo malcontento diffuso e prendere gli opportuni provvedimenti-tampone, prima, e strutturali, poi.

E siccome ogni tanto do sfogo alla mia fissazione per le date in cui cadono i compleanni di personaggi famosi, mi è venuto in mente che oggi, 3 novembre, un grande del pensiero economico compie 93 anni (che Dio lo conservi a lungo!).

Si tratta del professor Amartya Sen, indiano, economista dal pensiero brillante e decisamente attuale, ma anche filosofo e sociologo raffinato, vincitore del Nobel nel 1998.

Non starò qui a elencare i cardini della sua teoria la cui profondità e saggezza scavalca quella di molti economisti che prima e dopo di lui hanno vinto lo stesso prestigioso premio, senza lasciare traccia se non in elucubrazioni neo-liberiste che hanno portato il capitalismo allo stato attuale di coma severo.

Non starò a ricordare come Sen abbia scardinato, con semplici ragionamenti, concetti quali il benessere di stampo paretiano, o la bufala dell’egoismo quale solo movente della condotta degli individui, attribuito troppo frettolosamente, da certa, letteratura economica, ad Adam Smith che invece ha detto molto altro.

Né ricorderò come per Sen non è inevitabile il movente della massimizzazione del benessere individuale quale determinato solo dai consumi (confutando, così, uno dei fondamenti del turbo capitalismo, il consumismo) in quanto il comportamento umano può generarlo anche in relazione a finalità di carattere sociale (sto bene se agisco a favore della mia comunità o del gruppo cui appartengo).

Piuttosto, voglio fare riferimento al suo breve saggio, pubblicato in Italia nel 1999 da Laterza dall’emblematico titolo La libertà individuale come impegno sociale.

In questo testo, Sen parla della libertà quale fondamento di società in cui gli individui hanno quella di autodeterminarsi e autorealizzarsi.  E questo può accadere in società veramente liberaldemocratiche, e non nei vuoti simulacri in cui siamo sprofondati.

Ed è ovvio che la prima libertà degli individui è quella dal “bisogno”.

E a questo proposito Sen affronta il tema della carestia.  Egli stesso ne ha vissuta una in Bengala, nel 1943, all’epoca, come tutta l’India, colonia inglese,  con un numero di morti stimati attorno ai tre milioni, su circa sessanta che l’abitavano, morti che gli storici meno convenzionali (mi viene in mente il prof. Franco Cardini) attribuiscono a condotte omissive del governo e in particolare dell’allora primo ministro Winston Churchill.

Ebbene, il Professore indiano che si dice convinto che nessuna carestia dipende da scarsità di generi alimentari, ma solo da politiche economiche fallaci, riflette che “non deve sorprendere che una politica di integrazione dei redditi (ad esempio offrendo impiego pubblico o pagando un salario alle persone indigenti in cerca di lavoro) possa costituire uno dei modi più efficaci di prevenire le carestie”.

Più in là aggiunge: “Nella terribile storia delle carestie mondiali è difficile trovare un caso in cui si sia verificata una carestia in un Paese che avesse una stampa libera e un’opposizione attiva entro un quadro istituzionale democratico.  Se vale questa analisi, allora, le diverse libertà politiche presenti in uno stato democratico,  tra cui elezioni regolari,  liberi  giornali e libertà di parola (senza veti o censure da parte del governo) devono essere viste come la vera forza motrice della eliminazione delle carestie”.

I due passi riportati sono illuminanti perché ci costringono a riflettere.

In un Paese veramente libero i problemi più gravi si discutono, anche attraverso la partecipazione di intellettuali, esperti, associazioni, sindacati, gente comune, e si risolvono trovando le risorse che esistono sempre. E la soluzione spetta alla politica. Che invece ha sottratto le risorse al benessere collettivo usandole criminosamente per finanziare guerre altrui.

Questo perché oggi non possiamo più parlare di democrazia, ma solo di postdemocrazia, poiché la libera stampa per un motivo o per un altro (mi viene in mente anche l’autocensura praticata dai media mainstream) non fa più il suo lavoro di cane da guardia del potere, non presidia più l’interesse pubblico all’informazione per evitare asimmetrie, ma si limita a fare da supporto alle scelte scellerate di mandare a picco il welfare a vantaggio del “warfare”, tanto quei  giornalisti sono essi stessi una casta che attinge alla ricchezza pubblica per farne privilegio privato.

I media, (non tutti per fortuna), in queste postdemocrazie, hanno elaborato una narrazione virtuale, pilotata da chi comanda veramente per veicolare la ricchezza verso le élite, a discapito dei popoli, accontentandosi di banchettare con le briciole, comunque negate alla maggioranza delle persone comuni. Che però, a un certo punto, hanno cominciato a capire e a demistificare la “realtà” che veniva raccontata.

E di fronte ad un innegabile disagio economico, che peraltro si è venuto enormemente diffondendo,   hanno dato la stura   al proprio malcontento.

E la politica, intesa come governo, (e non solo in Italia) che fa  invece di comprendere e risolvere?  Scatena reazioni spropositate (anche sotto un profilo normativo), spesso violente, come fanno le peggiori autocrazie.

A volte sembra di essere precipitati in una fenditura spazio-tempo. Senza avere la possibilità di tornare indietro.


FonteImmagine generata con AI
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Nata a Corato, cresciuta a Ruvo di Puglia, mi sono laureata all’Università degli studi di Bari e ho insegnato per 38 anni scolastici tra le province di Milano e di Bari Diritto ed Economia Politica. Mi piacciono i libri, non da bibliofila, ma da lettrice, il cinema e la musica (Prince su tutti) e coltivo queste mie passioni costantemente. Amo la buona compagnia, ma anche un’operosa solitudine. Credo nei valori della libertà, dell’uguaglianza, del rispetto di tutte le persone e di tutte le opinioni. Detesto gli integralismi di ogni forma.

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