A scuola di umanità

Nei giorni scorsi presso l’IC “Lanfranco” di Gabicce, ho partecipato come formatore ad un progetto Erasmus con un gruppo di insegnanti di scuola primaria di Osmaniye, città della Turchia centro-meridionale di circa 250.000 abitanti.

Mi ha particolarmente colpito il fatto che, esattamente come da noi, la comunicazione con gli studenti e le famiglie è stata trasformata e stravolta dall’uso dei cellulari, delle chat e simili.

Ormai è normale, incontrando una classe di studenti di scuola media o superiore, vedere alunni e professori che impugnano il cellulare e comunicano contemporaneamente con le persone intorno a loro e con destinatari sul web o nelle chat.

Siamo di fronte ad una dimensione della comunicazione totalmente diversa da quella vissuta fino a pochi anni fa e assistiamo alla distorsione della comunicazione interpersonale.

Vorrei condividere alcune riflessioni in proposito.

  • In classe i cellulari non possono e non devono essere presenti perché sono basati sul principio della “stickiness”, cioè “appiccicarsi”: ogni momento di pausa, di stasi, di noia, di frustrazione immediatamente porta inevitabilmente ad “appiccicarsi” al cellulare. Non è ammessa pausa, noia, non è ammessa la riflessione. Per l’insegnante diventa impossibile concentrare l’attenzione degli studenti sulla lezione.
  • Il cellulare parla, descrive, racconta a tal punto che l’utente perde la distinzione fra sé e il flusso di contenuti del cellulare: potremmo dire che il soggetto umano è “pensato” dal cellulare.
  • John Dewey stabilì il paradigma della scuola democratica in questi termini: la scuola non deve seguire alcun criterio se non l’adeguamento alla realtà della società. Se applicassimo questo criterio oggi, dovremmo adeguare la scuola ad una realtà fuori controllo dominata dai tecno-plutocrati del web. Dobbiamo invece chiarire che la scuola oggi deve avere una funzione “conservatrice”, deve essere il luogo in cui si vive, si conserva e si valorizza la condizione umana nella sua socialità. Questa condizione ha prima di tutto dei connotati spazio-temporali, che sono l’opposto del virtuale, sono il qui ed ora, con la necessaria implicazione della presenza fisica e della simultaneità.
  • L’esperienza del qui ed ora è fondamentale per evitare che ad essa si sostituisca il virtuale, l’opposto dell’esperienza sensoriale, che è imprescindibile negli anni dell’infanzia. L’esperienza del qui ed ora, l’esperienza dei sensi, della compresenza di un io e di un tu, l’esperienza di un “noi” insieme è più importante della proiezione nel mondo virtuale. La scuola è chiamata dunque ad un’azione conservatrice, un’azione di recupero, che va nella direzione opposta di quegli istituti, talvolta di scuola primaria, che credono di brillare perché introducono precocemente e senza precauzioni l’IA e tutte le “meraviglie” della tecnologia.
  • Dobbiamo metterci d’accordo su un punto: lo schema di Piaget, il passaggio dal pensiero operativo concreto a quello formale è ancora valido?
  • Usando un qualunque cellulare uno studente può acquisire molte, se non tutte, le risposte alle domande che l’insegnante pone. Uno studente con il cellulare fra le mani può accedere a tante, forse troppe informazioni: ma se non ha il cellulare fra le mani, cosa succede?
  • E’ probabile che uno studente sia capace di usare gli strumenti informatici più abilmente di un insegnante e acquisire perciò le informazioni prima e meglio. Per questo motivo oggi insegnanti e studenti, in un certo senso, siedono fianco a fianco e non più uno di fronte all’altro: entrambi si confrontano attimo per attimo con una mole di informazioni senza precedenti. Se in passato l’insegnante deteneva il sapere e lo trasmetteva agli studenti, oggi c’è un oceano di dati di conoscenza a cui insegnanti e studenti possono attingere indefinitamente e parallelamente.
  • Se parliamo esclusivamente di conoscenze, la presenza fisica di un insegnante potrebbe non essere necessaria: potrebbe essere sostituito da un assistente virtuale; lo studente potrebbe acquisire le informazioni di cui ha bisogno autonomamente, usando macchine. Questo potrebbe significare la scomparsa della scuola anche in una versione virtuale: stiamo dunque descolarizzando la società man mano che la informatizziamo?
  • In contrasto con questa deriva, la scuola ha bisogno di essere invece rilanciata urgentemente. In Italia l’obbligo scolastico dovrebbe essere innalzato fino ai 18 anni (come nella maggioranza dei Paesi europei) e il rapporto fra la scuola e il sapere deve essere ridefinito alla luce dei cambiamenti già avvenuti e in arrivo.
  • La scuola deve porre al centro non la trasmissione delle conoscenze ma la condivisione della condizione umana. Nell’età di Neurolink, dell’IA, della colonizzazione di Marte la scuola deve essere un punto fermo per restare umani. Restare umani implica in primo luogo una riflessione problematica sulla condizione umana in quanto tale e questo non può prescindere dalla salvaguardia della comunicazione interpersonale rispetto alla comunicazione virtuale; non può prescindere dall’analisi delle minacce a cui l’umanità oggi è sottoposta: emergenza ambientale, guerre, alienazione.
  • Altro campo d’azione è la conoscenza di sé anche dal punto di vista delle età della vita e in questo senso non è perdonabile l’errore di chi ha impedito l’educazione affettiva nelle scuole.
  • Riflettere sulla condizione umana non può prescindere per definizione da un atteggiamento di apertura nei confronti di tutte le culture.
  • L’ostacolo più immediato ad un’impostazione di questo tipo sta nella concezione produttivistica della scuola, la scuola che deve addestrare ad un alto rendimento nei test e nella “performance”: ma il termine scuola esclude già etimologicamente l’idea di una “produttività” del sapere. La scuola è una parentesi in cui, appunto, si deve sperimentare se stessi e la condizione umana nella sua “gratuità” e naturalezza.
  • E’ del tutto evidente che i bambini e i giovani non sono solo i soggetti a cui gli adulti devono trasmettere il proprio sapere: sono invece persone (Hannah Arendt docet) che possono e devono dare il loro apporto e, facendo questo, conoscere se stessi.
  • Un aspetto importante della scuola intesa come scuola di umanità e dell’umanità è la dinamica interpersonale che si sviluppa al suo interno. Gli insegnanti, adulti, ricevono tanto dai loro studenti. Gli studenti, di qualunque età, ricevono tanto dai loro insegnanti. Quando si parla di “prodotto” della scuola, si dovrebbe intendere questo: la qualità della relazione fra insegnante e alunno. Quando si valuta un intervento fatto sulla scuola si deve valutare questo: la ricaduta sul rapporto fra l’insegnante e l’alunno/a.

[continua]


Articolo precedenteIncontro con Omar Khayyam
Sono nato a Barletta nel 1956; ho insegnato Lettere per 23 anni e sono stato dirigente scolastico dal 2007 al 2023. Mi sono dedicato allo studio di vari aspetti della storia locale e sono membro della Società di storia patria per la Puglia; ho censito, trascritto e tradotto le epigrafi di Barletta. Per i tipi della Rotas ho pubblicato il romanzo-saggio “Ricognizioni al giro di boa”. Da molti anni mi interesso di religioni (specialmente il Buddhismo Mahayana) e di dialogo interreligioso. Ho avuto la fortuna di avere tre figli e ora di essere anche nonno! Da settembre 2023 sono in pensione: si dice tecnicamente "in quiescenza" ma è un po' difficile fermarsi. Gioco a tennis, mi piace molto viaggiare e credo molto nel lifelong learning. Sono stato cooptato in Odysseo da Paolo Farina :) e gli sono grato per avermi offerto uno spazio per parlare di scuola (e non solo) fuori dall’ambito formale/ istituzionale.

LASCIA UNA RISPOSTA

Please enter your comment!
Please enter your name here