«Non lasciamoci vincere dal buio»

(Chiara Mocchi)

Scrivo questo Caffè alla vigilia delle Palme, anche se lo farò uscire la mattina del Sabato Santo: coincidenze non volute, ma accolte.

Scrivo oggi perché in questi giorni ho attraversato emozioni che mi hanno segnato forte. Avverto la necessità di fissarle subito sulla carta.

La prima emozione (uso il singolare, ma in realtà la parola riassume una tempesta di vissuti straordinari che mi hanno attraversato per quarantotto ore di fila): in due giorni ho incontrato i ragazzi del Liceo “Montalcini” di Molfetta; dell’I.C. “Cappuccini” e della Scuola in Ospedale di Brindisi; dell’I.C. “Tempesta – Galateo” di Lecce; dell’I.C. “De Amicis – San Francesco” di Francavilla Fontana.
Ci ha uniti il Dantedì, alla riscoperta della tremenda e felice attualità della sua opera.

È stato durante questi incontri che, alla domanda: «Se potesse chiedere oggi a Dante di aggiungere un canto alla Divina Commedia, cosa gli direbbe?», mi sono sentito rispondere: «Un canto sul Passaluce».

Passaluce è un “farinismo”. Non l’avevo mai pensato né pronunciato prima di questa circostanza, così come Portaluce, altro termine che ho coniato nello stesso momento. Parole nuove, ma forse necessarie. Del resto, da anni, in ogni incontro pubblico e in ogni Caffè, torno a dire la stessa cosa: serve chi sappia seminare Parole di Luce. Perché non c’è mai un bisogno più radicale di un fiammifero acceso di quando il buio ci sommerge.

Ed ecco che, mentre questo accadeva, il buio fitto, un inferno, attraversava la vita della luminosa prof.ssa Chiara Mocchi e, con lei, di tutto il mondo della Scuola, di tutti noi. Pensate: è stata accoltellata la mattina del 25 marzo, proprio il giorno del Dantedì.

Ma Chiara, fedele al suo nome e alla sua missione di docente ed educatrice, ci ha messo poco più di ventiquattro ore per illuminarci tutti: la sua Lettera è già nota e non la commenterò oltre. Mi limiterò a dire: grazie, Chiara, sei stata Passaluce proprio nel momento in cui ne avevamo più bisogno, mentre eravamo tremanti e smarriti, al buio.

A questo punto qualcuno potrebbe chiedermi: ma perché questo Caffè dovrà attendere una settimana prima di essere pubblicato? Perché alcune parole hanno bisogno di maturare nel silenzio.

E perché questa sera, vigilia dell’alba di Pasqua, che si sia credenti o no, potremo tutti ricordare un gesto che parla più di mille ragionamenti.

Rievochiamolo. I cristiani si ritroveranno al buio, nelle loro chiese. A un certo punto il sacerdote accenderà un cero, uno solo, segno di una Vita che risorge. Da quel cero inizierà il Passaluce. In men che non si dica, le centinaia di persone presenti in ciascuna aula liturgica avranno accolto e ridonato una fiammella. In pochi istanti, ognuno avrà la sua candela accesa: ci sarà Luce. E sarà bellissimo.

Forse è proprio quello di cui abbiamo più bisogno, credere che ciascuno di noi abbia un’urgenza semplice e decisiva: accogliere e passare una fiammella timida, fragile, oscillante.

Tutto qui. E sarà Pasqua. Anche per chi non crede.

Grazie, Chiara. Grazie davvero.
Spero di poterti abbracciare, un giorno.
Spero di ascoltare una tua lezione, nascosto tra i banchi dei tuoi ragazzi.

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