«Ma io, senza legge, rubai in nome mio
Quegli altri nel nome di Dio»

(Corrado Castellari – Fabrizio De André)

La mia Pasqua quest’anno l’ho vissuta con cinque giorni di anticipo: martedì scorso, nel carcere di Brindisi (si chiama “Casa circondariale”: ma ci siamo capiti).

Ci sono andato, invitato dalla collega dirigente scolastica del CPIA Brindisi, Rossella Carlino, e dai suoi meravigliosi docenti della sezione carceraria, che ringrazio di tutto cuore, così come ringrazio il direttore della Casa, Valentina Meo Evoli, e il comandante della polizia penitenziaria, Benvenuto Greco: tutti insieme, hanno reso possibile una sorta di fusione nucleare.

All’entrata, pioveva ed il cielo era grigio. Dentro ho trovato il sole e, prim’ancora, una serie di candele che si accendevano in successione, una dopo l’altra.

Doveva essere un incontro con l’autore, avremmo dovuto parlare di un mio libro.

È stato un incontro in cui abbiamo parlato di tanto, di tutto in profondità, spaziando dalla letteratura alla filosofia, dalla teologia alla musica. Abbiamo parlato di vita, l’abbiamo sentita palpitare, e ognuno si è sentito libero di condividere la propria storia.

È stato un incontro in cui non facevo altro che fissare gli occhi di fronte a me: tutti mi parlavano, tutti mi dicevano di dolore e speranza, di angoscia e risurrezione.

È stato un incontro in cui ho ascoltato tanto e prima del quale sono stato intervistato da un collega giornalista, un detenuto, si chiama Fransis: con la s. Scrive sul giornale del carcere, intitolato Buona! Il Mondo visto da dentro.

E io ho pensato che il Mondo avrebbe bisogno di vedere e capire com’è che si sta là dentro.

Ho detto a Fransis, e poi a tutti i suoi amici riuniti in cerchio attorno a me, che io so che avrei potuto essere tranquillamente al loro posto e che, se non lo sono, è solo perché sono stato più fortunato.

Ho raccontato che sono stato salvato dalla scuola, a cominciare dalla mia maestra delle elementari, la maestra Maria.

Mi hanno chiesto di parlare di Dante e abbiamo ricordato insieme che, quando Dante scrive per trattare del ben ch’i’ vi trovai (Inferno, I, v.8) sta dicendo che ha trovato il Paradiso attraverso l’Inferno e non nonostante l’Inferno. E che dunque c’è possibilità di speranza sempre: sempre.

Mi hanno chiesto di parlare del rapporto tra fede e ragione, ho detto loro che mi sento più sperante che credente, e ci siamo soffermati sul fatto che il grido miserere Dante sceglie di rivolgerlo ad un uomo ed anzi a un pagano: a differenza del re Davide che, nel salmo 50, chiede pietà a Dio dopo un tradimento indegno. Perché Dante insegna che non ci si salva da soli e che si salva chi è capace di chiedere aiuto agli uomini, inclusi quelli che non appartengono alla tua Chiesa, al tuo partito, alla tua nazione.

Un po’ come è successo a Ulisse che, naufrago e nudo, è stato prima accolto e salvato, rivestito e nutrito, e solo dopo è stato invitato a rispondere alla domanda del re Alcinoo: raccontaci la tua storia. È la matrice della nostra civiltà, la civiltà mediterranea, la chiamavano filoxenia. Oggi va molto più di moda la xenofobia.

Allora mi hanno chiesto di parlare di come possa il Dio cristiano essere, al contempo, giusto e misericordioso. Ho risposto che il Dio in cui provo a credere non manda nessuno all’inferno, perché siamo noi  stessi che scegliamo di andarci, già in questo mondo. E ho aggiunto che io sto con Hans Urs von Balthasar e che, per quanto l’Inferno possa essere una possibilità reale, come lui spero e credo che sia un grande hotel con tante stanze prenotate, ma tutte disdette all’ultimo minuto: e tutte vuote. Persino quella riservata ad Hitler.

Così ci siamo soffermati sul capitolo 15 del Vangelo di Luca, dove un figlio colpevole di parricidio (chiedere l’eredità al padre equivaleva a dirgli: “Tu per me sei morto”), finisce per smarrire la sua dignità e invidiare il cibo dei porci. Eppure il Padre resta tale, è vigile, è in attesa, lo guarda da lontano, gli corre incontro, lo abbraccia e non gli permette di dire: «Trattami come uno dei tuoi servi», perché un padre non smette mai di essere padre. Resta padre. E non può accettare che il figlio si degradi.  È questa la radice della sua misericordia, è questo il suo modo di essere “giusto”.

Poi ho chiesto io ad uno di loro, ad Antonio, che mi fulminava col suo sguardo, di suonare la chitarra: era prigioniera anche lei, la chitarra, rinchiusa nella cappella del carcere. Sono andati a liberarla e Antonio ci ha incantati, eseguendo da vero artista Il testamento di Tito. Ti metto di seguito l’originale, ma avrei voluto tu potessi ascoltarlo dalla sua viva voce.

Eravamo tutti commossi, eravamo tutti felici, eravamo tutti al sole. Lo siamo stati per l’intera mattinata.

Anche in carcere. E molto più di quanto possa immaginare chi quel carcere lo vede solo da fuori, con mura scrostate e sotto un cielo plumbeo e piovigginoso.

Perché si può rinascere anche in prigione. E, persino in prigione, può essere Pasqua tutti i giorni, anche di martedì.

Basta accendere una luce oppure a spalancare una finestra: quella del cuore.

Castellari – De Andrè: «Lo sanno a memoria il diritto divino e scordano sempre il perdono».

Ancora loro: «Io nel vedere quest’uomo che muore, Madre, io provo dolore. Nella pietà che non cede al rancore, Madre, ho imparato l’amore».


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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...