
Curare chi cura attraverso la memoria
Le tracce invisibili della scuola
Nella rubrica Curare chi cura abbiamo già provato più volte a nominare una questione che attraversa silenziosamente le professioni educative e di aiuto: il rischio dell’isolamento e del sovraccarico.
Ne abbiamo parlato in Perché il villaggio, quando abbiamo provato a mostrare come nessuna funzione di cura possa reggere a lungo senza una rete simbolica, emotiva e relazionale capace di sostenere chi sostiene. E lo abbiamo ripreso in La cura non sta sull’altare, dove il punto centrale non era demolire la dedizione o la generosità del caregiver, ma mostrare cosa accade quando il peso della cura si concentra interamente su una sola persona.
Succede qualcosa di paradossale.
La cura, lentamente, smette di essere cura. Un prete arriva a dire alla sua assemblea:
“Non venite a messa.” Un insegnante parla ai propri studenti in modo duro, sprezzante, svalutante.
Chi cura si irrigidisce. Si consuma. Si svuota.
E allora proprio la funzione nata per accogliere rischia di trasformarsi nel suo contrario.
Il libro di Paolo Farina entra in questo discorso in modo molto interessante.
L’arte di insegnare ovvero di Essere felici non è semplicemente un libro sulla scuola.
È un libro sulle tracce. Sulle tracce che gli insegnanti lasciano senza saperlo.
Paolo racconta maestri, professori, studenti, colleghi. Racconta episodi apparentemente piccoli: una frase, un voto, uno sguardo, una presenza. Eppure, pagina dopo pagina, emerge qualcosa di molto potente:
l’idea che educare significhi incidere nella memoria emotiva di qualcuno anche quando non ce ne accorgiamo.
Ed è importante chiarirlo:
Paolo non costruisce davvero il mito dell’insegnante eroe.
Non dice:
devi essere straordinario,
perfetto,
carismatico,
salvifico.
Dice qualcosa di più semplice e più umano: “guarda che lasci tracce”.
Anche con i tuoi limiti.
Anche con le tue incertezze.
Anche quando non ti senti abbastanza preparato.
Anche quando pensi di non aver fatto nulla di speciale.
Il villaggio invisibile che ci accompagna
Il cuore del libro, allora, non è l’idealizzazione dell’insegnante.
È la riattivazione della memoria educativa.
Chi legge quelle pagine si ferma.
Ricorda.
Rivede il ragazzo che era stato.
Risente parole dimenticate.
Rivede studenti incontrati anni prima.
In questo senso Paolo compie un’operazione profondamente formativa:
prova a restituire agli insegnanti consapevolezza del proprio impatto umano.
Ma forse il movimento più interessante del libro avviene ancora più in profondità.
Perché mentre racconta i suoi insegnanti, Paolo sta anche facendo altro:
sta raccontando il proprio villaggio invisibile.
Le persone che lo hanno costruito.
Corretto.
Contenuto.
Incoraggiato.
Salvato.
Sta facendo un lavoro autobiografico di mentalizzazione narrativa.
E forse è proprio qui che il libro colpisce così tanto il lettore:
non perché offre teorie pedagogiche perfette,
ma perché riattiva una domanda silenziosa:
“Chi sono stati i miei maestri?”
“Quali tracce porto ancora dentro?”
“Chi continua ad abitare il mio modo di stare in classe?”
Perché forse nessuno insegna davvero da solo.
Entriamo in aula accompagnati da voci,
memorie,
riconoscimenti antichi,
ferite scolastiche,
presenze interiori che continuano a vivere dentro il nostro modo di educare.
Solo che quasi mai ce ne accorgiamo.
Dopo la commozione
Ed è qui che il libro di Paolo, almeno per me, apre anche una domanda ulteriore.
La lettura emoziona.
Attiva.
Motiva.
Fa riflettere.
Ma poi?
Cosa accade dopo quella riattivazione emotiva?
Perché il rischio è che tutto resti confinato in una commozione privata.
Chiudiamo il libro, torniamo in classe, e lentamente quella risonanza si spegne.
Non perché il libro non funzioni.
Ma perché la mentalizzazione, da sola, spesso non basta.
Ha bisogno di parola.
Di relazione.
Di spazi condivisi.
E allora forse il gesto più coerente con il lavoro di Paolo non è semplicemente leggere il suo libro.
È continuarlo.
Un piccolo presidio narrativo
Fallo adesso.
Non domani.
Non quando avrai tempo.
Non quando sarai più lucido, più tranquillo, più pronto.
Adesso.
Prendi una pagina del libro di Paolo Farina.
Una soltanto.
Oppure lascia perdere il libro, se dentro di te c’è già qualcosa che vuole emergere.
Una scena scolastica. Un volto. Una vergogna. Una gratitudine. Una ferita.
Una traccia rimasta dentro per anni.
Fermati.
Cinque minuti. Chiudi gli occhi.
Lascia che quella memoria faccia quello che deve fare dentro di te.
Non forzare niente. Aspetta.
Quando senti che qualcosa si è mosso, clicca sul link del Villaggio Narrativo.
Entra. Premi “rec”. E parla.
Non scrivere bene. Non organizzare il discorso. Non correggerti.
All’inizio dell’audio puoi dire:
il tuo nome o uno pseudonimo, la tua età, che rapporto hai con la scuola:
insegnante, studente, educatore, genitore, ex alunno.
Poi racconta. Parla come parleresti a qualcuno che finalmente può ascoltare davvero.
Tre minuti. Dieci minuti. Non importa.
Quegli audio potranno diventare testi, articoli, materiali narrativi condivisi dentro il progetto Curare chi cura.
Non per fare letteratura. Non per apparire competenti. Non per insegnare qualcosa a qualcuno.
Ma per costruire lentamente un villaggio narrativo della scuola.
Un luogo dove chi educa — e chi è stato educato — possa finalmente fermarsi,
riconoscere le tracce che porta dentro,
e scoprire, forse per la prima volta,
di non essere mai stato davvero solo.
🤲 A più mani (non solo una firma, ma un metodo: mani, relazioni, strumenti condivisi per fare insieme)
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