
Stormi di storie
Da molti anni ascolto storie difficili.
Storie di bambini ignorati, non visti, invalidati. Bambini costretti troppo presto a diventare grandi.
Non rondini solitarie.
Stormi.
Stormi di storie che, in modi diversi, tornano sempre nello stesso luogo:
la famiglia.
Ed è qui che, a volte, il pensiero si fa pesante.
Perché quando ascolti abbastanza storie prima o poi una domanda arriva.
Una domanda scomoda.
A cosa serve la famiglia?
Se è il luogo dove la vita comincia, perché così spesso è anche il luogo dove cominciano i problemi?
E allora il pensiero corre.
Corre verso riflessioni che non sono facili da accettare.
Il terapeuta che osserva e tenta di sistemare i cocci.
Il figlio che ricorda con fatica e dolore.
Il genitore che vorrebbe sbagliare di meno ma non ci riesce.
Tre sguardi sulla stessa scena.
E a volte il dubbio si fa radicale.
Che la cura umana sia fragile.
Che l’accudimento non funzioni come dovrebbe.
Che la famiglia — così come la viviamo oggi — non sia più un luogo adatto alla cura.
Il genogramma
Quando incontro una persona per la prima volta disegno sempre un piccolo genogramma.
Fratelli, sorelle.
Genitori.
Zii.
E poi arrivo ai nonni.
Tra quei quattro nomi, quasi sempre ce n’è almeno uno che cambia il racconto.
Le storie dei nonni
“Ero un bambino un po’ iperattivo.
Uno di quelli che tornano a casa sporchi, che fanno a botte, che arrivano sempre un po’ troppo oltre.
Spesso mi sgridavano.
Spesso mi mortificavano.
Ma mio nonno era lì.
Non diceva molto.
A volte bastava uno sguardo.
Un piccolo gesto con la testa.
Come per dire:
va tutto bene.”
“Con nonna Lina giocavamo a carte.
Era un momento tranquillo.
Lì nessuno mi chiedeva di essere diverso da quello che ero.”
“C’era poi un nonno di campagna.
Aveva sempre caramelle in tasca.
Aveva il musicassette acceso.
E un cane che girava nel cortile.
Con lui c’erano abbracci.
E la sensazione che lì, per un po’, si potesse semplicemente stare.”
“Quando scendevo dall’autobus, nonna Tina mi prendeva in braccio.
Aveva quattro o cinque borse della spesa in una mano e me nell’altra.
Era robusta.
Saliva su per la strada di campagna con me in braccio.
E io mi sentivo protetto.
Coccolato.”
“C’era anche nonna Lole.
Era malata.
Faticava ad alzarsi.
Allora contavamo insieme.
Uno.
Due.
Tre.
Io spingevo un po’.
Lei si sollevava.
Mi faceva sentire utile.”
“E poi c’era nonno Tonio.
L’ho perso quando avevo tredici anni.
Con lui c’era una sensazione semplice.
La sensazione che, in qualche modo,
andasse tutto bene.”
Le quattro mura
A un certo punto mi è venuto un dubbio diverso.
Forse il problema non è la famiglia.
Oggi quando diciamo “famiglia”, a cosa pensiamo davvero?
Molto spesso pensiamo a due persone — a volte una sola — con dei figli, dentro quattro mura.
Un luogo che ha anche momenti belli.
Le cene insieme.
Le risate.
Le piccole abitudini quotidiane.
La famiglia è anche questo.
Ma dentro quelle quattro mura accade anche altro.
Arriva il lavoro che stanca.
Arrivano i capricci dei figli.
Le corse da una parte all’altra.
Le regole da dare.
Le cattive abitudini da correggere.
Le domande a cui non si sa rispondere.
E lì compare qualcosa che quasi tutti i genitori conoscono bene.
La fatica.
Non necessariamente la solitudine.
Piuttosto la sensazione di avere tra le mani un compito delicato.
Un compito educativo che, a volte, sembra parlare una lingua diversa dalla nostra.
E quando la fatica cresce succede qualcosa che molte coppie conoscono bene.
Anche la relazione tra i genitori si affatica.
Le decisioni educative diventano terreno di discussione.
Le incertezze diventano rimproveri.
Le differenze di stile diventano attrito.
E così, mentre cercano di affrontare i problemi dei figli, quei due genitori finiscono per inciampare l’uno nell’altro.
La coppia si incrina.
La cogenitorialità vacilla.
Non perché manchi l’amore per i figli.
Ma perché dentro quelle quattro mura, a volte, tutto il peso della cura resta sulle spalle di due persone.
Forse non è un compito enorme.
Ma non è questo il punto.
Le presenze fuori dalle mura
Eppure, c’è una cosa curiosa.
Le persone che potrebbero aiutare la cura esistono già.
I nonni quasi sempre ci sono.
Gli insegnanti ci sono sempre.
Gli amici ci sono.
A volte esiste anche una comunità.
E c’è anche un’altra forma di famiglia.
Quella dei pranzi di Natale.
Delle riunioni di famiglia.
Degli zii, dei cugini, delle tavolate lunghe.
La famiglia allargata.
Non è la loro assenza il problema.
Il problema è che quasi sempre restano fuori dalle mura.
Dentro ci sono i genitori con i loro figli.
Fuori ci sono molte altre presenze possibili.
Ma il passaggio tra dentro e fuori è fragile, occasionale.
E invece le storie dei nonni raccontano qualcosa di diverso.
Raccontano permeabilità.
Raccontano relazioni che attraversano i confini della casa.
Raccontano presenze che fanno parte della vita ordinaria.
Non incontri episodici.
Non interventi occasionali.
Presenze stabili.
Relazioni fruibili.
Scambi che attraversano gli ambienti della vita.
È questa stabilità — questa permeabilità — che cambia la qualità della cura.
Aprire le mura
Forse allora la domanda non è solo chi può aiutare i genitori.
La domanda è anche un’altra.
Come possiamo aprire le mura?
Non per distruggere la famiglia.
Ma per permettere alla cura di circolare.
Questo riguarda anche i genitori.
Perché spesso, per proteggere i figli o per timore delle intrusioni, le famiglie si chiudono.
Si pensa che educare significhi fare da soli.
Ma forse educare significa anche aprire spazi di condivisione.
Genitori che si parlano tra loro.
Gruppi di confronto nelle scuole.
Momenti in cui le famiglie si incontrano.
Insegnanti riconosciuti come alleati educativi.
Nonni che tornano a essere parte della vita ordinaria.
Piccoli presidi di scambio.
Luoghi dove la fatica della cura non resta chiusa dentro quattro mura.
Una sponda
Oggi ho parlato con un amico.
Carmine mi chiama fratello.
Conosce la mia storia, conosce i miei figli, conosce anche i miei inciampi.
Abbiamo parlato.
Ci siamo ascoltati.
E mentre parlavamo qualcosa si è mosso.
A volte basta questo.
Uno scambio.
Qualcuno che ti ascolta senza giudicare.
Anche questa è permeabilità.
È il contrario delle mura.
Il villaggio
Quando pensiamo alla nostra storia evolutiva vediamo gruppi, villaggi, gregarietà.
Capanne affacciate su spazi comuni.
Corpi che abitano e condividono gli stessi spazi e le stesse attività.
Rituali comunitari.
Nessun individuo isolato.
Nessuna fatica solitaria.
Uno spazio condiviso dove le relazioni circolano.
Uno spazio dove si gestiscono anche i conflitti.
Uno spazio a cui tornare quando la fatica aumenta.
Tutto passa da lì.
Forse il villaggio non è solo un luogo.
È piuttosto un movimento.
La cura non resta concentrata in un solo punto.
Le responsabilità si distribuiscono.
Le relazioni trovano equilibrio.
Il bambino incontra più adulti.
I genitori trovano sostegno.
I nonni trovano un posto.
E anche le presenze più invadenti, dentro un sistema più largo, smettono di pesare troppo.
Quando la cura circola, il sistema si rilassa.
La pressione si abbassa.
Le rigidità si sciolgono.
Non serve solo ai bambini.
Serve anche a chi cura.
Perché scrivo
Forse è anche per questo che scrivo.
Per condividere queste domande.
Per non restare soli dentro la cura.
Perché chi cura, prima o poi, ha bisogno di essere curato anche lui.
La cura non è mai un fatto individuale.
È sempre un lavoro di villaggio.
🤲 A più mani (non solo una firma, ma un metodo: mani, relazioni, strumenti condivisi per fare insieme)
Invito a scrivere
Curare chi cura è uno spazio aperto.
È una nuova rubrica di Odysseo dedicata al caregiving, uno spazio di riflessione e confronto su genitorialità, professioni di aiuto, relazioni educative e sistemi di welfare. Un luogo aperto a contributi, domande e buone prassi, perché nessuno può prendersi cura da solo.
Chiunque può contribuirvi scrivendo a apiumani67@gmail.com
I testi ricevuti vengono letti e accompagnati editorialmente prima della pubblicazione, nel rispetto della linea della rubrica.
Scrivere è già un atto di cura.
Far circolare le parole lo è ancora di più.


























