Parole ferite

Ci sono parole che sembrano buone e invece, se le guardi da vicino, hanno dentro una ferita.

Inclusione è una di queste.

Perché per includere qualcuno bisogna prima averlo lasciato fuori.

Ho pensato a questo guardando Bar Giuseppe, il film di Giulio Base. Un film che racconta di differenze, di solitudini, di figli che si allontanano, di vite che perdono la rotta, di una ragazza arrivata da lontano, di un piccolo paese che osserva e giudica. E racconta, soprattutto, di qualcosa che accade quando la vita smette di rispettare le nostre categorie…Una gravidanza che non si lascia spiegare.

È lì che la storia diventa interessante. Perché finché possiamo spiegare, siamo tranquilli.

Abbiamo bisogno di sapere da dove viene una cosa, perché è accaduta, chi ha ragione, chi ha torto, che nome darle. Abbiamo bisogno di mettere ordine.

Ma la vita, ogni tanto, ci presenta qualcosa che non torna… un figlio che non è quello che avevamo immaginato,…una persona che amiamo e che improvvisamente non comprendiamo più,…una storia che non sappiamo dove collocare, …un incontro che rompe le nostre coordinate.

E allora cosa facciamo?

Spesso escludiamo.

Non necessariamente con cattiveria. A volte semplicemente perché non sappiamo dove mettere ciò che non comprendiamo.

Costruiamo una distanza e la chiamiamo prudenza… un giudizio ci appare buon senso… uno steccato lo mascheriamo come identità.

Forse l’inclusione comincia invece nel momento esatto in cui rinunciamo alla necessità di capire tutto… che non significa accettare tutto, dire che tutto è giusto… e non significa cancellare i confini, né rinunciare al giudizio quando il giudizio è necessario. Significa una cosa più semplice e più difficile: non espellere la persona dal mondo perché non sappiamo spiegare ciò che porta con sé.

E qui arriva Giuseppe. Alla fine del film si inginocchia.

È un’immagine che mi ha colpito. Perché inginocchiarsi significa cambiare posizione.

Chi sta in piedi può giudicare, misurare, decidere.

Chi si inginocchia riconosce che davanti a sé c’è qualcosa di più grande della propria capacità di comprendere.

Forse abbiamo bisogno di inginocchiarci per includere. Non davanti a qualcuno perché sia superiore a noi. Ma davanti al mistero. Il mistero dell’altro. Il mistero di una vita che prende una strada inattesa. Il mistero di ciò che nasce, di ciò che muore, di ciò che ci sfugge. Il mistero persino delle persone che pensavamo di conoscere.

Non c’è niente sotto il cielo che non possa essere compreso.

Comprendere… non è sempre spiegare… a volte comprendere significa contenere.

Fare posto. Tenere insieme. Lasciare che una cosa possa esistere dentro il nostro sguardo anche quando non siamo ancora capaci di darle un significato.

È una forma di comprensione più umile. E forse anche più umana.

Perché prima o poi, nella vita, siamo tutti quelli che stanno dentro e tutti quelli che rimangono fuori.

Siamo quelli che accolgono e quelli che hanno bisogno di essere accolti. Siamo quelli che giudicano e quelli che vengono giudicati…e qualche volta siamo noi stessi a espellere una parte di noi che non riusciamo più a riconoscere.

Allora forse l’inclusione non è soltanto aprire una porta agli altri.

È anche smettere di chiudere porte dentro di noi.

Giuseppe, alla fine, non sembra aver trovato una spiegazione. Ha trovato qualcosa di diverso. Ha trovato un modo per stare davanti a ciò che non comprende. In ginocchio.

E forse è proprio questo che ci manca. Non avere sempre una risposta. Non avere sempre ragione. Non riuscire sempre a rimettere le cose al loro posto. A volte ci serve soltanto la possibilità di restare lì. Davanti a ciò che non sappiamo… ci inquieta… ci supera.

E fare spazio.

Perché forse, per includere davvero qualcuno, prima dobbiamo imparare a inginocchiarci davanti al mistero della sua esistenza.


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