È un giardino di 75 metri per 30, in parte chiuso da un muretto a secco di pietra calcarea, alto 80 cm, con sopra cocci di bottiglia per tener lontano i ragazzi. Si entra da un cancelletto in ferro battuto arrugginito il quale, cigolando,  sembra lamentarsi del suo uso negl’anni…
Appena entri, un vialetto in pietra di Trani, chianche irregolari, con tra i giunti il timo selvatico che quando lo calpesti sprigiona il suo profumo. In mezzo, una puteale da pozzo in pietra, antica, circolare, con anima in ferro, con dentro ancora acqua piovana e due ninfee bianche, Nymphaea alba, che galleggiano.

Al centro, un ulivo secolare, Olea europaea, contorto, con il tronco cavo ma robusto, potato basso e che fa ombra sotto la sua verde-argentea chioma.
Sul fondo, uno spinoso melograno, Punica granatum, carico ad ogni ottobre di frutti spaccati che mostrano denti vermigli.

Sulla sinistra, un fico, Ficus carica, dalle foglie grandi come mani.
A destra, un limone, Citrus limon, in vaso di terracotta grande, che d’inverno, per proteggerlo dal gelo, viene coperto con un telo.
Due cipressi toscani, Cupressus sempervirens, stretti, alti, a fare da quinte, durante inverni innevati, contro il vento bianco.

Spiccano pure: un’aiuola di confine a sud del giardino e in pieno sole; delle rose canine, rosa selvatica bianca e rosa pallido, spinosa.
Una meravigliosa lavandula angustifolia che ronza di api, del rosmarino officinalis, diventato un cespuglio enorme addossato e al riparo del muretto a secco e della salvia sclarea, con fiori viola.

Sotto l’ulivo, in mezz’ombra, dove il terreno è acido, ci sono ortensie, hydrangea macrophylla, blu,
hosta, dalle foglie grandi verde-glauco, mughetti, Convallaria majalis, bianchi, che a maggio profumano da morire, viole del pensiero, viola tricolor, gialle e viola, il tutto piantato da mani di fata.

Intorno alla vera da pozzo c’è l’iris germanica, viola scuro;
Dei giacinti, Hyacinthus orientalis, bianchi e gelsomini, Jasminum officinale, rampicante che sale sul muretto e di notte inebria.

Vi è una panca in pietra, monolitica, senza schienale, dove Renzo il giardiniere, nelle pause di lavoro si siede a riposare; una statuina in terracotta che rappresenta San Francesco, senza naso, sbeccata, con davanti una candela sempre spenta, che menziona una fede.
Tre anfore in terracotta pugliese di Grottaglie, panciute, con patina bianca di salnitro, usate come vasi per i gerani, dei Pelargonium zonale, rossi, formano un delizioso trio floreale.
Una piccola gabbia vuota per uccelli in ferro, appesa al ramo dell’ulivo, con dentro un nido di edera, ma senza volatili, il farmacista come il suo giardiniere erano persone contrarie alla detenzione di chicchesia, sia persone sia animali. La gabbia vuota dondolava sotto i buffi del vento, tanto da sembrare contenta senza reclusi e carcerieri. Una croce di legno di ulivo, fatta in modo artigianale è messa tra la lavanda.
Una fila di pietre di fiume, bianche, delimita le aiuole, messe una a una.
Un secchio di zinco, ammaccato, che raccoglie acqua piovana per innaffiare, con dentro un mestolo di legno attende che venga usato.

Verso le ore dieci del mattino, quando il sole rende la terra più calda del mare e il vento di brezza inizia a soffiare sulla natura circostante, il giardino inebria l’aria di profumi: di timo, di limone e di gelsomino, di rosa e di garofalo.  Se poi si rimane silenzioso e attento, si captano sia il ronzio delle api nella fresca lavanda, sia la goccia d’acqua della veranda che, cadendo sopra la foglia di un fico, fa un piccolo, sordo, molle, ovattato rumore, plop.

Renzo ha 63 anni, ha mani come radici, e indossa un berretto di lana anche ad agosto. Lavora per il farmacista come giardiniere da diversi anni. Lavora nel florido giardino privato che è molto invidiato per come è accudito.

Nelle giornate di lavoro, Renzo si presenta con il suo tre ruote,  un’Ape e, dalle sette del mattino, apre il cancello in ferro battuto, decorato con due leoni, pure essi di ferro e vi entra.

Per prima cosa Renzo si fa un giro a passo lento, con la tazzina di caffè che sua moglie Adele gli prepara di buon’ora e che glielo versa nel termos.
Egli nota che l’ulivo, Olea europaea, ha la fumaggine e che il prato inglese, Lolium perenne, ha le chiazze gialle, dove il cane del vicino è solito pisciare. Pure le rose, Rosa hybrid tea ‘Peace’, hanno gli afidi, pidocchietti verdi appiccicati ai boccioli.

Renzo appoggia la tazzina sulla vera da pozzo in pietra, con l’indice e il pollice della mano destra si tocca il mento e fa il punto della situazione.

Prende le forbici da pota, n.2 ben affilate, e sul ramo di una rosa, a cinque millimetri sopra una gemma, orientata esternamente al cespuglio, effettua un trancio di 45 gradi: questo per far prendere aria alla nuova propaggine. Poi toglie i rami secchi e i succhioni selvatici e spinosi che partono dal portainnesto e disinfetta il taglio con mastice cicatrizzante al vinavil e rame. Impreca piano e si succhia il sangue dal pollice perché una spina gli è entrata nel pollice.

Per diserbare stende un tappetino di gommapiuma, si mette in ginocchio e, con un cavicchio a L in mano, toglie la gramigna, Cynodon dactylon. Quest’erba infestante si infila fin sotto le chianche del vialetto, sollevandole. La toglie a mano, la gramigna, con tutta la bianca radice stolonifera: lo fa in modo che non rispunta di nuovo.
A quel punto sradica il convolvolo, Convolvulus arvensis, che abbraccia e soffoca la lavanda e lo pone nel secchio.

Dopo aver messo tutto i refusi nel secchio di zinco, senza aver usato diserbanti, si siede cinque minuti sulla panca a riposare.

Renzo riprende il suo lavoro controllando, per prima cosa, la centralina dell’irrigazione: un congegno gocciolatore coi tubi da 16 mm con ugelli autocompensanti ogni 30 cm., lo fa dopo aver spurgato i filtri dal calcare, prima di dare inizio alla concimazione.

Per concimare adopera lo stallatico pellettato, quello asciutto e che puzza di stalla. Lo sparge alla base delle ortensie, Hydrangea macrophylla, che Filippo il farmacista vuole blu, quindi, misurando ad occhio, aggiunge solfato di alluminio per acidificare il terreno e innaffia con acqua fresca, attinta dal pozzo artesiano.

Il giardiniere pulisce tutto, anche quello che non ha piantato lui, spolvera la statua di Venere in cemento bianco, con la brocca rotta che tiene nelle mani: lo fa con una scopa di saggina. Dal laghetto con le carpe koi, con il filtro e pompa, raccoglie le foglie con il retino e le depone nel secchio di zinco. Poi riordina le anfore in terracotta di Impruneta, mettendole allineate come soldatini, perché il vento le aveva spostate.

Controlla l’altalena in legno di teak, con catene in acciaio inox rendendosi conto dei bulloni se sono rimasti stretti, e le assi non sono marcite.

Altra breve pausa e si siede sulla panca in pietra di Trani, sotto il glicine, Wisteria sinensis, che ora è solo foglie, ma ad aprile diventa una cascata viola.

Sudato, si toglie il berretto e guarda il lavoro già fatto. Il prato è rigato dal tosaerba elicoidale, le righe perfette, verde scuro e verde chiaro. Le rose sono pulite, senza afidi, lucide.
Dalla finestra del primo piano, la moglie del farmacista Adele lo guarda e con la mano lo saluta. Lui risponde allo stesso modo con la mano e con un inchino.

Parla poco Renzo: i bravi giardinieri non parlano assai, ma ascoltano tanto la Natura.

Renzo si rimette il berretto: deve ancora potare il limone, Citrus limon ‘Femminello’, a vaso, con forma a globo.
Filippo il farmacista scende, in giardino, si guarda attorno e gli chiede:-Renzo, bello eh?
Renzo annuisce col capo e gli risponde:-Tiene, dottò. Tiene molto bene il vostro giardino.
Renzo aveva le mani in terra e le ginocchia sporche, quando Filippo era arrivato per salutare Renzo: aveva con sé la borsa della farmacia, in una mano e l’altra in tasca.
Egli ridà un’occhiata in giro e chiede a Renzo:- Ma che hai fatto qui? L’ultima volta che sono passato c’erano solo erbacce e laggiù quel lauro mezzo morto mentre ora…non finisce la frase che Renzo gli parlò:-Eh, Dottore entri, e lui entra.
Renzo continua:-L’ho preso in mano finalmente… È due mesi che ci sto dietro. Guardi, ma tolga i piedi da quel timo e Filippo esclama:-Oddio! Ma senti che profumo… Che è?

*RENZO* È timo limone. L’ho messo tra le pietre del vialetto così quando uno cammina e lo calpesta l’odore sale- poi, con tono impettito e fiero di sé, continua:-È stata la mia grande idea dell’anno!

*FILIPPO:* Grande sì [si china] E queste?

*RENZO:* Quelle sono le vere protagoniste: Rosa inglese, David Austin e ‘Olivia Rose’ che  profumano di frutta. Me le ha consigliate mia figlia. Dice che sembrano di burro. Poi lì dietro c’è la lavanda vera, non quella ibrida che non profuma, e più in là, [indica con la mano] si trova il rosmarino strisciante, che fa da bordo.

*FILIPPO:* E l’albero? Prima non c’era.

*RENZO:* È vero, l’ho piantato a novembre ed è un Cercis siliquastrum, conosciuto come albero di Giuda. In primavera, prima di mettere le foglie,  fa i fiori rosa direttamente sul tronco: un albero matto, si direbbe. A luglio resta in ombra e sotto ci ho messo le hosta multicolore. Guardi che belle foglie!

*FILIPPO:* Veramente foglie giganti: sembrano orecchie di elefante…E quella palla di ferro?

*RENZO:* Ah! Quella è la mia cosa preferita: una sfera in corten: si arrugginisce da sola per proteggere il sottostrato di una lega metallica e quando piove diventa più bella. Dà proprio l’idea di un pianeta caduto sulla Terra. L’ho messa vicino al bambù, Phyllostachys nera per via del colore del suo fusto nero, mentre quel rumore, tic tac, lo emette quando tira vento.

*FILIPPO:* E il laghetto?

*RENZO:* Non è un laghetto, è una tinozza: una vecchia tinozza in zinco adoprata per il vino ed io ci ho messo dentro una ninfea nana e due pesci rossi che mi ha regalato suo nipote: li ho chiamati Sale e Pepe… guardi i pesci, sono lì, nascosti sotto la foglia.

*FILIPPO:* Sale e Pepe. Perfetti. Senti Renzo, io di piante non ci capisco niente, in farmacia ho solo un cactus finto, ma qui… qui si sta bene. È tutto così ordinato…anche se il lavoro non è ancor finito, credo…[ride].

*RENZO:* È il complimento più bello che mi avete rivolto. Non volevo il giardino da rivista: pensavo e desideravo solo che, se uno accusasse mal di testa, come molti suoi clienti, venendo qui cinque minuti, senza assumere medicinali, gli sarebbe passato.

*FILIPPO:* Eh, attento, così rischiamo di chiudere la farmacia!

*RENZO:* No, anzi, ve li porto io i clienti: ho messo apposta la melissa, quella officinalis, e la camomilla romana che le sta accanto, come pure il gelsomino officinale sul pergolato, così la sera il profumo arriva fino in strada e la gente si ferma a tirare un respiro.

*FILIPPO:* Me ne dai un rametto di melissa per una signora che non dorme?

*RENZO:* ve ne preparo un bel  mazzetto insieme a due limoni, Citrus limon, pianta vera, non trattata: l’ho tenuto in vaso di terracotta grosso, così d’inverno lo sposto per metterlo al riparo dal freddo.

*FILIPPO:* Renzo, ti dico una cosa: questo giardino ti assomiglia. È tanto testardo, quanto quel po’ che serve… dove tu metti le mani, si nota cresce roba buona.

*RENZO:* [si pulisce le mani sui pantaloni] e risponde:- Vabbè, adesso mi fa arrossire più delle rose Austin. Poi, con voce saudente gli chiede:- Restate ancora un po’?

*FILIPPO:* Certo che resto  ma solo dieci minuti, poi dovrò tornare in farmacia. [si ferma e si siede sulla panca sotto il glicine].

Renzo era arrivato a Via dei Tigli nel ’98, quando i tigli erano ancora giovani e Filippo, il farmacista, aveva ancora i capelli castani. Da allora ha sempre lavorato il martedì e il venerdì di ogni settimana, fatta eccezione dei giorni festivi.

Renzo è un uomo di altezza media ma con spalle larghe, costruito come un muretto a secco; pesa all’incirca sui 78 chili, portati tutti su spalle e braccia. Ha un collo taurino incassato tra le trapezi; ha gambe corte, arcuate, da chi sta sempre in ginocchio.

La sua pelle è di color mattone scuro, cotta dal sole: non abbronzata, cotta e con solchi profondi, soprattutto sulla nuca e sugli zigomi. Ha la faccia sempre lucida di sudore, anche a novembre e delle rughe a raggiera intorno agli occhi: da chi guarda sempre a terra, controsole.

La testa tonda, calva quasi del tutto: solo una corona di capelli grigi tagliati a zero, a pelle; indossa sul capo un berretto blu da baseball con la visiera sbiancata dal sole con su la scritta, di un consorzio agrario, quasi cancellata. Sotto il berretto, il cuoio capelluto è macchiato, con cheratosi.

Ha la Barba lunga, quasi perenne, grigio-sale e dura come filo di ferro. I baffi sono ingialliti dal fumo, perché fuma, trinciato forte, arrotolato in cartine gialle, che lui rolla con una mano sola.

Ha gli occhi castano scuro: piccoli, infossati, con sclera arrossata, cisposa. Non guarda mai in faccia la gente, guarda le piante e quel che fanno le sue mani.

Le mani sono cosa che lo definiscono: enormi rispetto al corpo, palmo largo, dita corte, tozze, deformate dall’artrosi alle falangi distali, noduli di Heberden. Unghie nere con la terra sotto che non va via mai, anche se le lava con la spazzola e la soda. Tagli, graffi, spine di rosa incistate. I guanti da lavoro non l’indossa mai, dice che non sentirebbero la terra. Sul dorso della mano sinistra, spicca una cicatrice bianca a mezzaluna, da cesoia.

Avambracci pelosi, grigi, venati, con un tatuaggio militare sbiadito, un’ancora fatta a 19 anni a La Spezia e che ormai è rimasta una macchia blu.

Il suo vestito da lavoro è una maglietta di cotone grigia, scolorita, con buchi sotto le ascelle, pantaloni da lavoro verde militare, con tasconi laterali pieni di spago, coltellino, tronchesi, ginocchiere interne consumate, stivali in gomma verde fino al ginocchio, sempre infangati, anche ad agosto.

Cammina a papera, a gambe larghe, con le ginocchia che gli fanno male, e quando si alza da terra mettendo una mano sul ginocchio e l’altra sulla schiena, si sente un lieve scricchiolio mentre lui lamenta con un verso: “Ahh”…

Non parla tanto con Filippo quando questi gli fa visita e che lo guarda dalla panca, ma si capiscono a cenni.

Ogni martedì rasa il prato all’inglese con rasaerba elicoidale manuale, non elettrico, avanti e indietro, righe perfette, poi rifila i bordi con forbici da rifinitura.

Il venerdì pota le rose, zappa l’aiuola delle ortensie con zappetta a tre denti, smuove il pacciame di corteccia di pino e svuota la meridiana di pietra dalle foglie di tiglio.

Ha i suoi attrezzi e oggetti da lavoro, Renzo: un secchio di plastica nera, da muratore, con acqua e sapone da bucato, una pietra ovale, nera per affilare le lame, una bottiglia di plastica da 1,5 litri, con acqua e limone e un coltellino Opinel n.8, con il manico in legno, consumato dalla presa della mano.

Alle 12 in punto, quando ha finito il lavoro, si lava le mani alla fontanella con la saponetta che tiene nel tascone, si asciuga con uno strofinaccio che una volta sarà stato bianco, beve un sorso dalla bottiglia, fa un cenno a Filippo con la testa, senza sorriso, serio anche lui, ma di una serietà diversa: quella di chi ha la schiena rotta e non ha tempo per le chiacchiere. Poi sale sull’Ape e se ne va, lasciando Filippo solo nel suo giardino perfetto con gli odori di erba tagliata e dell’acido suo sudore.

Si era seduto sulla panca, Filippo e si era messo a meditare sul più e meno dei suoi problemi in genere. Problemi vari che non intaccavano quel suo modo d’esser quietoso e contento della vita. L’unico motivo d’insoddisfazione restava quello di non aver avuto prole: motivo che lo riempiva di tristezza nei momenti in cui la sua mente gli presentava, come un pungolo affilato, il dilemma. Aver avuto una prole sarebbe stato, non solo per sé ma pure per sua moglie, il colmo della felicità, dal momento che null’altro mancava per quadrare il cerchio del benessere famigliare. Mentre era assorto nei pensieri non si era accorto del tempo che era trascorso e che la sua cipolla nel taschino segnava le ore 14,04. Pure non si avvide che una nuvola scura aveva adombrato l’astro giallo, osteggiando la sua luminosità sulla natura circostante: si stava facendo scuro tanto da sembrar giunta l’ora dei Vespri.

Per la prima volta, Filippo, pareva sconvolto: non aveva nemmeno udito le volte che la moglie disabile l’aveva chiamato: era profondamente assorto, nulla di più.

Intanto l’aria era cambiata e non più quella di prima: era ferma e tagliata come il bosso; era diventata pesante, come di piombo.
I due tigli che fino a un minuto prima stavano fermi, avevano iniziato a muovere le foglie al contrario, girandosi e mostrando la faccia chiara, argentea, quella di sotto. “Quando i tigli girano le foglie”, detto da Renzo, “arriva il cattivo tempo.

Il cielo da ovest, da dietro la siepe di lauro, si era fatto giallo-verde e non grigio: giallo sporco, come fosse un livido, un’ematosi. Pure le rondini davano lo stesso segnale volando bassissimo, quasi a sfiorare il prato perfetto all’inglese.

Filippo era ancora sulla panca in teak, ma non più composto.
La meridiana di pietra al centro del prato non faceva più ombra e il sole era sparito.
L’annaffiatoio di Renzo, di rame, lasciato sotto il glicine, per il forte vento iniziava a vibrare e il glicine stesso, Wisteria sinensis, scricchiolava sul pergolato bianco, mentre l’aria portava alle narici odori di polvere bagnata, di terra smossa, di concime e di ozono.
Prendeva fiato, il vento  e alzava di qualche tono la sua voce: come un vento di pianura, caldo prima, poi gelido.

Il vento si era messo a sollevare le foglie secche di tiglio che il giardiniere aveva raccolto il giorno precedente e le sparava, come saette, contro la siepe, mettendo a capo chino le rose inglesi, Rosa Austin color crema e albicocca, quasi fino a terra.

Filippo si era alzato a fatica: mano sul ginocchio e schiena rigida.

La moglie chiamava a squarciagola il marito: “Filippo, per amor di Dio  Entra! Ti prego entra!”

Lui non udiva e restava in giardino con l’intenzione di farsi utile e mettere al riparo il busto di marmo della donna, prima che il vento lo facesse cadere e rompere.
Il primo tuono che si avvertì fu secco, spaccato: non brontolio lontano, ma un boato vicino, un’esplosione.
Poi il cielo si aprì, ma non era pioggia quella che cadeva: era cascata tanto che pareva trovarsi a Plitvice in Croazia.
Era un’acqua grossa, verticale, sferzante, non gocce quelle, ma bastonate che, in pochi minuti, il prato all’inglese, orgoglio di Filippo, diventava una pozzanghera, mentre il vialetto in porfido grigio spariva sotto un fluente strato d’acqua che correva verso la strada.

I bossi a pallina, Buxus sempervirens, si riempiono d’acqua e si piegarono; il telo di plastica che Renzo aveva messo sul limone, Citrus limon, in un vaso di terracotta, volava via incastrandosi nella siepe di lauro. Una piccola, dura, bianca grandine rimbalzava sul teak della panca  rumoreggiando come fossero sassolini.

Filippo, attempato, serio, con la camicia azzurra button-down che
gli si incollava ora addosso e i capelli bagnati, tagliati a spazzola e schiacciati sulla fronte, restava sotto il tiglio, che ormai non riparava più niente: si teneva con le sue mani nodose, con le macchie senili sul dorso, il busto di marmo, per non farlo cadere.

Era bagnato zuppo, il farmacista, ma rimase serio e preoccupato sotto la battente pioggia: serio come uno che sa che il giardino perfetto, domani mattina non lo sarà più e Renzo lo dovrà rifare tutto da capo.

Sembrava proprio che si fosse fatto notte. Il cielo non era più giallo-verde, livido, ma nero. Nero pece e basso, che toccava quasi le cime dei due tigli. Un nero che non sembrava nuvola, ma una bomba di materia. Non si vedeva più la finestra, da dove non giungevano più segnali di vita, mentre si era spenta la luce del giorno, come se qualcuno avesse girato un interruttore.

Filippo era ancora fuori poiché non era più riuscito a rientrare: era rimasto aggrappato al pergolato bianco del glicine, che ora si torceva.
Poi arrivava il vero disastro. Non era pioggia, nemmeno vento: era il crollo dell’aria col vento di caduta.

Un downburst, insomma, direbbero quelli che ne sanno: solo una mano gigante che schiacciava tutto dall’alto.

Il tiglio di sinistra, quello più vecchio, alto 18 metri, Tilia cordata, piantato dal padre di Filippo nel ’62, fece un rumore che Filippo non aveva mai sentito in 68 anni di vita. Un forte CRRRACK sordo, interno, dal tronco.

Non era un ramo che si spezzava, ma il fusto stesso che si apriva a metà longitudinalmente; l’enorme chioma piena d’acqua, faceva da vela e il tronco si spaccava a metà: qualche tonnellata di legno e foglie, crollavano di schianto sul prato all’inglese, sulla meridiana di pietra che andava in mille pezzi e sulla panca in teak dove Filippo, fino a poco tempo prima stava seduto, e dove sarebbe morto schiacciato se fosse rimasto.

La siepe di lauro, Laurus nobilis, tagliata a squadro alta due metri per quarant’anni, rasata da un lato, come pettinata da un pettine di vento, foglie strappate, rami spezzati che pareva uno scheletro.

Le rose inglesi, Rosa Austin, le ortensie, Hydrangea paniculata, i bossi a pallina, Buxus sempervirens, ormai non c’erano più, spariti, strappati, portati via: rotolando come stracci sul vialetto di porfido.

Il vaso di terracotta del limone, Citrus limon, da 80 cm, vola per un metro e si spacca contro il muretto: terra ovunque e radici nude.

Il busto di marmo della donna,   scivolando dalle mani nodose di Filippo, cadeva e la testa si staccava di netto.
Acqua, fango, foglie, grandine, rami: Via dei Tigli era diventato un fiume che non scorreva più verso la strada, ma sembraba un lago. Le foglie avevano tappato i tombini e aveva allagato tutto.
Dalla finestra, la moglie di Filippo continuava a urlare chiandolo, ma la voce non si sentiva, coperta dal rombo del vento nero e dall’acqua che sbatteva, come sassi, contro le finestre.

Filippo con la camicia azzurra incollata al corpo, i pantaloni di fustagno beige, resi marroni dal fango, i capelli bianchi schiacciati, gli occhiali finiti chissà dove, le mani che sanguinavano, per un taglio di lamiera del pergolato, mentre il suo giardino distrutto, sotto un cielo nero che di pomeriggio pareva fosse una mezzanotte in ginocchio: intorno si accusava forte odore di disastro.

E, per la prima volta in quarant’anni, il suo giardino perfetto non si riconosceva più.

Aveva smesso il vento di soffiare in una direzione: ora si era messo a girare vorticosamente intorno al troncone di tiglio ancora in piedi.

Filippo, non era più in piedi, ma in ginocchio: bagnato, infangato, con la camicia azzurra strappata sulla spalla: si era trascinato fino all’angolo nord del giardino, vicino all’aiuola dei ciclamini.

Ciclamini, Cyclamen hederifolium, quelli selvatici che aveva piantato sua madre 30 anni prima fin sotto la grata di ferro battuto a protezione degli stessi: protezione bassa, a semicerchio, arrugginita.
È proprio a quella protezione che Filippo aveva fatto affidamento sostenendosi. La grata di ferro piantata a terra ed egli, con le sue fragili mani si aggrappava ad essa. Era l’unica cosa solida rimasta: un salvavita?

Il cielo sopra il giardino, in Via dei Tigli, ansimava qualche: secondi interminabili di silenzio. Un silenzio innaturale che non è silenzio: è il vuoto d’aria prima della luce, della saetta.
Non un lampo che illumina, ma una colonna bianca, verticale, che scende dritta dal nero del cielo, senza zig zag, proprio sul tiglio spezzato e sulla grata di ferro.
Il ferro bagnato attira la scarica unidirezionale, elettrostatica del fulmine che, sul ferro bagnato e con un uomo aggrappato, non lascia possibilità di scampo alcuno.

Il boato e la luce? Una cosa sola: un colpo secco, sordo, che fa tremare i vetri delle case

Il blitz infuocato, sulla grata dei ciclamini, prende così in pieno Filippo che viene sbalzato indietro di un metro, nel fango, sul prato all’inglese distrutto. Lì cade supino e le mani che mollano la presa sul ferro.

Il fulmine aveva scaricato a terra, lungo la grata coi ciclamini, la sua micidiale energia..

Restava l’odore forte di ferro bruciato, di ozono, di erba fritta, di terra smossa e… di morte.

Filippo era a terra, immobile, nel fango, sotto la pioggia che continuava a cadere in un pomeriggio che sembrava notte.

Dalla casa, la moglie, vedendo il lampo bianco proprio sul giardino, urlava il nome di Filippo, ma questi non udiva il richiamo e non per il rumore della pioggia, ma perché era deceduto.

In quel pomeriggio, in Via dei Tigli, si era fatto buio in pieno giorno: un giorno estremo in piena opera e serietà. La serietà non ti salva, solo ti tiene composto durante tutto il viaggio… Alla fine, l’unica cosa che rimane davvero non è il giardino col prato tagliato a righe ben ordinate, ma è il posto dove scegli di sdraiarti per l’ultima volta a godere, dormendo in pace, la tua eternità.

La perseveranza

Non è nel primo colpo che si spezza
Il sasso, ma nel segno che rimane;
Non è furor di braccia che l’assiepa,
È l’acqua che lo scava e che lo sfama.

Così l’uom forte al vento s’inaltezza
Non grida, e pur nel petto ha due fontane:
La prima è amara, l’altra lo carezza,
Ma entrambe van per vie d’aspra lana.

Perseverare è stare in ginocchiera
Quando il ginocchio duole e il cielo è fosco,
Senza veder la cima, ma la pietra.

È zappare il giardino sotto il cielo
Sapendo che verrà la primavera,
Mentre che il seme dorme sotto velo.

Margherita di Savoia 18/09/2026

Novella inedita, parte della raccolta “Non sperando il meglio”.


FonteImmagine generata con AI
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Salvatore Memeo è nato a San Ferdinando di Puglia nel 1938. Si è diplomato in ragioneria, ma non ha mai praticato la professione. Ha scritto articoli di attualità su diversi giornali, sia in Italia che in Germania. Come poeta ha scritto e pubblicato tre libri con Levante Editori: La Bolgia, Il vento e la spiga, L’epilogo. A due mani, con un sacerdote di Bisceglie, don Francesco Dell’Orco, ha scritto due volumi: 366 Giorni con il Venerabile don Pasquale Uva (ed. Rotas) e Per conoscere Gesù e crescere nel discepolato (ed. La Nuova Mezzina). Su questi due ultimi libri ha curato solo la parte della poesia. Come scrittore ha pronto per la stampa diversi scritti tra i quali, due libri di novelle: Con gli occhi del senno e Non sperando il meglio… È stato Chef e Ristoratore in diversi Stati europei. Attualmente è in pensione e vive a San Ferdinando di Puglia.

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