
Il convivialismo ha preso piede in questi primi decenni del nostro secolo, ed è frutto in un primo tempo di un gruppo di ricerca francofono di economisti, sociologi ed antropologi che hanno dato vita al ‘Movimento Anti Utilitarista delle Scienze Sociali’
Nel XXI secolo stanno emergendo in ogni contesto situazioni inedite dagli esiti a volte disastrosi, risultato di scelte anche del recente passato ad una dimensione e frutto soprattutto del fatto che per molto tempo ‘si è mentito sul reale’, sia umano e naturale, e sulle sue molteplici articolazioni, per parafrasare un’espressione di Simone Weil, figura sempre al centro di una salutare e ‘affinità elettiva’, come ha scritto recentemente Byung-Chul Han consegnandocela come un forte rimedio ‘in opposizione ai modelli e alle forme neoliberali, per aiutarci a comprendere e superare la crisi della contemporaneità’. E là dove si mette in atto una prassi di pensiero che individui le ragioni di fondo a base delle diverse policrisi in corso, ci si accorge che richiedono con urgenza di essere tutti in modo strutturale sempre di più ‘cuori pensanti’ dell’oggi, a dirla con Etty Hillesum; in tal modo si può coglierne il grido e proporre delle possibili contromisure alle molteplici hybris che hanno costellato e, continuano a farlo, il cammino umano, come ci ha insegnato il pensiero complesso da Edgar Morin a Mauro Ceruti nell’aiutarci a comprendere e a fare nostra ad ogni livello la strategica idea di interdipendenza. E non a caso è stata perno del primo Manifesto, firmato dallo stesso Morin, Manifesto Convivialista. Dichiarazione di interdipendenza(Pisa, ETS 2014, Collana ‘Piccola Boulé) e seguito dal Secondo Manifesto col titolo L’arte di vivere insieme. Per un’alternativa al neoliberalismo. Internazionale convivialista (Milano, Feltrinelli, 2020 con prefazione di Elena Pulcini) a cura, entrambi i Manifesti in traduzione italiana, di Francesco Fistetti che ha avuto il merito non solo di esporli al pubblico italiano ma di svilupparne alcune idee di fondo.
Il convivialismo ha preso piede in questi primi decenni del nostro secolo, ed è frutto in un primo tempo di un gruppo di ricerca francofono di economisti, sociologi ed antropologi che hanno dato vita al ‘Movimento Anti Utilitarista delle Scienze Sociali’, coordinati da Alain Caillé nel fondare anche nel 1981 la Revue du Mauss in omaggio a Marcel Mauss, figura nota per aver scritto un fondamentale lavoro sul dono; con svilupparne alcuni nuclei portanti, tale movimento, allargatosi in seguito in più contesti internazionali, è una presa d’atto della necessità di lavorare come comunità intera a creare le basi di un pensiero-azione per far fronte alla situazione odierna sempre più alle prese con problemi globali e bisognosi di interventi urgenti. E non a caso viene visto come ‘l’arte di vivere insieme’, di ‘con-vivere e di ‘con-dividere’ nel dare peso alla relazione e alla cooperazione ad ogni livello, sia individuale che collettivo, e nel cercare di dare sostanza operativa ad ‘un’altra mondializzazione’ attraverso la condivisione e la messa in pratica di alcuni fondamentali principi; da parte degli aderenti e degli attivisti, ormai sparsi in tutto il mondo e dopo ampie discussioni, sono stati individuati cinque “principi convivialisti” che possono essere accettati dalla comunità mondiale per rimediare alle varie impasses che ci siamo costruiti come intera umanità: principio di comune naturalità, principio della comune umanità, principio della socialità condivisa, principio di individuazione legittima, principio dell’opposizione creativa, tutti principi coniugati strettamente con uno strategico “meta-principio, il principio dei princìpi”, cioè “l’imperativo di controllare la hybris” (illimitazione) e far fronte “alla pleonexia, il desiderio di possedere sempre di più”.
Ed è quello che si continua a proporre sin dalle prime pagine nel terzo e Nuovo Manifesto Convivialista, firmato da circa trecento personalità di ogni parte del mondo, come frutto di un ulteriore e sempre necessario ‘travaglio dei concetti’, nel senso avanzato da Federigo Enriques, da parte dello stesso Caillé con l’aiuto di altre figure, dal significativo titolo Convivialismo o barbarie (Pisa, Edizioni ETS, 2026, Collana ‘Piccola Boulé’); introdotto ancora una volta da Francesco Fistetti con l’esserne fra tanti altri studiosi non solo europei uno dei firmatari, tale breve ma intenso testo si rivela essere portatore di una non comune diagnosi del presente e nello stesso tempo di un sano realismo, non solo politico, nell’indicare dei rimedi e poi delle strade da percorrere come “comunità cosmopolita” a livello mondiale per i prossimi decenni per non essere vittime delle inevitabili catastrofi che ci attendono se non si cambia passo con urgenza, molte delle quali frutto di determinate e precise scelte che stanno portando al collasso dell’intero Pianeta. E sin da quando il convivialismo, come frutto più maturo “delle tradizioni emancipative del Novecento” ha preso piede, anche per andare al di là delle proposte avanzate dalla collassologia (Come essere collassonauti, 20 aprile 2023) ed incanalare su nuovi binari i percorsi dei diritti soggettivi emersi, a dirla con Morin, grazie alla ‘breccia del ‘68’, è stato e continua ad essere un costante invito a prendere di petto “le trasformazioni, le contraddizioni e le sfide del mondo globale contemporaneo”; e nello stesso tempo si ritiene necessario “orientare i movimenti sociali che lottano per una società più giusta e solidale”, oggi alle prese con ulteriori problemi derivanti dai sofisticati apparati messi in moto dalle tecnocrazie per affrontare la cruciale questione di una distribuzione più equa del potere tecnologico.
Tali movimenti vanno aiutati ad emergere in ogni campo in quanto, già come ci indicava Simone Weil in modo lungimirante negli anni’30 del secolo scorso alle prese con le deviazioni della rivoluzione bolscevica e con l’impatto delle logiche tayloristiche sul lavoro, i veri e più profondi cambiamenti avvengono prima nella struttura del sociale e nella coscienza dei protagonisti che li hanno resi possibili con l’andare spesso contro le idee dominanti; in tal modo “possono cambiare il mondo” come viene detto nell’ultima pagina di Convivialismo o barbarie per poi arrivare ad incanalarli sul piano politico più generale dentro una cornice cosmopolitica che superi i confini nazionali che, nati per proteggere i cittadini, oggi impediscono di fatto la convivenza tra i popoli. E questo in funzione del fatto che sono frutto di una responsabilità diretta degli attori in campo che maturano in tal modo la coscienza che non si possono più continuare a mettere da parte le ragioni del reale con l’invito ad abitarlo in prima persona, come ci ha indicato Simone Weil, figura che si dovrebbe fare nostra per le sue lucide e a volte spietate analisi della condizione umana e per far fronte a quelle che chiamava ‘dismisure’ da noi stessi create nei diversi contesti; e come effetti delle tante ‘dismisure’ oggi in atto, e termine non a caso presente nel Nuovo Manifesto Convivialista, ci troviamo a che fare con “la catastrofe geostrategica e la catastrofe umana” oltre a quelle in corso e riguardanti il clima e l’ambiente, anche perché iniziano a prendere forma con tutto il loro inedito peso ”gli imperi tecno-politici” di cui si offrono una lucida diagnosi. Se ne evidenzia in particolar modo ‘il nesso tra il ritorno della guerra ed il trionfo del neoliberalismo’, sempre più sottoposto al mondo finanziario a livello globale che, nato come ausilio all’economia reale, ne vengono a dominare i percorsi, fatto sottolineato da Fistetti ed in genere poco preso in debita considerazione, coll’essere così all’origine delle nuove disuguaglianze e delle conseguenti policrisi, come ci ha indicato Papa Francesco nel farsi pastore e fine interprete dell’oggi (Papa Francesco: pastore della complessità, 15 maggio 2025).
Il Nuovo Manifesto Convivialista, rispetto ai precedenti, insiste in particolar modo nel prendere di petto questi “tipi principali di catastrofi che si profilano all’orizzonte” con la coscienza che sono “tutti interdipendenti” e nello stesso tempo veri e propri indizi della “corsa verso l’estinzione della vita umana sulla Terra”; e ci invita in ogni pagina a fare entrare nel nostro ‘piccolo pantheon portatile’, a dirla con Alain Badiou, come una compagna fedele e con tutto il suo non comune portato agapico l’idea di “interdipendenza generale in cui tutti siamo inseriti”, come ci ha insegnato in particolar modo il pensiero complesso nel consegnarci gli strumenti per liberarci dalla letargia epistemica che ostacola di fatto a farla nostra. In tal modo si riescono a cogliere tutte “le implicazioni” di tale stato di cose, ma a partire dal fatto che essa “non è distribuita in modo uniforme” per la divisione tra “ricchi e poveri, Nord e Sud, Stati rivali” e altre dicotomie per lo più di natura artificiosa che distolgono lo sguardo dai problemi più urgenti. Ma per affrontare adeguatamente le diverse “sfide economiche ed ecologiche” che ci attendono, non bastano gli sforzi dei movimenti ambientalisti, ma serve a tutti livelli organizzarsi per preparare “un’offensiva ideologica abbastanza potente da offrire un’alternativa genuina all’ideologia neoliberista”; e questo a partire dal fatto che di fronte alle “emergenze di breve termine che impediscono di pensare a lungo termine”, è necessario porre un freno “alla perversione del mercato, alla sua hybris, incarnata al massimo grado dal capitalismo finanziarizzato che impone la sua legge al mondo intero”. E l’opinione pubblica viene invitata a prendere atto della necessità di introdurre, ad esempio, “una primissima misura, quella di fare pagare le “tasse legittime” alle grandi imprese, del resto applicate negli Stati Uniti sino agli anni ’70, per finanziare il vasto campo del sociale, campo che sta soffrendo molto di più rispetto agli altri le ‘dismisure ‘ in atto; per affrontare la transizione ecologica, si ritiene uno strumento utile “introdurre in ogni Paese un reddito minimo garantito per evitare di sprofondare nella povertà”, ed il tutto con l’aggiunta di “un divieto puro e semplice dei paradisi fiscali”, ritenuto “uno dei motori centrali del capitalismo rentier” oltre al controllo dei governi attraverso il debito. Sono pochi interventi frutto di un realismo di fondo, ma che possono ‘cambiare’ se messi in atto in modo strutturale l’andamento generale del nostro essere comunità oltre a farci riscoprire quella dimensione della Modernità, tenuta ai margini, come la fraternità e di farci entrare nel suo ‘secolo’, a dirla con Mauro Ceruti, che può diventare quello nostro.
Ma tutto questo esige “una rottura netta con l’ideologia neoliberale e con il capitalismo finanziario” e contestualmente un lavorare ad “un universalismo plurale” per costruire “i principi di comune umanità e di comune socialità”; e questa “immensa sfida” è tale a livello antropologico per arrivare ad “accordarsi su una visione minimamente condivisa su ciò che costituisce l’umanità” anche perché nella cornice cosmopolita “dell’interdipendenza generale, siamo tutti esseri umani in un processo di divenire comune (human co-becomings)”, condizione che può aiutarci a non essere in balìa di un’altra ‘dismisura’, quella rappresentata dalla “hybris transumanista” presente in certi esiti nell’Intelligenza Artificiale che allontanano gli esseri umani dall’idea di “accettare la loro costitutiva fragilità” ed insieme quella dell’intero Pianeta. E le ultime pagine di Convivialismo o barbarie non potevano non affrontare il cruciale tema del destino della democrazia, del suo venir meno in molti contesti; se ne individuano alcune ragioni come l’economia globale dominata dal capitalismo rentier che tende a mettere da parte “tutto ciò che è collettivo, tutte le forme di solidarietà” per aumentare i consumi col creare così un “triplice panico: un panico economico, un panico ecologico ed un panico identitario”, che stanno investendo il mondo intero. Per questo si auspica “un Parlamento Mondiale dei Cittadini”, frutto degli sforzi e della mobilitazione dei movimenti sociali e di “autorità morali, intellettuali, scientifiche e religiose del nostro tempo” che tra l’altro sarebbero espressione della “coscienza globale dell’umanità”, modalità per rafforzare la dimensione cosmopolitica della democrazia e nello stesso tempo nel considerarla come unico strumento per gestire in meglio il nostro tempo, ‘tempo della complessità’ a dirla con Mauro Ceruti; ma gli autori stessi del terzo Manifesto si chiedono se tutto questo è un sogno: “sogniamo un po’ (ma non troppo)” nel vedere che negli anni 2050 alcuni di questi obiettivi si saranno realizzati come l’inversione di tendenza “dei trend catastrofici”, la formazione di una “opinione pubblica mondiale”, “una inventività democratica senza precedenti”, l’attività di impresa più legata “al bene comune””, “la drastica riduzione delle disuguaglianze”, la riduzione della povertà, il contenimento del riscaldamento globale, “il razzismo in via di estinzione”, ”i conflitti risolti dal Parlamento Mondiale dei Cittadini”.
Convivialismo o barbarie è un invito a confrontarci con tale “utopia concreta” in quanto molti degli obiettivi sono raggiungibili e non irrealistici; e nello stesso tempo mira a “delineare un percorso praticabile dal desiderabile al possibile, e poi dal possibile al reale” anche se il tutto richiede un cambiamento radicale dalla società alla cultura, dall’economia alla politica a partire da “noi stessi, tutti insieme” nell’unire i nostri ideali ed aspirazioni. Siamo tutti invitati ad operare negli “interstizi del sistema” col creare dal basso “comunità conviviali, società alternative, economie solidali, culture emancipatorie e democrazie partecipative”, come fece Simone Weil, ad esempio, per il mondo della fabbrica per rendere ‘la condizione operaia’ più umana, meno alienante e meno soggetta alle sole logiche del profitto. Ed è condivisibile anche in nome di un sano realismo l’esortazione finale espressa nell’invito “Sì, possiamo” ad avere fiducia nella possibilità di realizzare quello che può sembrare, date le circostanze attuali, solo un sogno anche perché una seria opzione realista è sempre connessa ‘con il razionalismo, con la realtà della mente umana, della creatività umana e della sofferenza umana’ a dirla con Karl Popper, e frutto dell’abitare in prima persona le contraddizioni che in tal modo possono generare processi emancipativi. Sta a noi, pertanto, a non ridurre Sì, possiamo ad uno slogan o ad essere un semplice “wishful thinging” di natura sentimentale e ripiegato su noi stessi, ma a dargli un volto concreto per farlo parte di un progetto più organico teso a creare le condizioni basilari per realizzare tale ‘utopia concreta’ a partire dal mettere in moto nei vari contesti ‘l’alleanza con tutto ciò che nel mondo è albeggiante’, per usare delle espressioni di Ernst Bloch espresse in Il principio speranza.


























