
Il contributo di Piero Dominici
I pensieri dominanti hanno delle ‘impalcature’ concettuali non facilmente individuabili per il loro mettere insieme ‘certezze generali’, per lo più di dubbia provenienza, mischiate ed intrecciate con la ‘cupidigia’ di quelle particolari, per usare delle espressioni di Gaston Bachelard, col portare spesso ad una lettura a senso unico o ‘tendenziosa’ di certi risultati scientifici e arrivare a trasformare in ‘dogmi’ ciò che sono solo ‘ipotesi’, a dirla con Pavel Florenskij; e non si limitano ad imporre un certo punto di vista, ma lo rendono naturale da farlo sembrare incontrovertibile e privo di alternative reali, a partire dal linguaggio in uso e di conseguenza dal modo di pensare dove si assiste sempre di più a quel processo di ‘semiosi degenerata’, come lo chiamò Umberto Eco, che porta nell’interpretazione dei dati al rifiuto di ogni confronto con i fatti reali. Si rende così particolarmente difficile il lavoro del pur necessario smontaggio di tale meccanismo con le sue logiche e diventato un vero e proprio apparato ideologico, oggi più che mai rafforzato dall’uso delle tecnologie simulanti che, forti del fermo ancoraggio a sistemi sempre più formalizzati, sembrano neutrali, ma non lo sono affatto per gli interessi che ne orientano i percorsi; ed è sempre stato compito del più sano pensiero filosofico-scientifico di ogni tempo individuarlo e nato, non a caso grazie ai Maestri Greci, col preciso compito di separare il vero dal falso e l’essenziale dall’apparente, di costruire dei saperi e delle pratiche di vita, come l’educazione e la stessa vita democratica, con fondamenti più stabili e meno legati alla doxa e ai desiderata di qualche individuo o gruppo. Ma nel tempo, in seguito a diverse catastrofi, a partire da quelle del pensiero per gli scivolamenti di impronta assoluta in quelle ‘prigioni dello spirito’ da esso stesso messe in piedi a dirla con Hélène Metzger, è emersa sia pure faticosamente la coscienza della strutturale fragilità di ogni costruzione concettuale ed insieme della necessità di ricostituirla; ma in tali rinnovate operazioni ‘si fa tesoro’, nel senso biblico del termine, del pieno di incognite ed errori tipici dell’esperienza umana che, come tale, è sempre alle prese con la continua resistenza e ‘rugosità del reale’ nel tentativo di coglierne i ‘mille significati’, nel senso avanzato da Simone Weil, e mai riducibili a punti di vista normativi.
Ma dato che gli ‘ismi’, come li ha chiamati il neurologo Gerald Edelman in Sulla materia della mente, sono infiniti e continuano a sbucare dappertutto con ripercussioni in ogni ambito dell’umano, occorre una battaglia continua per diagnosticarli come una malattia del pensiero tout court, come una ‘patologia della verità’, per usare un’espressione di quel gruppo di matematici francesi riunitisi a partire dagli anni ’30 del secolo scorso, sotto il nome di Nicolas Bourbaki, per far fronte ai cambiamenti in corso nella loro disciplina a partire dai lavori di Bernhard Riemann; ma sono da un lato espressione delle policrisi in corso in ogni settore dell’umano e dall’altro, nello stesso tempo, segnali di ‘mancanza di pensiero’ adeguato per farvi fronte, come ci hanno indicato quelle esperienze di vita e di pensiero di Edgar Morin e prima ancora di Pavel Florenskij e Romano Guardini (Come fare sempre più nostri Pavel Florenskij e Romano Guardini, 2 aprile 2026). Ed oggi sono abbastanza maturi i tempi per mettere in atto in ogni contesto una rinnovata e più incisiva ‘militia filosofica’ nel senso avanzato da Federico Cesi quando fondò nel 1603 l’Accademia dei Lincei per combattere i vecchi pregiudizi e rafforzare i valori veritativi impliciti nella nuova fisica; ed in tal senso, sulla scia del continuo approfondimento dei contributi dei Maestri del pensiero complesso, sono orientati i trentennali lavori di Piero Dominici ed in particolar modo, dopo Oltre i cigni neri, l’ultimo dal titolo Proprietà emergenti. Emergent Properties: dimensioni qualitative del Sociale e sfide epistemologiche dell’Intelligenza Artificiale (Collana Laboratorio Sociologico, Milano, F. Angeli 2026).
Dopo una ulteriore ma sempre necessaria denuncia dei riduzion’ismi’ in quanto sempre presenti nell’annidarsi nelle diverse pieghe dell’umano, Piero Dominici ci invita ancora una volta ad essere résistants par complexité, per parafrasare un’espressione di Georges Canguilhem usata per spiegare le ragioni morali e teoretiche dell’impegno nella Resistenza francese del giovane Jean Cavaillès, poi fucilato dai nazisti; in tal senso, poi, è orientato il suo continuo impegno nel blog, per Il Sole 24 Ore, dal significativo titolo ‘Fuori dal prisma’ proprio per uscire dagli ‘ismi’ imperanti e contribuire a creare le basi della coscienza di una vera e propria episteme sociale. Ma sta a noi essere gli artefici primari di tale conquista razionale nel liberarci dalle illusioni di certa Modernità con le conseguenti ed inevitabili umiliazioni gnoseologiche subite; ed il tutto si regge su un faticoso processo dove diventa più che mai necessario fare i conti in modo strutturale con ‘l’errore’ e di non considerarlo più un ‘male’ come aveva indicato Gaston Bachelard nel prendere in esame le vie che hanno portato alla ‘formazione dello spirito scientifico’ ed i relativi ‘ostacoli epistemologici’. E con la centralità epistemica assegnata all’errore, si arriva a che fare con ‘l’indeterminato’, ‘l’emergente’ e ‘l’imprevedibile’, “categorie” ritenute costitutive dell’umano e soprattutto in difesa di esso per non essere succubi della tecnocrazia o, meglio, del paradigma a senso unico che la sorregge; e la ‘militia filosofica’ proposta deve mirare in primis a cogliere questo ennesimo ‘ismo’ di fondo molto più sofisticato rispetto a quelli tradizionali, in quanto al suo interno ‘certezze generali’ si reggono sulla ‘cupidigia’ delle certezze ‘particolari’ per i sempre più sofisticati apparati formali che ne sono alla base col formare così un vero e proprio ‘impero’, a dirla con Giuseppe Longo. Una volta individuate le diverse articolazioni, operazione che serve per smascherarne la presunta neutralità, l’engagement successivo è indirizzato ad ‘orientare’ la tecnologia accettandone le continue ”sfide” come quelle poste dall’Intelligenza Artificiale, nel costruire insieme delle modalità per conviverci, come ci ha insegnato prima da una parte Gilbert Simondon nel proporci una organica filosofia delle tecniche (Come un discorso sulle tecniche esige sempre più un pensiero filosofico, 20 agosto 2026)), e dall’altra recentemente Papa Leone XIV nell’indicare degli strumenti per ‘la custodia della persona umana’ in Magnifica humanitas e nel metterci in guardia dal nuovo ‘colonialismo’ rappresentato dal possesso dei dati in poche mani.
Dominici ci inoltra nei diversi volti che assume l’essere complesso dove sono di casa quelle ‘categorie’, non solo di natura teoretica, che sono l’errore, l’indeterminato, l’emergente e l’imprevedibile operanti nei vari contesti e che ben metabolizzati, possono aiutare a mettere in atto quella che chiama “rivoluzione epistemologica” o “nuova epistemologia” per rispondere adeguatamente alle varie “sfide”, a partire da quella “educativa nella civiltà dell’intelligenza artificiale”; e ci invita con “urgenza” ad “educarci alla complessità” dove la via maestra in primis è ritenuta quella di “abitare l’errore e l’emergente”, strumenti indispensabili “per umanizzare la conoscenza” e avere la coscienza che in ogni circostanza ci comportiamo da ‘alianti’ (La complessità come un aliante, 2 febbraio 2023), pur avendo a disposizione i più sofisticati algoritmi che ci illudono di essere immuni dalle contingenze e di essere padroni della nostra vita. Si delineano dei percorsi indirizzati a fare entrare nell’episteme sociale con tutta la sua forza dirompente l’idea che in ogni reale, sia umano che naturale, non esistono e non sono mai esistite delle variabili indipendenti che agiscono separate le une dalle altre; e dal loro gioco intrecciato con i diversi enjeux messi in moto scaturiscono dei processi retroattivi nel senso che vengono ad investire altre importanti parti del sistema entro cui operano col creare delle ‘conseguenze non intenzionali’, per usare uno strategico concetto tratto da quella corrente di pensiero sociologico che va sotto il nome di ’individualismo metodologico’ con trovare la sua origine prima nei lavori di Max Weber per essere poi sviluppato nei lavori successivi di Raymond Boudon in Francia ed in Italia da parte di Dario Antiseri e della sua scuola.
Se sul piano della ricerca in ogni campo, attraverso la ‘militia filosofica’, si ottiene l’effetto di disintossicarsi dalle visioni unilaterali (La complessità come disinfettante, 27 agosto 2020) e di prendere atto in modo definitivo che per spiegare un fenomeno non basta trovarne una unica causa, sul piano umano più generale “educarci alla complessità” per Dominici è quasi un esercizio di libertà, è dare spazio allo spirito democratico in quanto la “democrazia è complessità” essa stessa nel valorizzare “la molteplicità e la diversità”, nel fare avviare ad ogni livello processi di interdipendenza e nell’aprire in modo programmatico alle relazioni col ridimensionare le logiche dell’aut aut che hanno inondato la nostra Modernità; e tutto questo porta a dischiudere “scenari incerti e indefinibili” ma col loro carico di possibilità ed un simile processo, generativo di per sé, ha come ‘effetto’ non intenzionale quello di fare “emergere ciò che non è osservabile”. Tale benefica operazione, per non dire agapica nel senso giovanneo del termine, ha come sbocco quello di rendere “evidenti i nostri limiti” col costringerci a fare i debiti conti con essi, cosa che certa Modernità ha messo spesso da parte e che oggi viene fuori da ogni contesto che si prende in esame da non poter più ‘mentire’ su di essi, a dirla con Simone Weil. Ma tutto questo è assente, come un male da evitare, nell’ingranaggio messo in atto da quella che Dominici chiama “Società-Meccanismo, edificata su tecnocrazia e tecnoscienza”, “civiltà sempre più programmata e automatizzata” che non tollera l’errore e l’imprevedibilità, tipici di ogni forma di vita, col favorire gli “specialismi” e “saperi tecnici”, la ‘cupidigia’ delle certezze particolari, ma che chiusi in se stessi ci allontanano dalla responsabilità, dimensione dell’umano, e soprattutto dalla capacità di pensare possibili alternative allo status quo nel renderci alla mercè delle false dicotomie.
E tutto Proprietà emergenti, per evitare il deficit di pensiero, è un invito costante a fare i conti sino in fondo con “le straordinarie scoperte scientifiche e tecnologiche degli ultimi decenni” che ci hanno messo di fronte a evidenze che danno una nuova immagine della vita nelle diverse articolazioni dove regnano errori, incertezze e “la massima imprevedibilità” col segnare una “frattura epistemologica” nel senso avanzato da Gaston Bachelard, rispetto anche al recente passato; ed il passo successivo di una collettiva ‘militia filosofica’ da fare per Dominici è quello di rendere tali categorie delle vere e proprie “dimensioni esistenziali”, per ripensare sia il ‘theatro’ della conoscenza, a dirla con Federigo Cesi, e i vari livelli che la contraddistinguono sino a ridefinire i contorni della stessa scienza, e sia il piano più generale dell’umano col dare il debito conto all’esperienza umana che di per sé sfugge da “ogni visione meccanicistica della Società e della Vita”. Quasi ogni pagina è un modo per tracciare la strada rivolta alla “ricerca dell’Errore,”, per fornire le basi di “una cultura dell’errore”, di una civiltà che facendo tesoro di esso superi quella che viene chiamata No-Knowledge Society, dove non si dà la giusta importanza ai processi educativi pur in presenza di molte conoscenze a disposizione con “la crescita esponenziale dell’ignoranza, del conformismo e dell’etero-direzione” e la conseguenziale “illusione seducente e autolesionista della ‘facilità’ totale”. In tal modo si possono abbozzare gli strumenti per lavorare a confrontarci con “la sfida ultima, quella educativa” finalizzata a far “riconoscere i legami, le connessioni e le interdipendenze tra le parti, i processi, i fenomeni, le persone” e a “ritessere una trama e ricordare che il fattore umano è dentro ogni meccanismo”, che poi è il lascito della ragione complessa col suo carico di doni razionali; e tra questi, il più urgente, è quello primario di educarci a non essere più vittime della razionalità strumentale con i suoi numerosi ‘ismi’ che ci hanno dominato, e che continuano ancora ad essere largamente presenti, e di orientare “il paradigma della civiltà ipertecnologica sistematicamente progettato, edificato e co-costruito proprio con l’obiettivo sistemico della marginalizzazione dell’Umano, in quanto ‘portatore’ di errore, imprevedibilità, incertezza e assunzione di responsabilità” e di senso critico. Il senso critico, che poi è la prerogativa del più sano pensiero filosofico-scientifico europeo a dirla con Benedetto XVI, è frutto proprio dall’aver sempre convissuto con l’errore, anzi con un ‘cimitero di errori’ per parafrasare un’espressione di Federigo Enriques, e accettato come una dimensione strutturale sine qua non sino ad essere il plafond del ‘fenomeno umano’ e della ‘stoffa umana’, per riprendere delle idee di Pierre Teilhard de Chardin (Pierre Teilhard de Chardin, una figura sempre più vicina a noi, 26 giugno 2026).
E dato che oggi più che mai, per seguire delle indicazioni di Michel Serres, come umanità intera per la prima volta nella storia stiamo giocando con le sorti di quelle che chiamava ‘totalità viventi’ dal clima e alla Terra, educarci all’errore, ai limiti e a ciò che può accadere, anche con degli effetti non intenzionali delle nostre scelte ma che possono rivelarsi ‘ribelli’ ed ‘esplosivi’ nel senso avanzato da Lech Witkowski in Saggi ribelli (Come essere ‘ribelli e produrre ‘effetti esplosivi’ in nome della complessità, 23 ottobre 2025 ), spinge a mettere in atto in ogni contesto strategie globali, a progettare su larga scala “la società della condivisione (sharing society)”, le uniche possibili vie per far fronte alle policrisi e prendere di petto i mutamenti di fondo in corso ad ogni livello; e Proprietà emergenti ci sprona in tal senso a costruire le basi di un percorso comune a partire dal ridefinire i nostri orizzonti, cognitivi ed esistenziali sempre più intrecciati, dove il custodire l’Umano non è più frutto di una semplice perorazione di un principio, ma la priorità delle priorità col respingere le soluzioni ad una dimensione che ancora costellano le scelte che si mettono in atto.



























