
Il contributo di Domenico Burzo
In ambito europeo, il panorama culturale italiano in questi ultimi anni si sta distinguendo nel fare conoscere una delle figure più rappresentative del pensiero filosofico-scientifico russo del primo Novecento come Pavel A. Florenskij. Lo si deve soprattutto agli sforzi di Silvano Tagliagambe, che da tempo lo ha reso oggetto delle diverse ricerche per essere il suo percorso ‘una risposta alle sfide del presente’. Il lungo confronto con i suoi scritti e, soprattutto, con la non comune esperienza di vita, dominata da una parte dal ‘fuoco della verità’ (Pavel Florenskij: il fuoco della verità, 16 gennaio 2020) e dall’altra tesa all’unità dello scibile (Una vita per l’unità dello scibile, 30 luglio 2020), si è concretizzato nell’aver messo in piedi una specifica collana, Eredità di Pavel A. Florenskij. Opere e Studi, per la Casa Editrice Mimesis. In tale non comune ‘progetto editoriale’, che si avvale dei contributi di diversi studiosi sia italiani che stranieri, sono state già presentate in edizione italiana alcune opere di Florenskij, Gli immaginari in geometria e Primi passi della filosofia, che insieme ad altre già in circolazione lo stanno rendendo sempre più una figura strategica del pensiero mondiale. Lo testimoniano anche i diversi studi che arricchiscono la collana con lo scopo, tra l’altro, di far conoscere figure e momenti del panorama filosofico-scientifico russo come, ad esempio, il filosofo naturalista Vladimir I. Vernadskij, fondatore della biogeochimica, scienza dettata dalla necessità di ‘comprendere i fenomeni nella loro globalità’. Tale figura si sta rivelando, a sua volta, un punto di riferimento per i dibattiti attuali, per aver messo sul tappeto, già negli anni ’20-’30 del secolo scorso, questioni riguardanti l’Antropocene, come scrive lo stesso Tagliagambe nella lunga introduzione a Dalla biosfera alla noosfera, con lo scopo di inserirlo nel contesto della cultura russa, che da Dostoevskij a Mendeleev, è già caratterizzata tra ‘800 e ‘900 da una visione unitaria del mondo, clima entro cui venne a maturazione il poliedrico percorso di Florenskij.
Tra gli studi presenti nella collana, tutti rivolti a cogliere ‘la ricca polifonia’ di quello che è stato chiamato non a caso il ‘Leonardo da Vinci’ russo, si segnala il poderoso volume di Domenico Burzo Guardare alLa Totalità. Polarità e antinomia tra Romano Guardini e Pavel A. Florenskij, con prefazione di Hanna-Barbara Gerl-Falkovitz (Milano-Udine, Mimesis 2023). Tali figure, in modo organico e sulla scia di alcuni importanti lavori di Lubomir Žak e di Silvano Zucal che le considerano ‘una sfida per l’Europa’ per il loro particolare modo di ‘abitare la frontiera’, vengono inserite in primis in un percorso incentrato sull’ottica della complessità, in quanto hanno visto rispettivamente il ‘mondo come un insieme, una realtà unica’, e ‘con occhi nuovi ed in maniera nuova’, come hanno scritto nelle diverse opere. Questo elemento viene evidenziato in particolar modo nella prefazione, dove si parla del fatto che entrambi tali pensatori hanno messo in piedi “un grande disegno: verso una filosofia dell’“intero”, percorso con cui occorre confrontarsi. Per tali ragioni e per gli originali contributi dati, vengono ritenute figure “tra le più grandi e limpide del panorama filosofico e teologico del Novecento”, avendo dato importanza a questioni cruciali “per l’uomo contemporaneo”, come “l’imporsi della tecnica” e non solo. Il tutto è però scaturito dalle “sollecitazioni” avute in seguito ad un precedente lavoro dello stesso Domenico Burzo come La conversione di un uomo moderno. Pavel Florenskij e il sentiero dell’esperienza religiosa (2020), che lo hanno portato alla concreta “possibilità di un incontro”, trovando connessioni teologico-filosofiche, “con le loro molteplici implicazioni”, tra il pensiero di Florenskij e quello di Guardini, sulla scia di importanti indicazioni di Hanna-Barbara Gerl-Falkovitz, autrice a sua volta di diversi lavori sulla Weltanschauung cristiana di Guardini.
Da tale non comune “incontro” è scaturito un “dialogo tra giganti” del pensiero del ‘900, basato sullo ‘star-di-fronte’ ai loro vissuti, proprio nel senso di Guardini, come lo è stato a sua volta Papa Francesco che lo ha fatto oggetto di costante interesse (Jorge Mario Bergoglio filosofo, 17 dicembre 2020). Nelle numerose pagine emerge tutta “la levatura teoretica e spirituale di Guardini e Florenskij”, considerati “due Maestri le cui parole non smettono di confortare la vita” per le loro “grandi domande”, all’interno di un percorso teso in modo organico verso “una Weltanschauung integrale” di ispirazione cristiana, in grado di combattere le visioni frammentarie dei saperi e del mondo, che poi diventano il veicolo di visioni semplicistiche. Tutto il lavoro Guardare alLa Totalità si rivela un costante invito a non “relegare” queste due figure “nell’ambito stretto di ciò che, con malcelato disprezzo” viene chiamato “filosofia religiosa”; e non a caso si concentra su due punti di forza del loro percorso come la polarità o opposizione polare (Romano Guardini cuore pensante della polarità, 29 ottobre 2020) e l’antinomia, “struttura antinomica del vero”, struttura portante di quel ‘cielo incarnato’ a cui ha dato vita Florenskij, per usare il titolo che Silvano Tagliagambe ha dato ad un suo altro lavoro che ne studia l’epistemologia del simbolo. Esse sono vere e proprie categorie di pensiero che hanno irrobustito di ulteriori articolazioni concettuali il già ricco vocabolario filosofico; e sono espressione della ‘verità vivente’, per usare il lessico di Florenskij, e frutto di “due uomini in cammino” avvolti dalla “gioia del concreto” e alla ricerca del “concreto-vivente”, proiettati come “due traiettorie” verso “una unica verità”, avendo gettato entrambi ‘il seme di una vera universalità’, come ebbe da dire già negli anni ’50 Josef Weiger a proposito di Guardini. Burzo evidenzia in tal modo il carattere quasi ‘musicale’ che esprime “la natura dinamica dell’intelletto” col mettere in atto “un pensiero circolare e reticolare”, contro il pensiero di impronta quantitativo-razionalista. Tale approccio è ritenuto più in grado di cogliere l’essenza qualitativa del concreto-vivente, con il suo ‘ritmo’ ed ‘il palpitare ritmico dei temi che si compenetrano reciprocamente l’un l’altro… intrecciandosi tra di loro fino ad assomigliare ai tessuti di un organismo’ grazie al ‘modo dialettico’ messo in moto, come hanno scritto quasi all’unisono sia Guardini che Florenskij.
Il vissuto-concreto, vissuto sino in fondo, comporta di ‘contemplare il mondo come un insieme’ per superare ciò che si presenta “come mera contraddizione, di cui Florenskij e Guardini ebbero una percezione drammatica”; e il tutto è finalizzato, a dirla con Guardini, a superare ‘l’aporia del problema gnoseologico’ per introdurre ‘un modo di conoscere più vicino alla vita’, l’unico modo per non cadere nelle forme di riduzionismo ereditato dal passato e portatore di effetti ‘babilonizzanti’ perché basati sulla forza, a dirla con Simone Weil. La lettura di una delle opere più importanti di Florenskij come La colonna e il fondamento della verità che Burzo ci consegna, aiuta infatti ad individuare “la medesima aporia”, dovuta al fatto che l’uomo moderno ha perduto ‘il carattere specifico della verità’, immerso nella logica ferrea del principio di identità dove ‘l’Io=Io’ è ‘spirito di morte, di vuoto, di annientamento, autoaffermazione che non sintetizza nessun elemento reale’, col diventare solo ‘l’urlo dell’egoismo messo a nudo’, in balìa della forza cieca della rigidità e della chiusura in sé. Per questo, come Lubomir Žak ha ben chiarito, sia in Guardini che in Florenskij ci si trova di fronte ad un percorso non comune di ‘verità come ethos’, di un ‘allargamento della ragione’, unico modo per cogliere ‘la complessità del reale’, di mettere in campo un sano realismo, ‘il realismo come visione del mondo’. Esso affonda le sue radici nei principi trinitari e sostanzia non a caso la ‘mistica e la teodicea’ trinitarie di Florenskij col pieno portato di dimensioni relazionali, che si rivela essere un modo per mettere da parte, oggi più che mai, le logiche devastanti dell’aut aut e creare le basi dell’et et, di una vera e propria filosofia del ‘tra’ (Una filosofia del tra, 8 ottobre 2020), che i lavori di Guardini e di Florenskij tra l’altro ci consegnano in eredità per aver abbracciato in anticipo temi e problemi del ‘tempo della complessità’, a dirla con Mauro Ceruti.
Come risulta da questo intenso e particolare ‘dialogo’ tra i ‘due giganti’ che Burzo ci dona, si può vedere all’opera un modello di razionalità agapica, nel senso giovanneo del termine, che ha trovato spazio in questi ultimi anni grazie alla ripresa, non solo in campo teologico, dell’Ontologia Trinitaria di Klaus Hemmerle (Per una ragione agapica: il dono del Manifesto, 21 luglio 2022). Essa ci permette di ‘riformare il pensiero’ e ascoltare l’urlo del mondo contemporaneo assetato, a causa delle policrisi in corso, di ‘un radicale cambio di paradigma’ per far fronte ‘alla drammaticità della congiuntura storica che stiamo vivendo’, come ha affermato spesso Papa Francesco (‘L’ascolto delle scienze’ come ‘profezia sociale’, 28 febbraio 2026). E tra le diverse implicazioni teologico-filosofiche di questi percorsi presi in esame nell’intensa parte seconda di Guardare alla Totalità, emergono in tutta la loro crucialità le ‘possibilità e prospettive della Weltanschauung cristiana’, frutto sempre della volontà dei pensatori presi in esame di conoscere il mondo ‘partendo dalle cose’, per arrivare all’“unitotalità del Vero” e alla ‘pluridimensionalità del vivente’ – per usare un’espressione dello stesso Guardini –, che è al suo interno intessuto di “strutture intersecantesi ed energie convergenti in un centro”. Tale ‘ragione nuova’ ha gli strumenti adeguati per ‘nominare la realtà’, e, quindi per comprenderla, per costruire a partire da essa il ‘mondo’ con l’aprire il ‘Cuore impavido della Verità immutabile’, come ha scritto a sua volta Florenskij sempre in La colonna e il fondamento della verità. Tale testo si rivela, per Burzo, strategico per ridisegnare su nuove basi “l’antinomicità del dogma della redenzione”, la liturgia, il culto, per sviluppare ‘una filosofia del culto’, aspetti condivisi e delineati da Guardini in Formazione liturgica. A tutto questo viene affiancata un’accurata analisi di quella che viene chiamata “meravigliosa rete di simboli” incentrati sul ‘centro di tutti i centri’, ‘il pilastro più saldo e più ontologico della Terra’, come scrive Florenskij, la “roccia immobile in cui è piantata la Croce”.
Molto interessanti si rivelano inoltre le pagine dedicate da Burzo al “senso dell’opera d’arte”, al suo “valore e al significato” dati sia da parte di Guardini che di Florenskij, in quanto in essa si assiste alla ‘creazione continua’ in cui’ vengono ad incarnarsi intensi “significati spirituali” e dove “si vivifica il contesto esistenziale in cui è sorta”. Per tali ragioni entrambi accusano la musealizzazione, la ‘rabies museica’, forma semplificata di collezionismo che per Florenskij ‘toglie la vita e l’anima,’ e criticano la caduta nell’estetismo che fa perdere il senso ultimo dell’arte, la quale è essenzialmente ‘splendor veritatis’ – come Guardini l’ha definita –, in quanto con essa si entra in ‘contatto vivo con la realtà stessa’, si scoprono l’essenza del mondo e “la forma intima delle cose”, sino a ‘condurci a realtà inaccessibili ai nostri sensi’. Burzo ci offre una lucida analisi della concezione dell’arte in Florenskij, che assegna ad ogni artista, nel perseguire ‘la verità della vita’, il compito di indicare un percorso che ‘ci conduce a realibus ad realiora’, col rimandare infine al “realissimum da cui ontologicamente dipendono tutte le cose”, offrendoci così una visione “escatologica” dell’esperienza artistica.
Un altro non secondario tratto in comune intravisto da Burzo, sulla scia di indicazioni prese dai lavori di Žak e Zucal, è l’importanza data da Guardini e Florenskij al linguaggio, al “valore della parola”, alla “cultura della parola”, per arrivare ad una vera e propria ‘ascesi della parola’, ritrovarne il senso ed evitare di cadere nella ‘volgarità del pubblico chiacchierio’. Quest’ultimo fenomeno viene spesso denunciato dal pensatore russo, che in diversi scritti sottolinea invece‘la natura magica della parola’, la sua antinomicità e la dimensione ‘conoscitiva nel guidare lo spirito al di là dei confini della soggettività’, nell’essere ‘mediatrice tra il mondo interno e il mondo esterno’. La lingua è un ‘dono’ verso cui bisogna essere responsabili, poiché la parola è un ‘concreto-vivente’ che ‘nasce nell’animo umano come suono e come significato’. Per questo motivo Guardini la considera a sua volta strategica, in quanto in essa, in un certo momento, può ‘approdare la vita interiore’, e in una data ‘situazione comunicativa’ può dare vita al dialogo con l’altro in quanto ‘scarica di vita interiore’ nel reciproco ‘dare e nel ricevere’. Non a caso, sulla scia di questi contributi, Burzo sottolinea il fatto che “tutto è stato fatto per mezzo della Parola”, dovuto al Suo “ingresso nella carne umana”, dove il “Verbo eterno del Padre” venne ‘nella sua proprietà’, come ha scritto Guardini.
Ma dove Burzo nota un’altra convergenza non di poco conto, come frutto esperienziale della due categorie di polarità e di antinomia messe in campo, è in quella che chiama “terza via florenskijana e guardiniana”, che sta alla base della comune idea di “cultura” come visione dell’intero, con la coscienza critica che ‘al di fuori dell’intero le cose prese singolarmente non esistono o esistono in modo errato’, come hanno evidenziato con forza i due pensatori nel superare il contrasto tra cultura e natura: “pur non essendo riconducibili l’una all’altra natura e cultura sono congiunte in profondità”. Per Guardini, ‘la cultura è congiunta alla natura, compenetrata di umanità’. Ed è questa eredità che per Burzo va valutata “alla prova del presente” per far fronte alla “deriva della modernità” che ha fatto dell’autonomia il perno della sua strategia, la quale si sta rivelando riduttiva nella situazione attuale per aver portato al ‘distacco tra umanità e scientificità’, come ha scritto Florenskij nelle sue memorie intitolate Ai miei figli. Pertanto, sia Guardini che Florenskij ci consegnano ‘i germogli di un nuovo tipo di cultura’, più in grado di comprendere ‘la terra, l’umanità, la storia come una totalità’, a dirla con Guardini. Entrambi ci hanno fornito gli strumenti per mettere in campo ‘una nuova coscienza cosmica’, libera dagli assoluti che ci siamo costruiti per mancanza di pensiero ‘dialettico’, ‘antinomico’, in grado di gestire l’imporsi della tecnica, di far fronte al ‘compito più grande che ci attende’, quello di esercitare ‘la sovranità dello spirito di fronte alle possibilità scientifiche e tecniche’ mettendo in campo, come comunità mondiale, ‘una nuova virtù: un’arte spirituale del governo’. Grazie a questo lavoro di Domenico Burzo, che ha sviscerato i diversi contenuti del pensiero di due figure con cui diventa sempre più necessario confrontarsi – perché prima di altri ci hanno portato, con mano e cuore, nel mondo della complessità –, possiamo coltivare insieme ‘una nuova base di intelligenza e di libertà’, un nuovo ‘punto di partenza’ per ‘innestare insieme la leva di comando’ e gestire con speranza i ‘nuovi eventi’, per parafrasare lo stesso Guardini, che si stanno verificando nel mondo attuale.


























