Il contributo di Giovanni Carrozzini

La storia del pensiero con le diverse rugosità che lo caratterizza, come del resto  una vita,  richiede  il più delle volte un impegno di lunga durata specialmente quando un suo protagonista, per varie contingenze storico-culturali, ha messo sul tappeto questioni cruciali che sono venute a maturazione, in seguito, anche nella stessa coscienza collettiva; esse esigono come tali ulteriori sforzi di comprensione in quanto frutto di un altro ‘a priori dello spirito’  nel senso che bisogna farsi  ‘contemporanei’, a dirla con Hélène Metzger, per coglierne tutto il carico di tensioni cognitivo-esistenziali non in linea e a volte in netto contrasto con gli strumenti e le sensibilità teoretiche a disposizione che arrivano  spesso  a  diventarestandard  sino a trasformarsi in veri e propri ‘ostacoli epistemologici’, come ci ha insegnato Gaston Bachelard. E tali figure come espressioni di una ‘ragione solitaria’, come diceva di sé stesso Federigo Enriques, prima o poi troveranno qualcuno che darà loro il dovuto ascolto col trovarsi il più delle volte nelle medesime condizioni con l’impegnare una intera vita; in tal modo si riesce a fare  entrare nelle proprie vene  i contenuti di verità apportati da una figura simile, anche se sono fuori dal circuito concettuale in voga ma ritenuti sine qua non, sino a costituire un Maestro che, pure morto, rimane vivo e fonte di costante nutrimento con svilupparne punti di vista e  intuizioni più salienti.

Ed è il caso di Gilbert Simondon (1924-1989), tormentata figura di  pensatore francese del secondo Novecento, rimasta sino a poco tempo fa in ombra pur avendo dato una serie di notevoli contributi alla cruciale questione della dimensione culturale della tecnica o, meglio, ‘dell’oggetto tecnico’, per usare una sua significativa  espressione; esso è stato visto come ‘espressione dell’umano’ preso nella sua singolarità in quanto  soggetto attivo di informazione e frutto, pertanto, del processo ‘ontogenetico’ che porta alla strutturazione dell’individuo, grazie all’insegnamento di Psicologia generale alla Sorbona e alla fondazione del Laboratoire de Psychologie générale et Technologie. Ma il tutto va inquadrato nei ricchi dibattiti, da poco tempo al centro di una riscoperta, avvenuti su tale tema nella tradizione storico-epistemologica del paese d’oltralpe; tale non comune plafond, che trova le sue origini prima negli Enciclopedisti e poi nella variegata letteratura positivistica sino ai lavori di Jacques Lafitte negli anni ’30 del secolo scorso, gli ha permesso di mettere in piedi un’organica filosofia delle tecniche e di farle entrare nella ‘cittadella della cultura’ come nostre compagne di viaggio, come ha scritto Simondon  in un’opera del 1958 Du mode d’existence des objets techniques. I suoi lavori vengono a colmare in tale campo una lacuna e si rivelano molto più ricchi sul piano storico-concettuale  di quelli più in voga di Martin Heidegger e della scuola tedesca;  si  perviene così ad una vera e propria ‘filosofia dell’individuazione’, come ha sostenuto nei suoi numerosi studi  Giovanni Carrozzini che ha contribuito, insieme ad altri pochi studiosi, a renderlo “il più grande pensatore delle tecniche del XX secolo” ed una vera e propria miniera per comprendere le dinamiche delle trasformazioni tecnologiche in corso (Gilbert Simondon nel contesto della sessione del 28 marzo 1987 della Sociétè Française de Philosophie sul tema dell’intelligenza artificiale,  21 maggio 2026).

E quasi una intera vita, sin dalla tesi di laurea del 2003, gli è stata dedicata con studi, traduzioni, diverse monografie, saggi vari, giornate di studio e altro sino a diventarne uno dei massimi interpreti a livello internazionale e membro del Centre International des Études Simondoniennes col  co-fondare l’Atelier Simondon presso l’École Normale Supérieure di Parigi ed essere presente con due interventi nel film-documentario di François Lagarde, Simondon du désert del 2012;dopo la pubblicazione di una monografia, Gilbert Simondon filosofo della mentalité technique nel 2011, e la non facile traduzione, sempre nel 2011, del fondamentale testo L’individuation à la lumière des notions de forme et d’information insieme col relativo Simondoniana. Commento analitico e storico critico, il tutto riproposto nel 2020 per la Casa Editrice Mimesis, Carrozzini è ritornato a confrontarsi ancora con tale figura con delle originali proposte editoriali confluite in due incontri immaginari  come Simondon mon ami. Un’intervista immaginaria prima, e poi Uno contro tutti. Un dibattito immaginario su tecnica e tecniche tra Gilbert Simondon, Martin Heidegger, Günther Anders, Hans Jonas e Hannah Arendt (Mimesis, Milano-Udine 2024 e 2025). Nell’insieme questi due dialoghi con Simondon hanno l’obiettivo  di attraversarne l’intero percorso nel configurarsi come un vero e proprio Enciclopedista sempre teso a combattere “i settari, gli scientisti, i positivisti dell’ultima ora” per rendere le proposte avanzate sulle tecniche molto più articolate grazie allo sforzo riflessivo e non ridotte al loro  aspetto puramente strumentale che certo heideggerismo in particolar modo ha alimentato per averne condotto un’analisi dall’esterno; esse vengono viste “da dentro e nella loro genesi” all’interno di un “umanismo allargato”  in quanto  sono essenzialmente delle invenzioni, frutto di un gesto  e nel  modo di concretizzarsi negli oggetti tecnici dotati così di uno specifico “modo di esistenza” con avere  una “complessità” tale che sfugge ad Heidegger  e alla sua scuola per aver ricondotto la “Tecnica all’utile” e all’economico.  Grazie alla forma colloquiale come tra due amici di lunga data, se ne ripercorrono le diverse tensioni teoretiche ed esistenziali che hanno condotto il pensatore francese  a gettare le basi di un discorso strategico per capire le trasformazioni tecnologiche grazie alla riflessione filosofica che va al di là delle “ipotetiche barriere segnate dalle epoche per riconnetterle in un dialogo continuo, costante e interminato”; le sue idee, pertanto, costituiscono un vero e proprio laboratorio razionale a cui attingere per comprendere le dinamiche in corso nella nostra società ipertecnologica e per averne una visione meno ideologica e nello stesso tempo lontana dai toni apocalittici con gli inevitabili sbocchi riduzionistici sempre presenti se viene meno lo sforzo riflessivo, costitutivo dell’umano.

Tale postura filosofica di fondo, inoltre, Giovanni Carrozzini la vede operante nell’intero pensiero  di  Simondon che non è stato solo un  ‘filosofo delle tecniche’ per aver allargato lo sguardo ad altre cruciali problematiche da essere così “un filosofo a tutto tondo” con avvertire più di altri i bisogni più impellenti della situazione contemporanea; non a caso viene considerato “un autentico sismografo delle crisi” per essere stato all’altezza del fare sue “le grandi domande del suo e del nostro tempo, fabbricando, per ciascuna di esse, risposte innovative”, aspetti che vengono presi in esame in un’ulteriore monografia dal significativo titolo Simondonian Rhapsody (Orthotes,  Napoli-Salerno 2024). Si specifica, per continuare il dialogo sia pure in modo diverso con una figura diventata così un Maestro chiamato col suo nome Gilbert, che tale lavoro  non si limita ad essere solo una raccolta di scritti, ma si presenta come una “storia di uomini, una storia di carne, prim’ancora di pensiero”, vera e propria storia “d’amore”; tale storia si rinnova continuamente e non può non produrre, pertanto, “testi sempre nuovi”, sollecitati anche da ineludibili problemi del presente,  coll’essere testimonianza di una “fedeltà a lui, al suo pensiero, alla sua opera” e di una “costante nékuia, che traduce il compito del vivente nei confronti del morto, del ‘proprio’ morto, in questo caso, del proprio ‘maestro morto’”.

Simondonian Rhapsody  produce nel lettore un analogo effetto, quello di confrontarsi con un autore  morto, magari ritenuto lontano dalle  preoccupazioni odierne, e di renderlo così ‘vivo’ come un indispensabile compagno di viaggio per aver dato voce a problemi primari come quello “dell’informazione, della morte, del progresso, della solitudine esistenziale”; grazie all’incontro-scontro con pensatori del calibro di Nietzsche, Sartre, Barthes e Lacan e sotto la preziosa guida di Antoine de Saint-Exupéry, col riportare all’inizio di ogni capitolo un’idea tratta da Il piccolo principe ed espediente ermeneutico che aiuta così a capire meglio l’aspetto preso in esame, Carrozzini evidenzia in particolare il modo di essere “un umanista” da parte di Simondon per aver dato degli strumenti per mettere in piedi “un nuovo umanismo, fondato del riconoscimento dell’uomo in ciascuna sua espressione” ed il tutto situato all’interno di “un afflato di dichiarato sapore rinascimentale”. In tale contesto si prendono in esame  alcuni scritti degli anni ’60 sull’informazione poi editi nel 2010, tema cruciale e quasi fondativo dell’intero percorso, per “il suo risvolto dinamico: informazione è “in-formazione” con i suoi processi di propagazione e amplificazione grazie ad una particolare lettura della Cibernetica e all’approfondimento della Gestaltpsychologie con arrivare a dire da parte di Carrozzini che “informare è una sfida contro l’entropia, contro la morte di un sistema”.

Nei capitoli successivi si sottolinea ancora di più di Simondon “lo spirito enciclopedico”, basato sul divenire e “prerogativa di una società democratica”,  prima attraverso l’analisi della sua visione del linguaggio nello scontro con quella di dizionario attraverso il confronto con Roland Barthes, autore del Dizionario Hachette del 1980, ma ritenuto carico di processi di “sostanzializzazione”, idea certamente ricavata da Gaston Bachelard grazie al fatto di essere stato suo studente;  e dopo ci si sofferma nel saggio Fondements de la psychologie contemporaine (1956-57) dove vengono prese in esame la psicologia dinamica e la psicoanalisi nell’affrontare quel “problema aperto: io e coscienza” all’interno della “sua filosofia delle fasi dell’essere” e dell’individualizzazione psichica dove prende piede “il problema del soggetto… realtà ben più complessa rispetto a quella dell’individuo… e che si modifica sulla scorta della conoscenza in fieri in ragione dei suoi potenziali inattualizzati”. Non meno interessante si rivela, nel prendere  ancora una volta più in profondità l’opera L’individuazione alla luce delle nozioni di forma e d’informazione, l’esame del problema della morte attraverso il confronto con le idee di Vladimir Jankélévitch con ritenerla sì a sua volta un ‘mistero’, sulla scia di Henri Bergson, ma un autentico “problema della vita”; per Simondon, ‘il carattere tanatologico appartiene all’individuo’ e agli individui pluricellulari oltre a costituire “uno strumento di comprensione per alcuni fenomeni di ‘simbiosi’ mutualistica fra individui viventi” e a rendere l’uomo in grado di “fondarsi su di una rete di significati” per loro natura “simbolici” che concorrono a ciò che viene chiamato non omnis moriar. Così le stesse tecniche, come gli aspetti affettivi e psichici presentano in modo strutturale l’aspetto del transindividuale, la “persistenza dell’individuo nella collettività” e si evolvono a livello sociale, idea che Simondon sviluppa nel fare sue alcune indicazioni di Pierre Teilhard de Chardin  relative all’ominizzazione collettiva, espresse in Il cuore della materia ed in Il fenomeno umano (Pierre Teilhard de Chardin, una figura sempre più vicina a noi,  26 giugno 2025).

Ma  c’è un altro aspetto altrettanto strategico del pensiero di Simondon che  diventa ancora più foriero di strumenti per l’oggi ed è quello del progresso  e del futuro che Carrozzini esamina  nel confrontarlo  per la polemica con un’altra figura, ancora meno nota, come quella di Raymond Ruyer che aveva denunciato i rischi dell’eccessiva meccanizzazione della società nel fare coincidere il progresso umano con quello tecnico (Raymond Ruyer: il ritorno della filosofia della natura, 9 settembre 2021); dopo averne scandagliato alcune fonti, si perviene ad una “visione pluralista” dell’idea di progresso basata sulle diverse oggettivazioni dell’attività umana e su ritmi e modalità particolari. Esso è frutto di molti processi accomunati da un aspetto descritto da Simondon “nei termini di una curva sigmoide, cioè a ‘S’” dove si arriva alla saturazione, ad una “chiusura” dove ad esempio “il linguaggio culmina, in una grammatica e la religione in una teologia”; e la stessa tecnica scivola così nell’industria  col rifugiarsi, come scrive Simondon, ‘difensivamente in un nuovo feudalesimo di tecnici, ricercatori e amministratori’ col chiudersi ‘in se stessa, piuttosto che continuare a formare con l’uomo un insieme in divenire’. Per un tale esito, si ritiene necessario lavorare ad un organico pensiero riflessivo che ‘si deve orientare in particolare a guidare l’attività tecnica dell’uomo, perché è in questo dominio che risiede il maggior pericolo di alienazione’, aspetti che Simone Weil aveva evidenziato negli anni ’30 nel prendere a sua volta in esame il ruolo della tecnica nell’impresa ad impronta tayloristica.

Ed è questo lascito di Gilbert  Simondon più che mai necessario per l’oggi che va accolto per far fronte a quei processi messi in atto dai Large Language Models (LLM)  e per meglio gestirli  in quanto stanno producendo quella che ultimamente è stata chiamata epistemìa (forse meglio doxìa o neodoxìa) ‘illusione della conoscenza’ e ‘illusione di sapere’;  in essi si producono punti di vista plausibili col sembrare veri col mettere in atto in particolar modo la sycophancy, cioè quel trend che porta a concordare con le  opinioni espresse da chi ne fa largo uso pur essendo per lo più scorrette, grazie al fatto di scambiare la coerenza, la quasi perfetta forma linguistica con la conoscenza umana senza verifica con arrivare a dare la sensazione di rendere la verità un puro orpello col richiedere invece come tale un lungo e sofferto ‘travaglio’ concettuale, a dirla con Federigo Enriques. Grazie a Giovanni Carrozzini ci è permesso di fare un bagno nella profondità del pensiero di Simondon che ci ha fornito  gli strumenti per mettere in campo una prospettiva dove uomo e macchina, pure nella loro autonomia e “scarti”, devono imparare a convivere, ma a condizione di capire meglio le logiche sottostanti tali meccanismi  e  ‘guidati’ dall’esercizio critico in grado di smascherarne la presunta neutralità col loro carico di alienazione prima cognitiva e poi esistenziale.


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Mario Castellana, già docente di Filosofia della scienza presso l’Università del Salento e di Introduzione generale alla filosofia presso la Facoltà Teologica Pugliese di Bari, è da anni impegnato nel valorizzare la dimensione culturale del pensiero scientifico attraverso l’analisi di alcune figure della filosofia della scienza francese ed italiana del ‘900. Oltre ad essere autore di diverse monografie e di diversi saggi su tali figure, ha allargato i suoi interessi ai rapporti fra scienza e fede, scienza ed etica, scienza e democrazia, al ruolo di alcune figure femminili nel pensiero contemporaneo come Simone Weil e Hélène Metzger. Collaboratore della storica rivista francese "Revue de synthèse", è attualmente direttore scientifico di "Idee", rivista di filosofia e scienze dell’uomo nonché direttore della Collana Internazionale "Pensée des sciences", Pensa Multimedia, Lecce; come nello spirito di "Odysseo" è un umile navigatore nelle acque sempre più insicure della conoscenza.

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