“Aldo Moro. Il diritto, lo Stato”, un libro a cura di Antonio Incampo

Ci troviamo in un momento in cui  chi ha responsabilità politiche, e non solo,  è dominato dall’immediato in nome della presunta concretezza, diventata quasi uno dei tanti idola nel senso baconiano o, peggio, da uno sguardo imperniato ancora sulle logiche del passato, inadeguate per affrontare le policrisi odierne sempre più di ordine planetario; e per costruire un percorso più lungimirante che abbia almeno il senso del dopodomani per non trovarsi spiazzati dalla grande accelerazione in corso, può diventare salutare il confronto critico con figure che hanno attraversato il Novecento vivendone  i momenti più tragici col farsi, nello stesso tempo, pazienti  interpreti dei necessari bisogni di rinnovamento provenienti da diversi strati del tessuto sociale che richiedevano e richiedono strategie di più ampio respiro al di là dei pur legittimi interessi di parte. D’altronde, aver vissuto poi in prima persona i profondi cambiamenti in corso ha dato loro un ulteriore strumento per guardare oltre e proporre dei possibili ‘rimedi razionali’, per usare un’espressione di Hélène Metzger (Hélène Metzger: la complessità come rimedio razionale, 20 agosto 2020) ricavata dallo studiare i danni mentali provocati dal venire meno del pensiero critico per l’impatto delle prime tecnologie tra ‘800 e ‘900, mai neutrali sul piano ideologico e portatrici di implicite visioni di natura riduttivistica da individuare come tali; ed in ogni contesto dove hanno operato, a volte col sacrificio della loro  vita come ad esempio  la stessa Metzger, Pavel Florenskij e Dietrich Bonhoeffer,  li hanno messi in essere contro le visioni totalitarie del reale e dell’umano  per evitare altri possibili e tragici disastri  che, data la situazione attuale, investono per la prima volta l’intera Terra, bisognosa come organismo vivente, risultato portatoci in dote dal più sano pensiero filosofico-scientifico,  di approcci culturali e  di politiche a lungo termine. Tali figure le ha accomunate la coscienza che tutto questo richiede un processo lungo, una visione del reale sempre più basata sulla connected wiew, che tarda ancora nell’entrare nelle pieghe  della vita politica, e non solo, e perno costitutivo della democrazia che, pur essendo un inevitabile ‘purgatorio’ per le sue intrinseche fragilità e complessità, è sempre preferibile ‘all’inferno’ delle dittature, per parafrasare Gaetano Salvemini, a sua volta pienamente immerso nelle vicende del primo Novecento.  Poi, pur dando un contributo rilevante alla comprensione dei fatti con il diretto impegno, non sono state a volte partecipi degli esiti del percorso messo in atto; e alcune hanno pagato  sulla loro pelle le conseguenze delle  scelte sia di pensiero che di vita in quanto hanno saputo rendere  forza motrice   quella non comune attenzione, maturandola pienamente, verso le logiche interdipendenti  di un mondo avviatosi a diventare una cosmopolis planetaria, come l’ha chiamata Mauro Ceruti, da richiedere già ai loro tempi   interventi strutturali di più  ampia portata e non a caso osteggiati per le diverse poste in gioco nei confronti dello status quo.

Su una simile e non facile via si è posto sin dall’inizio del suo percorso Aldo Moro come risulta da alcuni scritti giovanili ora raccolti meritoriamente  da Antonio Incampo nel volume Il Diritto (1944-45). Lo Stato (1946-47) (Bari, Cacucci Editore 2025), scritti dove affiora già un pensiero pluriarticolato e non distaccato dall’umano ed impregnato di ‘rugosità del reale’, a dirla con Simone Weil;  come frutto anche  delle lezioni,  ‘raccolte a cura e per uso degli studenti’,  del primo anno di incarico  in Filosofia del diritto presso l’Università di Bari  nell’anno accademico 1940-41 e degli anni successivi che gli permisero di partecipare attivamente all’Assemblea Costituente, tali già strategici scritti ci consegnano innanzitutto le chiavi ermeneutiche per capire le basi di un pensiero che, pure in fieri, hanno un ‘metodo’  che mira all’essenziale, a dirla con Edgar Morin, e cioè a proporre un organico ‘rimedio razionale’, come sarà del resto la nostra Costituzione, contro le concezioni dello Stato di stampo assoluto e visto dall’alto. Da tenere presente che una tale idea era ancora imperante come  rileva Antonio Incampo col fare vedere come essa viene sradicata grazie al   ruolo avuto da quella forza motrice che è stata l’idea di persona, ‘valore assoluto’ e  ricavata dall’aver frequentato in maniera assidua il pensiero francese da Maritain a Mounier negli anni della  FUCI, aspetto questo già individuato da Norberto Bobbio; e tutto questo è stato corroborato da alcuni dattiloscritti degli anni giovanili trovati recentemente  e da altri diversi studi che in questi ultimi anni stanno evidenziando da una parte la ‘sfera normativa nel pensiero di Aldo Moro’ e dall’altra la piena dimensione dell’’umanesimo etico-giuridico’ a base del suo percorso, irrobustito da altre fonti nella formazione giovanile come la lettura delle opere di Giuseppe Capograssi e di Giorgio Del Vecchio che aiutano a spiegare meglio, per Incampo, l’impegno profuso per un ‘profondo cambiamento democratico in grado di superare gli errori sia del liberalismo borghese prefascista, sia del totalitarismo fascista (o del bolscevismo)’.

Nei due scritti si trovano le fondamenta del percorso successivo che accompagneranno le diverse stagioni politiche di Moro,  come la natura sociale dello Stato “fatto dagli uomini e per gli uomini”  con lo scopo di realizzare i diritti della persona senza cadere in tentazioni collettivistiche col loro lascito di forza  o ‘vanità della forza’, aspetto  in comune con le spietate analisi di Simone Weil sull’uso delle forza; lo statista pugliese ha sempre combattuto sin dall’inizio quello ‘sguardo dello Stato’ dall’alto con le sue logiche inglobanti e semplificatrici, come lo chiamato James Scott, e basate sulle idee  da ‘generale’, per usare un’efficace espressione di Pierre Bourdieu, al posto di comando per conquistare delle posizioni. Lo Stato  è ritenuto, invece, espressione della società e dei suoi bisogni ed è frutto di un processo ‘dal basso verso l’alto’, come spiega bene Incampo, dove il singolo interagisce con gli altri con l’educarsi a vicenda a ‘trascendere la propria particolarità’ e a trovare ‘la sua verità nella relazione coesistenziale, con gli altri’, lascito della dimensione  trinitaria  dei principi cristiani che hanno fatto da costante lievito nell’esperienza di vita e di pensiero dello statista pugliese. Con un linguaggio, e non solo,  ante litteram da pensiero complesso, che poi farà da base delle scelte successive dislocandolo dal campo giuridico a quello politico, si afferma, ad esempio, che “lo Stato si presenta caratteristicamente  come uno nato dal molteplice e che nel molteplice ancora si risolve, in questo del tutto coerente con la vita sociale”; poi per spiegare il diritto soggettivo,  si arriva ad affermare che il singolo è “quel particolare del molteplice’, che mette in moto l’unitas multiplex  incarnata nella persona dove  “il valore della molteplicità non è più solo un dato del problema morale del singolo… ma le sue prove nel confronto con l’altro, in quanto l’altro costringa a piegarsi di fronte al suo stesso valore con una purezza di assoluta obbiettività”. Ed ancora, si va più in profondità nell’affermare di stare attenti nel non “dissolvere i molteplici nessi che spontaneamente il singolo ha costituito prima dello Stato… E correlativamente il singolo attinge la suprema esperienza dello Stato, agevolmente attraverso le varie esperienze sociali in cui è chiamato a vivere”.

In tal modo sono state metabolizzate sino in fondo alcune idee di Umanesimo integrale di Maritain col dare posto ad indicazioni provenienti dai Vangeli ed in particolare da quello di Matteo dove si dice che ‘il regno dei cieli è simile ad una rete’ (Mt 13,47), ossia anche la capacità di mettere in atto al centro  “la relazione essenziale con tutti gli uomini, vicini e lontani, simili e dissimili”; a e tale compito e  primario ‘rimedio razionale’,  lo Stato deve provvedere  per la sua intrinseca dimensione sociale   dove il diritto si assume il compito di “ordinare la vita di relazione”. In tal modo per Incampo, Moro ci offre da una parte, accompagnato da una non comune  pati humana, una visione del diritto legata alla vita, per essere “il problema della vita”, come si riporta all’inizio delle lezioni, e dall’altra va al di là sia della visione ‘positivistica’ del diritto di Kelsen, tenuto presente nelle lezioni,  che di quella ‘crociana’ che lo riduce ‘al momento utilitario e particolaristico dell’economia’.

A tutto questo si aggiunge l’accento sulla visione solidaristica dello Stato basato sulla sussidiarietà e derivato dall’averne sottolineato “il momento umanistico” a cui deve concorrere la stessa pubblica amministrazione, sul cui ruolo Moro per Incampo ha anticipato ‘un cambiamento radicale’ di prospettiva per attuare appieno l’art. 3 della Costituzione; non meno interessante e programmatica si rivela la stessa idea di giustizia come si evince poi dalle altre dispense giovanili dell’anno accademico 1942-43 Lo Stato. Il Diritto, a cura di Francesco Bellino e Francesco Saponaro (Bari, Cacucci Editore 2006), con l’evidenziare il fatto che non basta “realizzare la giustizia, ma di avere perpetuamente della giustizia fame e sete”. Ed ogni singolo individuo viene così ad assumersi la responsabilità dell’altro nel coltivarla  col rendere così più solida la base sociale della  stessa democrazia, unica via per evitare che i partiti, pur fondamentali, non degenerino nel non capire i cambiamenti in corso, la “nuova realtà del mondo” rappresentata dai giovani, dal ruolo delle donne e dal campo del lavoro, fenomeno civile già individuato di ampia portata che pur sembrando “allarmante” è “senza dubbio vitale” ; e non a caso, come sottolinea Incampo, ‘il vero progetto di Moro non era semplicisticamente un sistema di alleanze per il suo partito, ma l’ideale esteso a tutta la realtà sociale di essere parte attiva nella vita dello Stato’, che va al di là della cosiddetta “terza via” per superare “l’immobilità, il prevalere della logica del bisogno di sicurezza sul desiderio del nuovo” come dirà in un discorso successivo. È stato ritenuto a tal fine strategico innescare ad ogni livello dei processi di democratizzazione con la coscienza del fatto che la vita democratica, per la sua intrinseca fragilità e complessità, ha bisogno di continui ‘rimedi’ da fare insieme e con la massima condivisione possibile per evitare il formarsi al suo interno di ‘quinte colonne’ a dirla con lo storico della scienza Alexandre Koyré (Come individuare le quinte colonne che minano la democrazia,  27 marzo 2025), di cui Moro è stata quasi in modo paradigmatico una vittima,  un agnello sacrificale, come del resto quei pochi che si sono messi sulla sua scia come Piersanti Mattarella, Vittorio Bachelet e Renato Ruffilli.

L’attenzione costante all’altro sul piano etico-filosofico più generale è stata, pertanto, la chiave per avviare dei processi di inclusione sul piano delle regole democratiche di altre forze con renderle così coscienti e più responsabili nei confronti della società civile all’interno di una visione pluralistica; tale aspetto è già  presente in questi studi giovanili da estenderlo alla “pluralità degli Stati”, al loro essere una vera e propria “comunità umana” dove “il reciproco rapporto” porta ad una “suprema solidarietà universale” nel creare le condizioni della “comunità internazionale” considerata “la parte più viva e più ricca di problemi della nostra vita storica”. Per questi motivi, Moro  riteneva già opportuno lavorare ad una “reale relazionalità degli Stati”, ad una strategia fondata sul ‘tra’ con creare un proficuo “ordinamento della comunità internazionale” che, come tale, è “un immenso problema umano”; a tale scopo   si forniscono solide basi per le “fonti del diritto internazionale”  per lavorare ad innescare quel “processo di solidarietà armonica” e per prevenire la possibile “crisi della comunità internazionale”. E non a caso tutte queste indicazioni saranno poi a monte del suo contributo alla Conferenza di Helsinki del 1975  nel cercare di dare nuova linfa allo spirito europeo nell’agorà mondiale coll’individuare anche uno strategico spazio alle ‘Questioni relative alla sicurezza e alla cooperazione nel Mediterraneo’; non saranno, infatti, tanto comprese da diversi partecipanti a tale importante evento e che oggi, data la situazione incentrata sulle logiche della ‘vanità della forza’ e da visioni ancora da ‘generale’, se tenute presenti possono contribuire a formare istituzioni globali per meglio gestire i mutamenti e le policrisi in corso.

La lettura critica di questi contributi con la loro portata profetica ci consegna un percorso lungimirante che non poteva non entrare in contrasto con le logiche riduttivistiche imperanti dell’epoca e che ancora dominano le scelte in ampi settori dell’umano, restii a fare i conti con le logiche interdipendenti della cosmopolis; e non sarebbe una affermazione azzardata considerare, vista questa costante postura profetica derivatagli dall’aver guardato al mondo con occhi distanti dall’esprit del suo tempo,  l’esperienza di vita e di pensiero di Aldo Moro, al di là degli inevitabili errori sempre presenti quando si vuole curare qualcosa che non va col proporre dei rimedi, esperienza da  uomo ‘giusto’ nel senso biblico dei Proverbi e dello stesso Jorge Luis Borges nel suo poema I giusti, dedicato ai ‘grandi’ anche se sono per lo più ignoti e poco seguiti, ma che hanno tracciato delle vie che prima o poi altri saranno costretti a riprendere quando emergeranno nuovi bisogni e  sensibilità pronte a recepirle  e farle proprie. Si segnala in tal senso un gruppo di Taranto, non solo perché il giovanissimo Moro vi trascorse alcuni anni, che ruota intorno al Centro di Cultura ‘G. Lazzati’ e che con varie iniziative ne sta rimettendo il pensiero al centro della propria strategia alla luce della lettura secondo complessità delle vicende odierne per ‘reinventare’ nuove forme di cittadinanza, a dirla con un recentissimo lavoro di Anna Lazzarini.


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Mario Castellana, già docente di Filosofia della scienza presso l’Università del Salento e di Introduzione generale alla filosofia presso la Facoltà Teologica Pugliese di Bari, è da anni impegnato nel valorizzare la dimensione culturale del pensiero scientifico attraverso l’analisi di alcune figure della filosofia della scienza francese ed italiana del ‘900. Oltre ad essere autore di diverse monografie e di diversi saggi su tali figure, ha allargato i suoi interessi ai rapporti fra scienza e fede, scienza ed etica, scienza e democrazia, al ruolo di alcune figure femminili nel pensiero contemporaneo come Simone Weil e Hélène Metzger. Collaboratore della storica rivista francese "Revue de synthèse", è attualmente direttore scientifico di "Idee", rivista di filosofia e scienze dell’uomo nonché direttore della Collana Internazionale "Pensée des sciences", Pensa Multimedia, Lecce; come nello spirito di "Odysseo" è un umile navigatore nelle acque sempre più insicure della conoscenza.

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