Il contributo di Piero Dominici

Ci sono figure così sensibili al grido del loro tempo che  riescono a fiutarne prima di altre aspetti e bisogni che verranno a maturazione in seguito non potendo così essere diretti protagonisti del cambiamento pure fortemente teorizzato e messo in atto nelle loro vite, come ad esempio prima Newman e poi Pavel Florenskij (La solitudine ed il martirio di chi ha la ‘colpa di vedere oltre’: Pavel Florenskij, 28 maggio 2026); tali figure hanno dato voce alla necessità di  una visione del mondo sempre più basata sulla connected view  con l’invitare l’essere umano ad educarsi  ad essa e a trovarvi nutrimento  come una costante fonte di Siloe. È stato compreso in tutta la sua cogenza, e non solo in campo teoretico, il fatto che non si può continuare ‘a mentire sul reale’ e sulle ‘mille ragioni’ che lo contraddistinguono con i connessi ‘significati’ da esso assunti nel tempo, a dirla con Simone Weil e Leonardo Da Vinci, in base a dei criteri di certa Modernità rivelatisi non solo riduttivi e fuorvianti, ma pericolosi per gli eventi tragici che hanno determinato con l’essere ancora presenti in vari contesti dell’umano. Ma quella ‘brama profonda’ di una visione poliedrica del mondo, come la chiamava Florenskij, ha agito nelle loro menti già come un vero e proprio ‘a priori dello spirito’, come è stata l’idea di natura, diventata tale dopo una lunga gestazione,  che ha permesso lo sviluppo della scienza moderna e non solo, nel senso datone da  Hélène Metzger nel ricavarla dallo studiare i non lineari percorsi di coloro che ne sono stati i diretti protagonisti; e nel corso del ‘900, ha preso sia pure a fatica il volto della complessità e dove si è annidata, dal campo letterario come in Paul Valéry e Robert Musil al campo più strettamente scientifico, ha dato via ad un nuovo pensiero, alla ‘riforma del pensiero’ col compito primario di  ricomporre ‘alcune storiche, ataviche, fratture’ come ha scritto Edgar Morin nella prefazione al denso lavoro di Piero Dominici dall’emblematico titolo Oltre i cigni neri. L’urgenza di aprirsi all’indeterminato (Milano, Franco Angeli Ed. 2023, collana ‘Laboratorio Sociologico. Teoria, Epistemologia, Metodo), apparso in versione inglese proprio in questi ultimi mesi, Beyond Black Swans. Inhabiting Indeterminacy (Springer Nature, 2026).

Se sino alla fine del secolo scorso, pensare con ‘l’intelligenza della complessità’ era già una non comoda ‘sfida’, a dirla con Mauro Ceruti e Gianluca Bocchi, anche perché nel più sano pensiero filosofico-scientifico tutti i percorsi sono tali, sotto l’incalzare di inediti eventi sempre più planetari, come la rivoluzione digitale e non solo, diventa strategico avere come punto costante di riferimento quella che Dominici chiama la “complessità della complessità” per farla diventare un indispensabile ‘collettivo di pensiero’ nel senso di Ludwik Fleck, alla luce della sua ormai trentennale ricerca in tale ambito; come fu Jean Cavaillès résistant par logique prima come epistemologo e poi nella Resistenza francese, è stato sin dall’inizio un résistant par complexité nel coglierla come una vera e propria anima mundi, come del resto tutti coloro che   hanno messo in moto dei percorsi di ‘filosofica militia’, come la chiamò Federico Cesi quando fondò nel 1603 l’Accademia dei Lincei, per vedere oltre e contrassegnati come tali da una contestuale pati humana. In tal modo ci si è attrezzati ad essere inoltre un diretto testimone della “complessità aumentata” in ogni settore negli ultimi decenni nel percepirla e affrontarla come  un ‘terzo infinito’ dopo quelli dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande, il ‘terzo infinito della Complessità’ come la chiamò negli anni ’30 Pierre Teilhard de Chardin; e a tal fine si ritiene necessario “ripartire dalla cura del pensiero, forse, per certi versi, la proprietà emergente più importante tra i sistemi complessi” con “l’urgenza di ripensare a come pensiamo”. Tale postura di natura educativa, comune ai Maestri del pensiero complesso, viene a permeare l’intero percorso di Dominici con l’insistere in primis  sul fatto  di ‘imparare a rifar i cervelli’  per cogliere le diverse poste in gioco delle molteplici e radicali trasformazioni in corso; esse sono, infatti, ritenute portatrici di  veri e propri eventi veritativi da imporre un insieme ‘di cure‘ per coglierle come tali anche perché le innumerevoli ‘dozzine di veri’, a dirla con espressioni di Galileo, che stanno emergendo nelle pieghe della ricerca sono sempre più espressioni del ‘grido’ del mondo, bisognoso di un nuovo ‘contratto’ con esso, come ci ha insegnato Michel Serres.

Oltre i cigni neri è frutto, pertanto, di un trentennale e continuo aprire il ‘sipario della complessità’, per usare una recente idea di Mauro Ceruti, e si rivela un costante invito proprio in senso weiliano ad “abitare l’ipercomplessità”  con liberarci contestualmente dalle ‘prigioni dello spirito’ , per uskare un’espressione di Hélène Metzger,  costruite nel passato  per ingabbiare le plurilogiche del reale con l’illusione di avere tutto sotto controllo, visione che tutt’ora domina in molte tecnologie, il cui substrato ideologico viene scavato da Dominici nei suoi diversi lavori, aspetto giustamente evidenziato da Edgar Morin nella prefazione; ogni pagina è, pertanto, un continuo invito a non farci ‘divorare dalle aquile’ del pensiero semplicista, per parafrasare Gaetano Salvemini, in quanto dobbiamo renderci conto  che siamo sempre più “gettati nell’ipercomplessità” che richiede un habitus mentale completamento rinnovato per far fronte agli ‘effetti esplosivi’ che derivano dal prenderne atto, per usare un’espressione di Lech Witkowski (Come essere ribelli e produrre ‘effetti esplosivi’ in nome della complessità, 23 ottobre 2025). Per tali motivazioni si mette in piedi una “nuova epistemologia”, termine già usato non a caso da Federigo Enriques negli anni ’30 nell’evidenziare l’anima storica della scienza al di là della concezione Standard,  per comprendere le radicali trasformazioni  dovute in primis all’interazione  tra l’umano e la tecnologia, “entrata a far parte della sintesi dei nuovi valori e criteri di giudizio”. Come Enriques si era basato sul ruolo avuto dagli ‘errori’ nello sviluppo delle teorie scientifiche per sviluppare una ‘nuova epistemologia’, così Dominici ci fornisce gli strumenti per capire della civiltà ipertecnologica uno degli “errori sistemici” di fondo: il voler “gestire la Società-Organismo come  fosse una Società-Meccanismo”, che si sta rivelando una delle  più “grandi illusioni” di certa contemporaneità; tale illusione, frutto massimo di quel ‘sovrano sotterraneo’ che è il paradigma della semplificazione come lo ha chiamato Mauro Ceruti, nel tentativo di “semplificare tutto, anche ciò che non è semplificabile” è ritenuta “vecchia e controproducente” in quanto si tenta “di espellere/eliminare l’errore… e l’imprevedibilità dagli stessi sistemi complessi, oltre che dai processi sociali e organizzativi che li caratterizzano”.

Tutto questo non comune discorso di vera e propria sociologia della complessità ha implicazioni in primis  di carattere epistemologico nel senso che occorre “ripensare la stessa idea  e definizione di ‘Scienza’”, dove diventa essenziale “osservare e indagare (oltre che provare a conoscere) anche il non-osservabile e di considerare significativo, nei percorsi/nelle prospettive di ricerca scientifica, anche ciò che non è misurabile in termini quantitativi”; ed è il precipitato della maggiore consapevolezza del fatto che “la nostra vita è emergenza, è permanente relazione, sequenza infinita di tanti cigni neri” con contraddizioni difficilmente “sanabili” e diverse nuances-sfumature dove  “errore, imprevedibilità, complessità e dinamismo sistemico ne sono gli elementi costitutivi” che  portano a comportarci come degli alianti (La complessità come aliante, 3 febbraio 2023), a vivere nell’incertezza  come ‘marinai senza porti sicuri’, a dirla con Otto Neurath. Dominici riprende  la vecchia metafora dei cigni neri e invita a farla nostra per metterci in guardia da quel processo di “razionalizzazione a posteriori” messo spesso in atto per “rassicurare  gli altri e sé stessi rispetto al fatto che, nonostante qualche episodio, tutto rimane sotto controllo, gestibile e prevedibile”, illusione che porta a pensare che siamo padroni “del caso e del proprio destino” e che è ancora egemone in vari campi, “nonostante le evidenze ne abbiano mostrato la profonda inconsistenza e inadeguatezza”.

Oltre i cigni neri è un continuo denunciare la “miopia sistemica” di tale attitudine di pensiero  che porta al “grande paradosso”, quello di “continuare ad educare al controllo e alla razionalità (totale) nel tempo dell’imprevedibilità” col contestuale non dare il giusto peso alle “dimensioni altre dei sistemi complessi, delle emergenze che li connotano/strutturano” con le diverse variabili in gioco per la nostra stessa vita; per tali ragioni, molte pagine sono dedicate ad una serrata critica della ‘Società-Meccanismo’, all’impatto delle tecnologie sul comportamento sociale e all’analisi della rivoluzione digitale che “non sta producendo gli effetti sperati, soprattutto, per la mancanza di una visione sistemica e complessiva relativa agli ecosistemi umani complessi”, ritenuta necessaria per “operare un irreversibile salto di qualità” e capire che la “trasformazione tecnologica è, soprattutto, trasformazione antropologica” che porta a mettere in atto “processi di sintesi complessa”, a “ricomporre fratture” e a far fronte a nuove fragilità. Ma il dono quasi agapico che Piero Dominici ci offre è la consapevolezza che la stessa “Democrazia è complessità, è complessità relazionale, sociale,umana che va oltre la dualità con i relativi risvolti deterministici dell’aut aut, dove diventa sempre più necessario  educare ad “una cultura dell’errore”, ad “una cultura dell’imprevedibilità”, ad “una cultura della complessità nella Società dell’irresponsabilità”, ad una cultura dell’interdipendenza dove c’è sempre più bisogno di “figure ibride”  come i manager della complessità dove “creatività e immaginazione” sono gli ingredienti di base per far fronte alle diverse variabili e  “di fare la differenza nell’era delle macchine intelligenti”. Oltre i cigni neri, pertanto, è un continuo attraversare e abitare i “dilemmi e paradossi della Società Ipercomplessa” dove “tutto  è interdipendente e interconnesso” col fare ridiventare centrale la cruciale questione di quale “sistema di pensiero” si ha bisogno per far fronte ad una “realtà (iper)complessa e in continua evoluzione”; e tale questione porta inevitabilmente “ad interrogarci su cosa sia la vita” e “cosa significhi essere, oggi, Persone e/o Cittadini”, presupposto di base per una “costruzione di una governance democratica nell’era della tecnopolitica” e per evitare “l’innovazione tecnologica senza cultura”, ritenuto da Dominici il “paradigma della civiltà ipertecnologica… progettato, edificato e co-costruito proprio sulla marginalizzazione dell’Umano” che per sua natura è un autentico “portatore di errore, imprevedibilità, incertezza e assunzione di responsabilità” e soprattutto di perché, nei confronti dei quali ogni tecnologia, pur sofisticata, è ‘muta’, a dirla col citato Franco Ferrarotti. E a questo proposito va ricordato che la riflessione filosofica, come ci ha insegnato Léon Brunschvicg, è nata, e continua ad essere, come ‘scienza dei perché’ col compito primario di ‘aprire’ ciò che altre costellazioni di pensiero e di vita pretendono di chiudere  in recinti prestabiliti nell’illusione di tenere sotto controllo le plurilogiche dell’umano per poi portare inevitabilmente a delle policrisi, come quelle odierne.

Oltre i cigni neri è il frutto di un lungo percorso, il risultato di “un lungo viaggio” che può aiutare a valutare meglio “le conseguenze delle nostre scelte destinate  a rivelarsi sempre più potenti e irreversibili” se non vengono coniugate col verbo ‘dovere’, a dirla con Michel Serres per aver messo a sua volta sul tappeto la necessità di una ‘epistemologia delle interrelazioni’; e nello stesso tempo è un invito costante a “riscoprire la nostra Umanità, fragile, vulnerabile, perennemente inadeguata”, ma “unica, ricca. creativa… non replicabile ed ipercomplessa”. Così una vita, contrassegnata da un non comune ‘travaglio dei concetti’, a dirla con Federigo Enriques,  col suo pieno portato di pati humana  ci ha dato un volto reale dell’ipercomplessità,  che è stata quasi incarnata sia nelle vene del pensiero che in quella dell’esistenza; ed il percorso messo in atto da Piero Dominici è anche una concreta dimostrazione  del fatto che ‘una verità prima ci assale, per poi rivelarsi’ per riprendere un’espressione di Nicolás Gómez Dávila,  in tutte le sue implicazioni epistemologiche, etiche e politiche se si è disposti a recepirla e a portarla e custodirla nel nostro ‘piccolo pantheon portatile’, a dirla con Alain Badiou. Nello stesso tempo, si ha un punto di riferimento non secondario per considerarla ‘eterna’ ed ‘immortale come una persona’ col valere la pena di confrontarsi con essa per parafrasare delle indicazioni  di Simone Weil e Charles Baudelaire; e Piero Dominici in questo suo ultimo lavoro, come nei precedenti, ha ‘danzato’ con essa con ‘creare’, nel senso di Mauro Ceruti, un percorso che merita di essere attraversato per intero per evitare come intera umanità di essere impreparati “nell’eterna attesa  dei cigni neri” e per impegnarsi più adeguatamente nella “sfida delle sfide”, essenzialmente di natura educativa, quella della “ricerca dell’Altro, dell’Umano, della Vita”.


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Mario Castellana, già docente di Filosofia della scienza presso l’Università del Salento e di Introduzione generale alla filosofia presso la Facoltà Teologica Pugliese di Bari, è da anni impegnato nel valorizzare la dimensione culturale del pensiero scientifico attraverso l’analisi di alcune figure della filosofia della scienza francese ed italiana del ‘900. Oltre ad essere autore di diverse monografie e di diversi saggi su tali figure, ha allargato i suoi interessi ai rapporti fra scienza e fede, scienza ed etica, scienza e democrazia, al ruolo di alcune figure femminili nel pensiero contemporaneo come Simone Weil e Hélène Metzger. Collaboratore della storica rivista francese "Revue de synthèse", è attualmente direttore scientifico di "Idee", rivista di filosofia e scienze dell’uomo nonché direttore della Collana Internazionale "Pensée des sciences", Pensa Multimedia, Lecce; come nello spirito di "Odysseo" è un umile navigatore nelle acque sempre più insicure della conoscenza.