Le consacrazioni di Écône non interrogano soltanto il diritto della Chiesa. Chiedono quale fiducia riponiamo nello Spirito, nella comunione ecclesiale e nella capacità del Vangelo di attraversare la storia senza smarrirsi.

La decisione della Fraternità Sacerdotale San Pio X di procedere ancora una volta all’ordinazione di vescovi senza mandato pontificio ripropone una questione che va ben oltre l’aspetto canonico. Non è semplicemente il problema di uno scisma o di una disobbedienza. È il modo stesso di concepire la fede, la tradizione e la Chiesa che merita una riflessione.

Ciò che mi colpisce è l’idea, continuamente evocata, di essere i “difensori della fede”, gli ultimi custodi della vera tradizione, gli unici garanti del culto autentico. È una convinzione che, al di là delle intenzioni soggettive, rivela una comprensione della fede che mi appare profondamente problematica.

Perché mai Dio dovrebbe aver bisogno di essere difeso? Da chi? Da che cosa? Il Dio rivelato da Gesù Cristo non è una verità fragile affidata alla custodia di una minoranza di puri. Non è un monumento che rischia di sgretolarsi se qualcuno non ne sorregge le colonne. Nella Bibbia è Dio che custodisce il suo popolo, non il contrario. È lui il Signore della storia; è lui che conduce la Chiesa anche attraverso le sue crisi, le sue fragilità, perfino i suoi errori.

Quando si pensa di dover salvare la fede dalla Chiesa stessa, si rischia inconsapevolmente di sostituire la fiducia nello Spirito Santo con la fiducia nelle proprie certezze. È una tentazione antica: credere che la sopravvivenza del cristianesimo dipenda dalla nostra capacità di conservarlo intatto, anziché dalla fedeltà di Dio alle sue promesse.

Anche la tradizione viene spesso equivocata. La tradizione non coincide con la ripetizione materiale delle forme del passato. La traditio è una consegna viva: è il Vangelo che attraversa i secoli rimanendo identico nel suo nucleo e sempre nuovo nelle sue espressioni. Come ricordava Yves Congar, la tradizione è la vita stessa della Chiesa animata dallo Spirito, non il semplice mantenimento di usi e discipline appartenenti a un’epoca storica.

Per questo appare singolare identificare la fedeltà alla tradizione con la fissazione di una particolare stagione della storia ecclesiale, quasi che la Chiesa abbia raggiunto allora la sua forma definitiva. Una simile prospettiva finisce inevitabilmente per storicizzare ciò che pretende di sottrarre alla storia: eleva a principio assoluto ciò che, in realtà, è frutto di uno sviluppo storico.

Anche la liturgia rischia di essere fraintesa. Nessuno può negare la grandezza della tradizione liturgica latina né la ricchezza spirituale del rito antico. Ma altra cosa è trasformare una forma liturgica in un criterio assoluto di autenticità cristiana. Quando il culto diventa il luogo in cui si cerca soprattutto un’identità da contrapporre agli altri, esso smette di essere epifania del mistero pasquale e diventa un segno identitario.

Gesù, del resto, non ha mai difeso il sacro in quanto tale. Ha continuamente purificato il culto da ogni deriva autoreferenziale. Le sue parole più dure non sono rivolte a chi vive lontano da Dio, ma a coloro che identificano Dio con il sistema religioso, con l’osservanza perfetta, con la purezza rituale. Egli non abolisce la tradizione di Israele: la conduce al suo compimento, mostrando che il cuore della Legge è la misericordia.

Il rischio, allora, non riguarda soltanto la Fraternità San Pio X. È una tentazione che attraversa ogni stagione della Chiesa: trasformare il cristianesimo in un sistema da conservare invece che in una vita da accogliere; fare della fede una fortezza anziché un cammino; ridurre la tradizione a nostalgia invece che riconoscerla come l’azione incessante dello Spirito.

Quando questo accade, il cristianesimo si appesantisce di sovrastrutture religiose. Il rito diventa fine a se stesso, le forme prevalgono sulla relazione con Cristo, il senso del mistero si trasforma in estetica del sacro. Si entra in un universo che ha più il sapore del barocchismo religioso che della semplicità evangelica, più della religione magico-sacrale che della libertà dei figli di Dio.

La vera tradizione, invece, non teme il tempo. Non ha paura delle domande nuove, perché sa che il Vangelo non appartiene al passato. Appartiene al Risorto, che continua a precedere la sua Chiesa. Per questo la fedeltà non consiste nel tornare indietro, ma nel seguire Cristo oggi, lasciandosi guidare dallo Spirito che, come promette il Vangelo di Giovanni, continua a condurre la Chiesa «alla verità tutta intera». Chi crede davvero nell’azione dello Spirito non ha bisogno di erigersi a custode esclusivo della fede: gli basta rimanere, con umiltà, dentro la comunione della Chiesa, confidando che è il Signore stesso a custodire la sua Sposa.

Vi è poi un aspetto apparentemente secondario, ma in realtà altamente simbolico: l’estetica che accompagna questa visione ecclesiale. L’ostentazione di paramenti sempre più ricchi, la ricerca di fogge barocche, talvolta persino ridondanti e goffe, l’enfasi su merletti, trine, damaschi e insegne che sembrano appartenere a una corte più che a una comunità evangelica, finiscono per comunicare un’immagine della Chiesa distante dalla sensibilità dell’uomo contemporaneo.

Non è una questione di buon gusto. Il problema è teologico. La liturgia cristiana è certamente bellezza, ma è la bellezza della Pasqua, quella che lascia trasparire il Mistero e non quella che trattiene lo sguardo su se stessa. Quando l’apparato liturgico diventa autoreferenziale, quando sembra voler evocare un passato idealizzato o affermare una superiorità identitaria, allora il segno rischia di oscurare ciò che dovrebbe rivelare.

Si ha quasi l’impressione che alcuni ambienti lefebvriani vivano dentro una rappresentazione della Chiesa sospesa nel tempo, incapace di misurarsi con la storia reale. Non perché il mondo moderno debba essere assunto come criterio del Vangelo, ma perché il Vangelo si è sempre incarnato nella storia concreta degli uomini. Una Chiesa che si rifugia nella nostalgia di un’immagine idealizzata di sé rischia di parlare soltanto a chi condivide quella nostalgia.

È significativo che Gesù non abbia mai cercato il prestigio delle vesti o la solennità degli apparati. Anzi, mette in guardia da coloro che «amano passeggiare in lunghe vesti» e cercano il riconoscimento religioso. Il culto cristiano non è uno spettacolo né una ricostruzione storica; è l’epifania del Cristo crocifisso e risorto, il quale continua a rendersi presente nella semplicità del pane e del vino.

Forse proprio qui emerge il paradosso più grande. Nel tentativo di custodire la tradizione si finisce per assolutizzare forme storiche contingenti, trasformandole in criteri della vera fede. Ma la tradizione non è un museo di oggetti preziosi né una rievocazione nostalgica del passato. È la memoria viva di Cristo che continua a camminare con il suo popolo, sotto la guida dello Spirito. La sua bellezza non consiste nello sfarzo, ma nella trasparenza: tutto, nella liturgia, dovrebbe condurre a Cristo e mai fermarsi su se stesso.

Qualcuno obietterà che occorre distinguere con precisione: scisma, eresia, disobbedienza, irregolarità canonica. Ed è giusto che il diritto della Chiesa lo faccia. Il diritto canonico ha il compito di definire le situazioni, di individuare le responsabilità, di stabilire le conseguenze giuridiche. È un servizio necessario alla comunione ecclesiale.

Ma, sul piano della riflessione teologica e spirituale, queste distinzioni mi sembrano, almeno in questo caso, quasi una questione di lana caprina. Non perché siano prive di importanza, ma perché rischiano di spostare l’attenzione dal nodo essenziale.

La domanda decisiva, infatti, non è se una determinata posizione debba essere classificata con questa o quella categoria canonica. La domanda è un’altra: quale immagine di Dio, quale volto della Chiesa e quale comprensione del Vangelo emergono da questa impostazione?

Ed è qui che nasce la mia perplessità più profonda. Ho l’impressione che, al di là delle definizioni giuridiche, riaffiori quella stessa struttura religiosa che Gesù ha incessantemente contestato e che, in ultima analisi, lo ha condotto alla croce: una religione che identifica la fedeltà a Dio con la difesa dell’istituzione, con l’assolutizzazione delle forme, con il primato dell’apparato cultuale, con la sicurezza di possedere la verità più che con la disponibilità a lasciarsene continuamente convertire.

Gesù non è stato crocifisso dai peccatori, ma da uomini profondamente religiosi, sinceramente convinti di custodire la vera fede, il vero culto e la vera tradizione. Il dramma del Vangelo è proprio questo: si può essere animati dalle migliori intenzioni e, nello stesso tempo, opporsi all’opera di Dio. Ogni volta che la religione si chiude in se stessa, quando si sente proprietaria di Dio invece che sua serva, quando difende più le proprie forme che la libertà dello Spirito, torna ad affacciarsi quella tentazione contro cui Gesù ha lottato per tutta la sua vita pubblica.

Per questo, più che discutere se ci troviamo davanti a uno scisma, a un’eresia o a un’altra figura canonica, mi interessa interrogarmi sul criterio evangelico. E quel criterio, per me, resta sempre lo stesso: ciò che conduce a Cristo, che genera misericordia, comunione, umiltà e libertà viene dallo Spirito; ciò che irrigidisce la fede in un sistema autoreferenziale, che alimenta la convinzione di essere gli unici custodi della verità e trasforma la tradizione in un’identità da difendere, rischia di riprodurre proprio quella logica religiosa che Gesù è venuto a superare.

C’è poi un ulteriore elemento che merita attenzione: il fatto che fenomeni di questo tipo emergano e trovino seguito proprio in una società profondamente plurale, secolarizzata e complessa.

Paradossalmente, proprio quando il mondo diventa più aperto, più frammentato e meno capace di offrire appartenenze forti, può nascere la tentazione di cercare rifugio in identità religiose rigidamente definite. La fede, allora, rischia di non essere più anzitutto un incontro con il Dio vivente, ma diventa un luogo di appartenenza, una frontiera, un segno distintivo.

In questo senso, alcune forme di tradizionalismo radicale possono funzionare come una risposta al disagio della modernità: offrono linguaggi certi, codici precisi, simboli riconoscibili, un’appartenenza netta in un mondo percepito come instabile. La religione può diventare quasi una divisa: qualcosa che permette di sentirsi al riparo dall’anonimato, dalla complessità, dalla fatica di abitare una società plurale.

Ma proprio qui si nasconde un rischio spirituale. La fede cristiana non nasce dalla paura di perdersi, ma dalla scoperta di essere cercati da Dio. Non nasce dal bisogno di distinguersi dagli altri, ma dalla chiamata a diventare segno di comunione. L’identità cristiana non è una corazza che protegge dal mondo; è una forma di libertà che permette di stare nel mondo senza esserne prigionieri.

La pluralità, infatti, non è necessariamente una minaccia alla fede. Può essere anche il luogo nel quale la fede ritrova la sua autenticità, perché costringe a passare da una religione di appartenenza a una fede scelta, motivata, dialogante. Una fede adulta non ha bisogno di costruire muri per esistere: sa che la verità non teme il confronto e che Dio non si restringe quando l’uomo pone domande.

Il rischio, allora, è che alcune forme religiose molto identitarie cerchino una sicurezza che il Vangelo non promette. Gesù non offre ai suoi discepoli l’immunità dalla complessità della storia; offre invece una presenza: «Io sono con voi tutti i giorni». Non una fortezza nella quale rinchiudersi, ma una strada da percorrere.

Forse anche qui si misura la differenza tra una fede che nasce dall’affidamento e una religiosità che nasce dalla paura: la prima apre, la seconda difende; la prima genera libertà, la seconda cerca protezione; la prima conduce all’incontro, la seconda rischia di trasformare Dio in un confine.

Un ulteriore elemento, poi, non può essere dimenticato: la vicenda della Fraternità Sacerdotale San Pio X nasce storicamente come contestazione del Concilio Vaticano II e delle trasformazioni che da esso sono scaturite nella vita della Chiesa. Ed è proprio questo punto che apre una domanda teologica profonda.

Come è possibile contestare un evento nel quale tanti uomini e donne hanno percepito non un impoverimento della fede, ma quasi un risveglio? Dopo secoli nei quali, in molti ambienti, l’aria della Chiesa sembrava essersi fatta pesante, chiusa, incapace di parlare al cuore dell’uomo contemporaneo, il Concilio è stato vissuto da molti come un momento in cui il vento robusto dello Spirito ha spalancato le finestre, ha rinnovato l’aria, ha restituito freschezza e respiro alla comunità cristiana.

Non perché il Concilio abbia inventato una nuova fede, ma perché ha cercato di riportare la Chiesa alla sorgente: il Vangelo, Cristo, la Parola di Dio, la centralità della persona umana amata da Dio. La grande intuizione conciliare è stata proprio quella di una Chiesa non ripiegata su se stessa, preoccupata soltanto di difendere le proprie strutture, ma capace di dialogare con la storia degli uomini, riconoscendo che lo Spirito non è prigioniero dei nostri confini.

Per questo appare singolare una lettura che vede nel Concilio quasi una frattura da cui la Chiesa dovrebbe essere salvata. Una simile prospettiva sembra dimenticare che la Chiesa non vive soltanto della conservazione di ciò che ha ricevuto, ma anche dell’ascolto continuo di ciò che lo Spirito dice alle Chiese. La fedeltà non è immobilità: è la capacità di riconoscere la presenza di Dio anche quando egli conduce verso territori nuovi.

Certo, ogni stagione di rinnovamento porta con sé tensioni, errori, interpretazioni discutibili e faticosi processi di discernimento. Ma una cosa è correggere ciò che va purificato; altra cosa è trasformare un grande evento dello Spirito in un problema da cui prendere le distanze.

Il rischio è che, nel tentativo di difendere una certa immagine della Chiesa precedente al Concilio, si finisca per difendere più un’epoca storica che il mistero vivo della Chiesa. Ma il cristianesimo non è la custodia nostalgica di un passato: è la sequela di Cristo nella storia. E Cristo risorto non conduce mai la sua Chiesa indietro verso la paura, ma sempre avanti, verso una pienezza ancora da accogliere.

Se crediamo davvero nello Spirito Santo, possiamo pensare che abbia abbandonato la Chiesa proprio nel momento in cui essa ha cercato di rinnovarsi?


1 COMMENTO

  1. La sua chiarissima e articolata disquisizione circa lo “scisma” avvenuto, fa pensare che il ” passo indietro” compiuto da costoro, sia stato loro utile per rinforzare la loro Fede, identificandola in riti ed in oggetti tangibili e concreti, piuttosto che nello Spirito che, proprio perché libero da coercizioni, (e per questo estremamente più potente per i credenti), stesse andando perso di vista: È più facile credere alla bandiera, al simbolo, piuttosto che all’ IDEA stessa che il simbolo rappresenta. Davvero un passo indietro. (detto da un ex credente, cui piacerebbe ricominciare a credere)

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