Decostruzione pragmatica del mito dell’incollocabilità e critica del totalitarismo moderno

L’assunto storiografico e critico che ha relegato Giovannino Guareschi ai margini del canone letterario novecentesco si fonda su un fraintendimento teorico e interpretativo strutturale: la sovrapposizione fuorviante tra il rifiuto programmatico della cultura modernista ed egemonica e la presunta assenza di uno spessore teorico e concettuale. L’operazione ermeneutica ed etica guareschiana non configura affatto un’inconsapevole ritirata nell’incoltezza o in un riduttivo folklore provinciale, è un’intenzionale e strategica de-escalation retorica indirizzata contro la modernità autistica, alienante e le sue derive coercitive. Attraverso l’impiego sistematico di raffinate strategie di plain speaking e di anti-rhetorical framing, l’autore emiliano smantella con precisione chirurgica i sofismi ideologici del Novecento, sia nella loro declinazione istituzionale-dittatoriale (il fascismo e i totalitarismi di Stato), sia nelle loro metamorfosi tardo-capitalistiche, tecnocratiche e consumistiche. L’apparente avversione di Guareschi nei confronti della ‘cultura ufficiale’ maschera in realtà una lucida diagnosi filosofica: la cultura moderna, sradicata dalle sue coordinate etiche, ontologiche e comunitarie, condanna inesorabilmente l’individuo a una solitudine esistenziale irreversibile, spogliandolo della radice etimologica profonda della propria coscienza individuale (intesa nella sua natura non ab-soluta, ossia non sciolta né svincolata dalle relazioni di responsabilità comunitaria e trascendente, in aperto e radicale contrasto con il solipsismo e l’anarchia di stampo stirneriano). Come sintetizza Ulrich Beck nei suoi studi sulle dinamiche dell’individualizzazione moderna: «si prenda pure quello che si vuole tra Dio, natura, verità, scienza e tecnologia, morale, amore, il matrimonio, non cambia nulla: la modernità trasforma tutte queste cose in libertà rischiose». In tale scenario, l’avversione ideologica alla cultura modernista non rappresenta un rifiuto del sapere, ma una strenua difesa dell’essere umano di fronte al pericolo dell’omologazione. La struttura narrativa e concettuale del Mondo Piccolo attiva un dispositivo analitico orientato alla demistificazione del discorso politico dominante e dei suoi apparati ideologici. Guareschi adotta una tecnica di riduzionismo concettuale e di semplificazione espressiva che scompone le iperboli della propaganda e le astrazioni intellettualistiche, riconducendole costantemente alla concretezza dell’esperienza vissuta, del dato reale e del legame viscerale con la terra. In questo modo, l’autore emiliano non si limita a denunciare il «terrorismo delle ideologie» e la violenza omologante della società di massa, ma sviluppa una Christian analytics in grado di fondare un realismo etico, gnoseologico e antropologico di straordinaria robustezza. La centralità della phronesis (saggezza pratica) come massima virtù etica richiamata dalla narrativa guareschiana rimanda direttamente alle radici dell’etica antica e aristotelica, in cui la saggezza e l’eudaimonia sono strettamente connesse al bene comune della polis. Questa dimensione di rigorosa demistificazione e di resistenza alle astrazioni tecnocratiche trova evidenti parallelismi nel panorama filosofico, politico e sociologico contemporaneissimo: si vedano, a questo proposito, le analisi di Byung-Chul Han sull’atomizzazione dell’individuo, sulla scomparsa dei riti e sulla dittatura della trasparenza e dell’iper-prestazionalismo nella società digitale contemporanea, oppure le teorizzazioni di Slavoj Žižek relative alla persistenza del feticismo ideologico e all’invisibile coercizione dei dispositivi del capitalismo tardo-moderno. Guareschi segnala, con decenni di anticipo, l’urgenza teoretica di opporre un solido scudo ermeneutico e spirituale contro la dissoluzione della complessità dell’umano all’interno dei dogmi impersonali delle macchine burocratiche, statali e di mercato: «Egli aveva allontanato gli orpelli marziali e corrotti del fascismo restando fedele alla semplicità di pensiero e di costume. L’umiltà di accettare consigli e insegnamenti da tutto e da tutti, di volere sempre imparare, di semplificare ogni concetto, di ridurlo all’osso per essere il più possibile comprensibile a se stesso ed agli altri, rappresentavano già nell’anteguerra per Guareschi una dichiarazione di guerra alla retorica e alle sue pericolose strutture, una sfida al materialismo, al potere fine a se stesso» (B. Gualazzini).

 

Meccanismi testuali, pragmatica dell’umorismo e riepilogo critico (2000-2026)

Nel quadro della storiografia e della critica letteraria sviluppatasi nel corso del primo quarto del secolo XXI (2000-2026), l’opera di Guareschi è stata oggetto di una rilettura che ne ha riconosciuto l’importanza nodale nel panorama europeo, affiancandola dignitosamente al canone del romanzo e della lirica del Novecento. Superata definitivamente la vulgata che ne riduceva la portata a fenomeno di costume o a narrazione caricaturale, gli studi recenti hanno applicato ai suoi testi le metodologie della critica letteraria analitica, della linguistica pragmatica e della sociologia della cultura. Sotto il profilo della linguistica testuale e delle speech act theory (teorie degli atti linguistici), la fitta rete dialogica che intercorre tra don Camillo, Peppone e la voce del Crocifisso rivela un’architettura complessa fondata su precise dinamiche di illocutionary force (forza illocutoria), perlocutionary effects (effetti perlocutori) e la costante manipolazione delle conversational implicatures (implicature conversazionali). Guareschi impiega lo strumento del riso e dell’umorismo, non come un effimero intrattenimento evasivo, ma come un sofisticato meccanismo analitico di smantellamento delle sovrastrutture ideologiche e dei language games (giochi linguistici) attraverso cui il potere tende a codificare e dominare il reale. Questa forma matura di umorismo de-costruttivo e morale, affinata fin dai tempi della collaborazione al Bertoldo e al Candido,laddove, come ricorda Giuseppe Conti, l’umorismo linguistico si costituisce nell’anteguerra come una via di salvezza e un’involontaria coscienza civica contro la retorica regime, travalica l’astrazione ludica fino a farsi strumento di demistificazione politica e di salvaguardia della dignità umana. Sotto questo aspetto, l’approccio analitico guareschiano presenta curiose e feconde affinità con la tradizione dell’empirismo e del pragmatismo analitico italiano, le cui radici storiche risalgono alle intuizioni di Giovanni Vailati, Mario Calderoni ed Erminio Juvalta, e la cui eredità è stata successivamente fecondata sia nell’ambito del neopositivismo scientifico e della filosofia del linguaggio (da Uberto Scarpelli, Francesco Barone e Ferruccio Rossi-Landi a Paolo Parrini e Diego Marconi), sia all’interno del dibattito interno al marxismo eterodosso e critico del secondo Novecento (attraverso le riflessioni e i confronti teorici sulla praxis e sull’empirismo tra autori come Galvano Della Volpe, Giulio Preti e Cesare Luporini). Per Guareschi, esattamente come per gli esponenti del pragmatismo analitico, la chiarificazione del linguaggio e la demolizione delle retoriche vuote rappresentano la prima e inderogabile linea di difesa dell’autonomia individuale contro ogni forma di alienazione e tirannia ideologica. Parallelamente, sotto il profilo della sociologia e dell’antropologia dell’arte, la vastissima produzione guareschiana (che conta ben 346 racconti dedicati al Mondo Piccolo) viene letta come un’imponente costruzione concettuale volta a proporre una nozione solida e radicata di identità. In un’epoca segnata dalle diagnosi sulla postmodernità liquida, sullo sradicamento comunitario e sulla perdita dei punti di riferimento tradizionali, come argomentato da Zygmunt Bauman quando nota che «oggi la scelta si orienta verso le comunità di origine […] a esse i comunitaristi chiedono di liberare dalla contingenza e dal caso le scelte umane», il realismo cristiano di Guareschi costituisce un’alternativa radicata nella concreta prassi quotidiana. Tuttavia, la narrazione guareschiana schiva, abilmente, anche il rischio denunciato da Bauman, ovvero che la sopravvivenza del gruppo diventi «uno strumento di una crudele oppressione e tirannide esercitata da coloro che si sono proclamati protettori e guardiani dei valori comunitari». In Guareschi l’ancoraggio comunitario è costantemente mitigato dal dialogo con la coscienza individuale e con la voce di Cristo. Dal punto di vista della politologia dell’arte, la Bassa emiliana cessando di essere pura ambientazione geografica diviene uno spazio geopolitico e simbolico par excellence, un laboratorio etico in cui l’esercizio della phronesis e la ricerca della eudaimonia (il bene comune e la fioritura umana) prevalgono costantemente sullo scontro ideologico e sulla polarizzazione di partito. Le moderne acquisizioni delle neuroscienze cognitive applicate all’analisi testuale (cognitive poetics) offrono un ulteriore livello di comprensione dell’efficacia del testo guareschiano. La struttura sintattica paratattica, la straordinaria ed essenziale plasticità dei personaggi e il ritmo narrativo serrato innescano nei lettori un’elevata narrative empathy (empatia narrativa) e un’immediata risposta percettivo-emotiva. Questo meccanismo cognitivo consente al testo di bypassare le resistenze ideologiche del lettore, veicolando contenuti di profonda rilevanza etica e teologica attraverso la forza viva della narrazione incarnata. In un secolo letterario profondamente segnato dall’angoscia, dal senso di assurdità e dal nichilismo esistenziale, Guareschi introduce un elemento di profonda rottura: la riaffermazione della speranza teologica e della presenza del divino nella storia ordinaria. «Si consuma qui, in questa peculiare invenzione guareschiana, l’abissale differenza tra la letteratura del ventesimo secolo e il mondo di Guareschi. Il Novecento è dominato dalla disperazione, perché pensa che la realtà sia governata dal caso, dall’assurdo… Per Guareschi è diverso. Anche nel suo Mondo Piccolo a un certo punto il cielo si lacera, ma per rivelare un Dio che si fa uomo, che si sacrifica sulla croce, e che parla con l’uomo di ogni tempo perché è vivo. E se ne prende cura» (A. Gnocchi – M. Palmaro).

Conclusione

Tiriamo le somme di questo percorso in maniera chiara, immediata e diretta, lasciando da parte la terminologia specialistica e le formule accademiche per cogliere il cuore del messaggio. Qual è il vero patrimonio che l’opera di Giovannino Guareschi ci consegna se guardiamo oltre le categorie degli studiosi e dei critici letterari? Guareschi non è mai stato un autore ‘ingenuo’, né un semplice cantastorie da sagra paesana focalizzato su un mondo contadino scomparso. La sua è stata una scelta culturale e umana di straordinaria lucidità e coraggio: cioè di utilizzare un linguaggio trasparente, schietto e accessibile a chiunque a svelare l’inganno delle grandi parole d’ordine politiche, ideologiche e tecnocratiche che hanno segnato il Novecento e che continuano, sotto forme nuove, a condizionare il nostro presente. Di fronte a una società moderna che rischia continuamente di isolare gli individui, trasformandoli in consumatori solitari o in ingranaggi di apparati burocratici, Guareschi ha opposto con incrollabile fermezza la forza del buon senso, il valore indispensabile della comunità e il contatto vivo con la realtà concreta di ogni giorno. I suoi celebri personaggi – dal sacerdote Don Camillo al sindaco comunista Peppone- dimostrano che, pur partendo da posizioni ideologiche diametralmente opposte e scontrandosi anche con durezza, è sempre possibile non perdere di vista l’umanità dell’altro. Il loro costante confronto, illuminato dalla presenza discreta e paterna del Crocifisso, ci insegna che la vera forza di una comunità risiede nella capacità di ascoltarsi, di perdonarsi e di difendere la dignità dell’uomo da ogni abuso di potere. Come notava Paolo Gulisano, Guareschi ha scelto «di non assistere impotente al dilagare della corruzione, del materialismo consumista, del degrado delle virtù civiche», offrendo con la sua scrittura un’attiva resistenza morale. In definitiva, Guareschi ci lascia in eredità una grande lezione di libertà: ci dimostra che la vera profondità non ha bisogno di oscurità o di elitismi intellettuali, e che la semplicità espositiva non è mai assenza di cultura, ma la sua forma alta, matura e coraggiosa.


FontePhotocredits: Falt i det fri (Public domain)
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Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976. Ha introdotto in Italia la materia della Law and Literature. Ha diffuso saggi su filosofi italiani e su etica e teoria del diritto del mondo antico; ha collaborato con con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2005 e 2026 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi Introversi, Mostri, Galata morente, Carmina non dant damen, Scarti di magazzino, Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il Guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni e Kolektivne NSEAE e Lo Stato Pontificio con Divinafollia. Ha scritto/curato 152 volumi, scritto 1000 saggi, fondato un movimento d'avanguardia (NeoN-avanguardismo, approvato da Zygmunt Bauman), e steso un Anti-Manifesto NeoN-Avanguardista. I suoi versi sono tradotti in trenta lingue. Nel 2024, dopo sei anni di ritiro totale allo studio accademico, rientra nel mondo artistico italiano e fonda il collettivo NSEAE (Nuova socio/etno/antropologia estetica) [https://kolektivnenseae.wordpress.com/], braccio “armato” del tardomodernismo letterario.

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