Una voce polifonica, racchiusa prima nel gulag e poi spenta, eppure ancora viva…

“Che cosa ho fatto per tutta la vita? Ho contemplato il mondo come un insieme, come un quadro e una realtà compatta, ma ad ogni tappa della mia vita da un determinato punto di vista […]. Le sue angolature mutano, l’una arricchendo l’altra; è qui la ragione della continua dialettica del pensiero assieme al costante orientamento di guardare il mondo come un unico insieme”.  Con queste parole presenti in una lettera inviata da un gulag ai suoi familiari,  prima di essere fucilato nel 1937 su espresso ordine di Stalin, Pavel Florenskij (1882-1937) descrive il suo poliedrico percorso di matematico, ingegnere, naturalista, filosofo, teologo e mistico che gli ha permesso di interrogare la realtà da più punti di vista; ma ciò che caratterizza di più tale emblematica figura del pensiero contemporaneo ed oggi al centro di importanti studi, è stata la capacità di fare interagire tra di loro i risultati acquisiti da tali ‘angolature’, di farli ‘trapassare l’uno nell’altro’ per rivedere più in profondità e sempre con nuovi strumenti la struttura complessa del mondo e la sua rugosità,  come viene affermato in altri scritti.

Le diverse scienze, la stessa filosofia e l’arte, come espressioni della vita, sono accomunate dall’essere dei ‘cammini’ di comprensione  che si fondano sul “significato della realtà, su quel logos tes ousias, che va tradotto parola della realtà, parola del mistero del mondo”; per questo in Florenskij, come ha ben messo in evidenza uno dei suoi maggiori studiosi italiani Silvano Tagliagambe, acquista una notevole centralità di ordine teoretico l’idea di ‘simbolo’, anzi di ‘simboli in movimento’ per la loro capacità di essere delle sintesi  fra finito e infinito a partire dalle matematiche sino alle stesse icone, oggetto di diverse ed originali ricerche da parte da questa straordinaria figura di pensatore, non a caso considerato da più parti il ‘Leonardo Da Vinci’ russo. Attraverso i simboli e la loro logica si arriva a comprendere l’unità nella diversità, a dare voce alla molteplicità del reale, ai suoi diversi orizzonti dove il reale concreto ed il mistero che lo circonda si fondono insieme per accrescerne la conoscenza.

Pur in estreme difficoltà come era la vita nel gulag, Florenskij continuò ad analizzare la struttura della terra e a scrutare la vita delle piante, a ricavare da esse altri insegnamenti sul mistero del mondo e sulla sua iconicità; il suo intenso e drammatico epistolario è un continuo  raccomandare ai  figli un’attenzione vigile verso di esso, perché in ogni sua piega può manifestarsi attraverso il movimento dei simboli una certa verità, con la coscienza che   la verità l’uomo non la  possiede, ma la cerca come dirà quasi con le stesse parole G. Frege, uno dei massimi logici fra ‘800 e ‘900: “tutti cerchiamo la verità. Il giudice quale è la verità? Lo scienziato dove è la verità? Il filosofo cosa è la verità? Il logico come conservare la verità da un contesto all’altro?”.

Ogni simbolo è ritenuto una immagine della verità in quanto frutto della continua tensione umana fra il finito e l’infinito da dove essa scaturisce e  nello stesso tempo rappresenta la coscienza che essa non  è “in me, come afferma più volte Florenskij, ma l’idea della Verità mi brucia; non ho i dati per affermare che cosa sia la Verità e che io la raggiungerò… Tuttavia  l’idea della Verità brucia in me come ‘fuoco divoratore’. Essa è il torrente infuocato che mi ribolle e gorgoglia nelle vene”. Nei simboli la Verità in un certo qual modo si rivela, permette un accesso al mistero del mondo, ne traccia una pluralità di percorsi non riconducibili a visioni unilaterali e dal loro movimento o ‘dramma’ esce il novum nei cui confronti bisogna sempre attivare lo ‘stupore’; lo stupore, sulla scia dei Greci, è considerato  il nocciolo della filosofia e della scienza  dove  “è racchiuso tutto ciò che da esso nascerà”, i cui metodi si basano su “uno Stupore sempre Giovane” e danno così origine alla “meraviglia ordinata”.

Una voce così polifonica, racchiusa prima nel gulag e poi spenta, con tutto il suo pieno di contenuti concettuali ed esistenziali è riuscita a vivere in pieno il suo periodo considerato “un’epoca tremenda”, dove “ognuno deve rispondere di se stesso” e nello stesso tempo è invitato a dargli un senso vivendo intensamente con il ‘fuoco della Verità’ addosso. Per questo si può considerare Florenskij un martire della ragione filosofico-scientifica  per essere stato a suo modo, come tanti altri impegnati successivamente in quel fenomeno europeo che fu la  Resistenza, un resistente grazie al  ‘fuoco divoratore’ che ha accompagnato tutta la sua vita e che si è manifestato in diverse direzioni dalla scienza all’arte, dalla tecnica alla religione ma sempre ‘orientate’ a cogliere la realtà come un insieme.

TRA LA RUGOSITÀ DEL REALE:

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FonteIn copertina: Pavel Florenskij con la figlia
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Mario Castellana
Mario Castellana, docente di Filosofia della scienza presso l’Università del Salento e di Introduzione generale alla filosofia presso la Facoltà Teologica Pugliese di Bari, è da anni impegnato nel valorizzare la dimensione culturale del pensiero scientifico attraverso l’analisi di alcune figure della filosofia della scienza francese ed italiana del ‘900. Oltre ad essere autore di diverse monografie e di diversi saggi su tali figure, ha allargato i suoi interessi ai rapporti fra scienza e fede, scienza ed etica, scienza e democrazia, al ruolo di alcune figure femminili nel pensiero contemporaneo come Simone Weil e Hélène Metzger. Collaboratore della storica rivista francese "Revue de synthèse", è attualmente direttore scientifico di "Idee", rivista di filosofia e scienze dell’uomo; come nello spirito di "Odysseo" è un umile navigatore nelle acque sempre più insicure della conoscenza.