Parte I, II, III e IV

Un giorno nero, del febbraio scorso,
L’America dichiara crisi aperta
A chi sognava pace in piena allerta
Senz’accusare un minimo rimorso?

Si colloquiava forse blaterando?
Col solo intento volto alla congiura
Se Trump e Netanjahu, l’avventura,
Coscienti gliela stavano tramando…?

‘Sto sporco affare ci sanziona tutti
Nessuno escluso, alla fin dei conti.
La guerra miete vite e abbatte ponti
E ci riporta in casa danni e lutti.

Ma la bugia, ha le gambe corte,
Non giungerebbe certo a meta ambita
Ché avrebbe il tratto aspro,
‘na salita
E gambe indolenzite, forse storte…

Il dare inizio a certe situazioni,
Non ponderando gli sviluppi attesi,
I contraccolpi certo, assai palesi,
Andrebbero ben oltre le intenzioni…

E pare proprio esatto l’enunciato,
Le bombe han colpito le strutture:
Palazzi, minareti ed ossature…
Dal giorno che lo scontro è iniziato.

Notabili diritti messi in gioco
Di cui si fanno orecchi da mercante
Tirando avanti con ragion mancante
A spandere la guerra ad occhio cieco.

C’è chi s’umilia ma non parla, tace
E chi ritiene che sia cosa ingiusta?
Chi alza mano per brandir la frusta
E chi non smette d’invocar la pace…

Qui sembra elogio fatto alla pazzia
Dove si tenta d’imbrigliar la luna
Ignari sia la volta più opportuna
Si manifesti solo ipocrisia.

La guerra si consuma a nostre spese,
Ai dittatori non gli costa un fico:
È fatto già saputo, tanto antico
Ma mai nessuno accese le contese.

Si sposta avanti a forza libertina,
Disinibita casta di codardi,
Che gioca l’altrui vita con azzardi
Puntando sopra il piatto, dove abbina,

Le proprie convinzioni di vittoria:
Non mette a rischio le sue nude chiappe
Ma manda in prima linea ignare schiappe
Che cadono e premiati in vanagloria.

Al fuoco acceso manca l’estintore
Mentre le fiamme bruciano speranze
Mandando in fumo intese e tolleranze
Per l’avventata, senza alcun sentore,

Ché la vampata, sotto vento ostile,
È grav’impulso, gesto negativo,
Che assume il volto di disastro attivo
E porta fiamme la’, nel tuo cortile…

Ma il sordo Netanjahu non ci sente
E tira dritto contro un muro alzato
Piu non s’avverte, quasi ormai scalzato,
Che la ragion gli sfugge dalla mente.

La verità, che la questione guerra,
È stato un mero stato di capriccio
Ed ora, chi si trova nell’impiccio
Non trova sfogo e al nemico sferra

Un odio antico quanto planetario.
Ma sta cadendo dal suo piedistallo
Dacché la grinta s’è mostrata un fallo
Da quel dannato inizio arbitrario…

La brama di possesso fuor misura
Scavalca sino i muri d’indecenza
Laddove taglia corto la coscienza
Senz’accortezza di vital censura.

Il succo del limone, mal spremuto
Non fa lenir la sete di rivalsa
Pel fatto la torchiata non si è avavvalsa
Del non proporre al caso un buon rifiuto.

Ad ogni colpo inferto…? Ritorsioni!
Sul campo c’è lo scambio di granate
Si provano le mosse più azzardate
Con accaniti mezzi ed omissioni…

La guerra stagna tra le dune accese.
Tra spurie fedi pur la pace langue.
Si versano promesse miste a sangue
Nelle paludi d’infime pretese.

«Non esiste bandiera abbastanza grande da coprire la vergogna di uccidere persone innocenti» (Howard Zinn)

La Troika non desiste, parte II

Selezionati i capi iraniani,
Freddati dalle bombe intelligenti…?
Striscianti come fossero serpenti
Per togliergli la vita, da villani?

La guida spirituale Khamenei
Radiato dalla scena religiosa
Ma rimpiazzato dalla più corrosa
Figura del figlio… e pien di nei…?

Nessuno sa che pesci più imbrigliare
Le falle sono zeppe a dismisura
Le salme restan senza sepoltura
E il clima non attesta di cambiare?

Conflitto ormai sfuggito dalle mani:
Da quelle già col dito sul grilletto
L’umano nelle vesti d’un’abietto
Che ci preclude speme pel domani?

Ma sono veramente razzi acuti?
Intelligenza che cercando, trova
Il bersaglio, ma se poi non lo approva
Ti scarica la morte e bei saluti?

Lo scontro verte tutto in fuorigioco
Con l’arbitro che resta fuori campo
I giocatori dentro a centrocampo
Che sfidano la vita a stare in loco.

Ormai non si comprende più lo scopo
Tra patti spuri e menzogne grezze
Ai passi falsi a mettere le pezze,
Per rimandare tutto al giorno dopo

E ritrovarsi lungi dalla fila
A dare peggior morso sul bersaglio
Da can mastino privo di guinzaglio
E con la brama messa alla trafila?

L’atomica brandendo in tal maniera
Paventa il lupo che non ha più denti
Non certo chi coltiva buon’intenti
E ostenta alta e fiera la criniera.

S’espande a macchia d’olio l’astio antico
E valica frontiere, e menti ostili
Il cielo piove bombe sugl’ovili
Persino nella landa dell’amico.

È terra come invasa da locuste?
Messa alle strette da figuri ignavi?
Bellingeranti, manzoniani bravi?
Vedenti incerti con vedute anguste?

Qui le sorprese sono giornaliere
Come la mente nelle previsioni
Si cambia il passo spesso in decisioni
Sul conto delle mille petroliere.

Lo stretto Hormuz è ‘na pietra al collo
È rappresaglia contro l’invasore
Un veto mantenuto con rigore
Da tante grosse mine messe a mollo.

Un clima che ti lascia amareggiato
Dai colpi bassi, inferti a tradimento
Pur le promesse sotto giuramento
A fine messa restan senza fiato.

La distruzione è tutta programmata
Con scopo cinico e con l’intenzione
Di dar’inizio alla ricostruzione
Sulle macerie, già pianificata.

L’Iran è un osso duro da morire
È peggio di un cinghiale sotto tiro
Che trova le risorse a stretto giro:
Da preda a cacciatore, può ghermire.

Lo stiam vedendo nelle reazioni
Rivolte quasi a tutto al vicinato:
Le monarchie come il sultanato
Per arrivare a chiuder le questioni

Lasciate aperte dalle forze in campo.
Hezbollah spalanca un altro fronte
Ma il cedro veste rosso l’orizzonte
Col sangue d’innocenti senza scampo.

È una sporca guerra indefinita
Che coinvolge tutto il Medio Oriente
E fin che la ragione resta assente
Ché la rivalsa non sarà svanita…

Se ne vedranno ancora giorni ameni?
E le pazzie volteranno in bene?
Oppure resteremo nelle pene
O meglio lungi da dissidi alieni?

Se c’è la croce non occorre il gladio
La sofferenza l’ha provata il Cristo
La guerra la sostiene l’anticristo
Contro la speme ed ogni fil di Gaudio.

«La guerra è un cattivo gioco,  dove ambedue le parti perdono» (Walter Scott)

Una guerra la puoi vincere solo se non la inizi.

La Troika nella mischia, parte III

Sull’accaduto resta ancor da dire
Ché gli sviluppi restano in attesa
Dacché le parti vanno a gran ripresa
Nel focolar’incendi a non finire.

Ognuno preme per pararsi il “dietro”
Piuttosto che la faccia messa in gioco
Tenersi lungi dall’acceso fuoco
Se Satana non dice:- Vada retro!

Inferno pieno di diseredati
Di malandrini e poveri innocenti
L’intesa langue, o cammina a stenti
Tra mille inconclusioni dei mandati…

Ma si discute ahimè tra muti e sordi
Nel miserando parco di rovine
Che sfugge ad un’idea di confine
Soltanto perché mancano gl’accordi.

La pace qui si nutre di pazienza
Tant’e che non rinuncia a pazientare:
Il tempo giusto che s’innalzi altare
E farsi insiem l’esame di coscienza.

Si contano i caduti con cinismo
Ed il contesto emana un freddo intenso
Soltanto ogni momento che ci penso
Mi perdo nel brutale nichilismo…

Si perde la ragione nel dissidio
Dacché non v’è ragione di far guerra
Piuttosto è un’azione che si aberra
Che porta normalmente al suicidio…

Per prima cosa muore già l’idea
Per una pace che in silenzio tace
Per un’intesa, ma che sia efficace,
E che non porti l’uomo al culpa mea.

Messaggi contrastanti fanno testo
A confermar l’intruglio sugl’approcci
Quei tipi nelle vesti di capocci,
Non danno garanzie nell’assesto.

Non si pensava ai risvolti in corso
È stato un’altro errore della Storia
Dettato con la fretta e dalla boria
Di chi ha fatto a meno del trascorso,

Ma si è affidato a spirito folletto
Con l’arroganza che gli calza appieno
Al punto la ragione gli vien meno
E dice:- Ti saluto, vado a letto!

La bolgia assatanata tira dritto
Scavalca, travolgendo intera schiera:
Per sol sentirsi forte, salda e fiera?
Oppure solo a scopo di profitto?

I danni perpetrati sono ingenti
E restano legati all’imperizia
Passare mano, senza dir giustizia,
Sarebbe, rivedersi dagl’intenti?

Ma si fa presto a dire:-Torna indietro…
Se non s’ammette, poi, d’aver sbagliato
Che rimanere a lungo in detto stato
È come dire:-A morte non arretro!

Risorge dalla storia il filisteo?
Già visto come capro espiatorio,
Vissuto proprio in questo Territorio
Ma lo si vuole adesso per trofeo?

La storia si ripete a non finire
Non bastan le ferite a ricordare
I falsi passi messi contr’altare
Per farsi propriamente maledire?

Si preme oltre il confine del criterio
Lasciando un quadro senza più cornice
Non c’è quel dio che vede e maledice
La piega di quest’altro gran martirio?

Qui manca la sagacia e la perizia
Nemmeno la Giustizia trova posto
Con questi petrendenti ad ogni costo
Dannati tal, da farne, ahimè, notizia.

Quatar con Emirati, contro voglia,
Malvisti da fratelli musulmani,
Farebbero la parte di sciamani
L’aiuto rimarrebbe sulla soglia

Ma c’è l’incomprensione e gelosia
Che questi Stati hanno yankee in casa
E che la terra, dall’ebreo invasa,
Nasconde una grande ipocrisia:

La mano con il sasso da scagliare
Per mantenere a lungo padronanza
E che giammai perda piede usanza:
Non farsi dall’Oriente sbaragliare.

«Non so con quali armi si combatterà la Terza Guerra Mondiale, ma so di sicuro che la Quarta si farà con pietre e bastoni» (Albert Einstein)

Si è perso il filo della Pace, IV parte

Mancante di fermezza, tentennante,
La mente del magnate americano
Con la questione guerra, fuori mano
A fianco di un semita anielante…

Aprendo ‘sto conflitto d’interessi
Han scatenato cielo, terra e mare
Ed ora non san più che cosa fare
Tant’è che sembran oggi pesci lessi.

Minacciano, al momento, gl’alleati
Insieme con l’Europa raggirata.
Han messo in fretta a cuocer la frittata
Lasciando tutti più che nauseati.

L’impatto è stato pari, e non vi dico,
Lo strascico lasciato dall’evento,
L’azione fatta tutto in controvento
Da render pure il popolo, nemico,

Perché la verve della ritorsione
La stiam subendo come ‘na gabella
Ché già ne stiam pagando la cartella:
Dal giorno perpetrata l’incursione.

Or si lamentan, Trump e Benjamin
Rimasti impantanati tra le dune:
Funamboli restati senza fune
Sui tetti già bloccati nel cammin.

Il vanto che n’ostenta la vittoria
È pari al fumo d’un camino spento
Che manco le narici, sotto vento
Ne accusano odore e traiettoria.

Iraq, Siria, Kuwait e la Giordania
Sono Paesi messi a dura prova,
Ma l’aggressore, che nessuno approva,
Impazza e rompe i freni e li dilania.

Diventa un cimiter l’intera landa
Di corpi e di rovine sparsi in giro
Nessuno escluso, tutti sotto tiro
Ad aspettar la resa della banda.

La flotta iraniana è andata a picco?
Col mar che si colora d’antracite?
La colpa è delle chiazze fuoriuscite
Da quelle bombe esplose, per ripicco.

La guerra demolisce  le coscienze
E i ponti ancor sospesi per l’intesa.
Se sol ci fosse almeno  la ripresa
Al dialogo, mettendoci sapienza,

Sarebbe un bel regalo per la Pasqua
Che ci farebbe nascere di nuovo;
Sarebbe la sorpresa senza l’ovo;
Un annegare asciutto, privo d’acqua.

Si scambiano minacce per promesse
E tutto arriva a completar sfacelo.
Han reso nero l’orizzonte e il cielo
Ma solo le intenzioni son le stesse…

Si mostra grinta, ma si resta a casa.
Che almeno poi si tenga bocca chiusa!
Ma credo che si debba chieder scusa
Che la notizia poi, non resti evasa.

I propri danni, se li vuoi celare,
Ti restano pesanti sulla groppa
Se credi sol d’avere il vento in poppa
E le ferite più non vuoi svelare,

Fai conto di mentirti apertamente
Ma con lo scopo di mentire agl’altri
Che certamente troverai più scaltri
Per canzonare quel tuo stato assente.

Dal fuoco tieni lungi la benzina
Quel fuoco che minaccia senza senso:
Se le parole vanno in controsenso
È come dar molt’aria alla fucina…

L’economia porta lo scontento
Al grembo della fame che protesta,
Ma l’alimento ultimo che resta
Si perde nella guerra o arriva a stento.

Girar la testa e non guardare i falli
Commessi per star dentro nella Storia?
Non voglia che ci sfugga alla  memoria
Per rintanarsi e nella mente  installi

Il mite della “guerra-sana-lite”?
Che mette poi da parte l’armonia?
Se poi s’entrasse in netta sintonia
Noi siederemmo sulla dinamite.

Lo scontro ci divide nell’incontro
E ci allontana ahimè dalla concordia
Sarebbe seminare la discordia,
Privarsi dell’intesa e di un raffronto.

«Nessuno può essere così folle da preferire la guerra alla pace: in pace sono i figli a seppellire i padri, mentre in guerra sono i padri a seppellire i figli» (Creso)


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Salvatore Memeo è nato a San Ferdinando di Puglia nel 1938. Si è diplomato in ragioneria, ma non ha mai praticato la professione. Ha scritto articoli di attualità su diversi giornali, sia in Italia che in Germania. Come poeta ha scritto e pubblicato tre libri con Levante Editori: La Bolgia, Il vento e la spiga, L’epilogo. A due mani, con un sacerdote di Bisceglie, don Francesco Dell’Orco, ha scritto due volumi: 366 Giorni con il Venerabile don Pasquale Uva (ed. Rotas) e Per conoscere Gesù e crescere nel discepolato (ed. La Nuova Mezzina). Su questi due ultimi libri ha curato solo la parte della poesia. Come scrittore ha pronto per la stampa diversi scritti tra i quali, due libri di novelle: Con gli occhi del senno e Non sperando il meglio… È stato Chef e Ristoratore in diversi Stati europei. Attualmente è in pensione e vive a San Ferdinando di Puglia.

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