
Disponibile su tutte le piattaforme digitali “Riempito di blu”, un brano inedito di Tony Dallara, l’artista che ha rivoluzionato la musica leggera italiana e inventato lo stile degli “urlatori”. Il brano, prodotto da Sorridi Music e Edizioni Magilla, non è una moderna operazione di archivio, ma un vero e proprio “tesoro ritrovato”. Registrato nel 1993 e rimasto custodito per oltre tre decenni su un nastro analogico, vede la luce oggi grazie alla determinazione del cantautore e musicista Riccardo Ceratti.
Ciao, Riccardo. Come nasce il brano “Riempito di blu” e perché è rimasto inedito dal 1993?
Tutto nasce da una sessione in studio del 1993. Ispirato da una domanda candida di mio figlio Samuele di soli 3 anni “Papà, come fa il mare a tenerci su?” Ecco, da qui l’idea di rispondere con un testo e una canzone, finalizzata con Fabio De March e Angelo Ceriani, il team con cui lavoravo in quegli anni. Il brano cattura immediatamente l’interesse di Tony Dallara. Il “Re dell’Urlo” incide la traccia con una potenza vocale straordinaria, ma per logiche discografiche dell’epoca il brano rimane nel cassetto.
Il valore del “Nastro Ritrovato”
Quando ho messo le mani su quel supporto magnetico rimasto in archivio per più di tre decenni, ho capito subito che non era solo un provino, ma un testamento artistico. La voce di Tony nel ’93 era nel pieno della sua maturità espressiva.
Il brano è rimasto nel cassetto perché aspettava un atto di coraggio: non un semplice ‘restauro’, ma un mix filologico della sonorità dell’epoca, che lo portasse nel 2026. ‘Riempito di blu’ non è un’operazione nostalgia, è la dimostrazione che la grande melodia italiana non scade mai. Devo ringraziare per questo il mio editore, Massimo Galantucci delle edizioni musicali Magilla, che ha voluto fortemente regalare il brano a tutti, e l’etichetta discografica Sorridi music.
Ho protetto quel nastro per oltre trent’anni. È una promessa mantenuta a mio figlio e un omaggio a un uomo che ha cambiato la storia della nostra musica. Sentire oggi quella voce intatta, potente e vibrante, è un’emozione che appartiene a tutti.
Da dove è scaturito l’interesse del “Re dell’Urlo” Tony Dallara per l’interpretazione della canzone?
L’interesse di Tony per questo brano è scaturito dalla sua costante ricerca di una sintesi tra potenza e sentimento. Nonostante il mondo lo ricordi come il ‘Re dell’Urlo’ per la sua capacità rivoluzionaria di rompere gli schemi della musica italiana, Tony ha sempre avuto un’anima profondamente legata alla grande melodia.
Quando ha ascoltato la struttura di ‘Riempito di blu’, io penso che abbia riconosciuto una sfida interpretativa: non doveva solo ‘urlare’ la sua presenza, ma doveva abitare un testo che parlava di profondità, di sfumature, di quel ‘blu’ che avvolge l’esistenza.”
Il fascino del testo e della scrittura
Per un artista che ha attraversato decenni di musica, trovare un brano che gli permettesse di usare la voce in modo quasi confidenziale, pur mantenendo quel vigore che lo ha reso unico, è stata la scintilla.
Nel 1993, in quel nastro magnetico, si sente un Dallara che non vuole solo stupire con l’estensione vocale, ma che vuole raccontare una storia. L’interesse è nato proprio lì: nella possibilità di lasciare un segno diverso, più intimo e maturo, che continuasse il cerchio della sua straordinaria carriera.
“Papà, come fa il mare a tenerci su?” In che modo questa domanda di tuo figlio non ha incontrato le logiche discografiche dell’epoca, mentre, invece, potrebbe attecchire oggi?
È una domanda che contiene un’architettura invisibile. Quando mio figlio me l’ha chiesta, non stava cercando una lezione di fisica sulla spinta di Archimede; stava chiedendo conferma che il mondo fosse un posto sicuro, capace di sostenerci nonostante la sua vastità.
Se guardiamo al passato, la discografia di qualche decennio fa era spesso vittima di un “complesso di superiorità”. Per essere considerati “autori”, bisognava usare parole pesanti, concetti astratti, metafore che facessero rumore. Una domanda così nuda, così spudoratamente infantile, sarebbe stata etichettata come “minore” o relegata al mondo dell’infanzia. C’era la paura che la semplicità venisse confusa con la banalità. Si cercava il grido, mentre questa frase è un sussurro davanti all’orizzonte.
Oggi, invece, il panorama è cambiato radicalmente. Siamo saturi di sovrastrutture e cerchiamo disperatamente la verità del dettaglio. Il pubblico contemporaneo ha sviluppato una sensibilità per l’iper-realismo: una frase rubata alla vita quotidiana, un dubbio espresso in riva al mare, hanno una forza di penetrazione che dieci metafore barocche non hanno più.
Oggi questa domanda “attecchisce” perché abbiamo capito che la vulnerabilità è una forma di potere. Dire “non so come facciamo a stare a galla, ma so che succede” è una confessione di umanità che accorcia la distanza tra chi canta e chi ascolta. È quel tipo di scrittura che non vuole insegnare nulla, ma vuole solo testimoniare un momento di stupore condiviso. In un mondo di robot ed intelligenza artificiale, di modelli vincenti che ci chiede di essere sempre solidi e performanti, l’idea di affidarsi a qualcosa di fluido che ci tiene su è, paradossalmente, l’ancora più forte che abbiamo. L’imperfezione è la strada che va ri-aperta.
È ancora possibile coniugare, in musica, i concetti di poesia, amore, protezione e futuro?
Non solo è possibile, ma credo sia diventato un atto di resistenza necessario. Vedi, non ho scritto “Riempito di Blu” per spiegare il mondo — il mondo è già fin troppo pieno di spiegazioni, spesso non richieste. È stato scritto per costruire una casa dove il futuro non faccia paura.
Se dovessi usare una metafora costruttiva, ti direi che la poesia è stata il materiale da costruzione. Non è un decoro, è la struttura: scegliere la parola esatta, quella che risuona con la verità di un bambino che chiede come faccia il mare a tenerci su, significa poggiare i piedi su fondamenta solide. Senza la precisione della poesia, la canzone crolla al primo ascolto.
L’amore, poi, non è la facciata della casa, ma il suo riscaldamento. È quell’energia invisibile che senti sotto la pelle mentre ascolti un brano; non hai bisogno di vederlo per sapere che c’è, perché ti scalda. È la vibrazione di una corda, il calore di una voce, quella di Tony, che non cerca la perfezione, ma la connessione. Senza questo calore, la musica resta un esercizio di stile, una stanza gelida in cui nessuno vuole abitare.
E la protezione? La protezione è il tetto. Una canzone deve saper essere uno scudo contro il rumore esterno, contro il cinismo dilagante. Deve offrirti quei tre minuti di tregua in cui ti senti al sicuro, avvolto da un suono che ti protegge dalle intemperie del quotidiano, ecco, lì entra in gioco anche il calore del nastro magnetico.
Infine c’è il futuro. Una casa senza finestre sarebbe una prigione. Il futuro nella forma canzone sono le finestre spalancate: servono a guardare fuori senza timore. Finché avremo bisogno di sentirci meno soli e più protetti, ci sarà sempre spazio per queste parole. La musica non deve risolvere i problemi del secolo, ma deve rendere il presente un posto in cui valga la pena abitare, preparando il terreno per quello che verrà domani, perché caro Michele, nonostante tutto, il domani verrà.























