
Del prof. Biagio Lauritano
Luigi Pirandello fu interprete della crisi storica, sociale e culturale che caratterizzò l’Italia post-unitaria. Tale crisi si manifestò con particolare intensità nel Mezzogiorno, soprattutto in Sicilia, dove l’annessione al Regno d’Italia non riuscì a risolvere le gravi problematiche legate alla cosiddetta “questione meridionale”. Con quest’ultima il divario tra Nord e Sud Italia si manifestò nel doppio volto della politica giolittiana che introdusse un senso di sfiducia e smarrimento nei cittadini del Sud Italia di fronte alle istituzioni che sarebbe stato poi a sua volta alimentato da quella profonda crisi culturale, espressione della fine del Positivismo e del mito della ragione nell’atto di spiegare le azioni dell’uomo nella realtà in quanto finalizzate a cogliere le tracce del proprio io.
In altre parole, si trattava di un senso di sfiducia che, prendendo le mosse dagli insuccessi della vita reale dove la quotidianità e l’ideologia spesso si confondono essendo due facce della stessa medaglia nella pretesa di possesso della ragione, comportava l’azzeramento del tempo oggettivo nel momento in cui l’uomo si scopriva solo con se stesso. È proprio questa condizione esistenziale che impedisce a Pirandello di contestualizzare le proprie riflessioni sulla natura umana e di comprenderne la nullità di fronte alla realtà oggettiva. Elemento centrale della riflessione pirandelliana risulta essere il contrasto tra forma e vita.
La forma in effetti è un tipo di conoscenza con cui l’uomo si prefigge di oggettivare l’Essere nel senso di ricavarne verità assolute attraverso cui prevedere il futuro. Ma ciò si scontra inevitabilmente con il limite della conoscenza in quanto forma perché subordinata all’a priori dello spazio e del tempo che non ci permette di risalire all’Essere visto che “natura non facit saltus”. In tal senso l’uomo col passare del tempo si accorge che non possiede strutture cognitive mentali che rispecchiano l’esistenza, nemmeno quella della propria psiche, arrivando così a brancolare nel buio e nella confusione più totali. Ne deriva allora l’impossibilità per lui di definire la storia in quanto elemento costitutivo del proprio background culturale che perciò non può essere veicolo di condivisione emotiva ovvero degli stessi valori spirituali con gli altri.
A questo punto l’uomo, conscio della sua incapacità di cogliere l’Essere, neanche sottoforma di ente ovvero come particolare specificazione e quindi momento singolo dell’azione umana, si affida alla propria capacità di interpretare emozioni, sensazioni, luoghi e personaggi dell’universo concreto; la sua capacità di indagare a fondo tutto ciò gli consente di soffermarsi di volta in volta sulle proprie esperienze tale che la percezione del proprio io ovvero dell’ente rispetto all’Essere è sempre in fieri. Quindi in una condizione di percezione totale della vita egli coglie se stesso come Altro da sé ovvero rimane inconoscibile a se stesso e agli altri se tenta di rivivere tutte le esperienze fatte fino ad un dato momento.
Allora entrano in scena le convenzioni sociali che parlano sempre delle stesse cose impedendo all’uomo di autocollocarsi nella realtà immanente nemmeno se tenta di dialogare con se stesso. Arrivato a questo punto egli guarda alla storia passata per rintracciare le radici della propria esistenza, ma non ricorda più dove, come, quando e perché collocare gli eventi. Anzi la sua mente gli rimanda a livello cosciente il sentimento di sconfitta segnato dal passaggio da una visione geocentrica ad una eliocentrica dell’universo: egli si sente ai margini del Tutto, escluso dall’Essere.
Per lui non vale più il principio di identità e di non contraddizione, ma tante identità non definite, non più in sintonia con l’Essere e che possono essere, al massimo, espressioni di fenomeni la cui presunta esistenza è da ricercarsi altrove, ma non nel campo della nostra dimensione percettiva: nasce così il relativismo pirandelliano. Esso rappresenta un fenomeno gnoseologico che caratterizza a priori il nostro intelletto in quanto condizione necessaria del nostro io, non può essere etichettato come qualcosa di stabile e descrivibile perché è il risultato dei nostri tentativi di spiegare l’Essere quando, in verità, quest’ultimo ha, dalla prospettiva dell’uomo, significato esclusivamente metafisico quindi congetturale.
In definitiva, il relativismo pirandelliano rappresenta le nostre illusioni. A questo punto Pirandello è costretto ad ammettere che sul piano etico l’uomo pensa solo in termini di percezione soggettiva la quale rende nullo ogni suo ragionamento fondato sulla distinzione tra noumeno e fenomeno, tra pensiero e apparenza e casualmente, di volta in volta, la sua percezione della realtà è influenzata dal contesto culturale e sociale in cui si trova. Paradossalmente l’uomo e la realtà prendono il posto rispettivamente dell’ente e dell’Essere come se le regole e le convenzioni sociali così come il nostro pensiero non esistessero nell’atto di definire noi stessi come parte integrante della società; è veramente il caso di dirlo: “natura fecit saltus”.
In questa prospettiva il relativismo si configura come tante verità oggettive distorte quante sono le esperienze fatte che spingono l’uomo al rifiuto consapevole di riconoscere i propri sentimenti come specchio della realtà; l’uomo non si scopre più se stesso in questo mondo mutevole, veritiero solo in apparenza, le nostre emozioni non sono più latrici di una verità nascosta dentro di noi che tocca il sublime ovvero la nostra verità soggettiva non esalta noi stessi di fronte al fatidico nulla in cui siamo immersi, espressione della neonata società di massa come quella di Pirandello all’inizio del Novecento.
La conseguenza di tutto ciò è il rifiuto della storia in quanto libertà intesa come verità dei nostri sentimenti; allora ecco che interviene la logica che circoscrive i nostri pensieri, che ci accompagna durante le nostre esperienze quotidiane. Si tratta di una logica attraverso la quale ridefiniamo il rapporto con noi stessi e con il mondo ovvero con quello che ne è rimasto dopo la frattura con il nostro passato che è sempre consistito nell’equivalenza tra idea e realtà, tra pensiero ed azione, tra percezione del nostro io e sua proiezione verso il futuro: nasce così l’umorismo che Pirandello definisce come riflessione critica sul paradosso dell’esistenza umana.
Per Pirandello l’umorista è colui che, superando la dimensione dell’accaduto in quanto specchio della realtà e riflesso dei nostri sentimenti ne coglie l’origine nascosta nelle nostre pulsioni interiori che affiorano alla coscienza attraverso la percezione e non trovano mai in essa la loro ragion d’essere. Questa consapevolezza produce in noi uno sdoppiamento del nostro io attraverso cui riconosciamo il carattere indefinito e provvisorio delle nostre emozioni poiché esse cambiano a seconda del luogo e del momento in cui ci troviamo facendoci così riconoscere l’illusione della forma che caratterizza la nostra società. In Pirandello tale consapevolezza è espressione del concetto di maschera che, per esempio, in Mattia Pascal, come in Vitangelo Moscarda e in Enrico IV funge da meccanismo di proiezione fantastica delle proprie emozioni, le sole latrici di vita interiore intesa come substrato fenomenologico quindi intenzionale dell’identità, che evidenziano le illusioni della realtà ovvero la solitudine di detti personaggi di fronte ad ideali oramai svuotati di senso.
Questi ideali costringono l’uomo ad un continuo scavo interiore, riflesso della sua instabilità emotiva e della sua continua oscillazione tra se stesso e gli altri. Nasce così la “poetica senza autore”, secondo cui l’opera d’arte si genera come creazione estetica dei personaggi dell’opera stessa che l’autore non può più controllare in quanto la sua volontà è in bilico tra la potenza e l’atto nel vano tentativo di affermare le ragioni del proprio io. I personaggi delle opere pirandelliane vivono ed agiscono quindi come entità autonome, proiezioni delle pulsioni istintive dell’autore che egli non può reprimere senza annientare se stesso ovvero perdendo l’ultimo barlume di speranza in un’ipotetica conquista di nuove certezze.

























