I giovani a difesa della Costituzione

La Costituzione italiana è di tutti, certo, ma dal 23 marzo 2026 appartiene anche ai giovani, quegli stessi giovani che spesso, a partire da noi insegnanti, sono declassati a massa informe, immobile, ignava e indolente, incolta, disamorata della politica, individualista e disinteressata; o, che è peggio, così immatura da essere esposta a facili condizionamenti, contro i quali è meglio correre subito ai ripari schedando, sanzionando, intimidendo, costringendo all’autocensura impavidi docenti di sinistra che osano fare politica nelle loro aule.

Ebbene proprio questi giovani, il 61,1% nella fascia tra i 18 e i 34 anni, hanno detto NO: la Costituzione è troppo importante ed equilibrata, troppo a lungo meditata, prezioso frutto di troppo sangue versato, per poter essere abbattuta a colpi di maggioranza del governo o di minoranza di elettori. Ciò non significa che il diritto, anche quello fondamentale dello stato, non possa essere emendato per stare al passo coi tempi. Ma un conto è aggiornarlo, altro è indebolirlo, un conto è mantenerlo dinamico, altro è piegarlo alle esigenze politiche di questo tragico momento storico, in cui la politica – e non solo quella italiana – si rivolge alla pancia dei cittadini, invece che alla loro testa, e sfruttandone le paure e il malcontento, a corto com’è di analisi e soluzioni di spessore, fa risorgere autoritarismi e nazionalismi, intolleranza e censura, pericolosi scontri istituzionali tra alte cariche dello stato. Un tempo di equilibri internazionali così precari e di fatto già rotti, da far temere lo scoppio di un nuovo conflitto mondiale.

Questo contesto, che i sostenitori del SÌ hanno tentato di oscurare o quanto meno di considerare in secondo piano, richiamando l’attenzione, nel migliore dei casi, al solo testo di legge -che pure in sé stesso presentava limiti di non poco conto – , i giovani lo hanno evidentemente colto. Non solo nei mesi di campagna referendaria, ma fin dalle manifestazioni di piazza per Gaza, fin da quel 22 settembre che ha visto compiersi un vero miracolo culturale: una tale mobilitazione spontanea dal basso che non si ricordava dai tempi della guerra in Vietnam. Per dire basta a crimini orrendi, per chiamarli con il loro vero nome, genocidio, per dire basta silenzio, inerzia e complicità da parte di quegli stessi paesi che, sottoscrivendo la Carta delle Nazioni Unite nel 1945, si gettarono alle spalle un secolo di massacri e di violazioni dei diritti umani fondamentali e che invece oggi usano la doppia morale sanzionando Putin ma non Netanyahu e Trump.

Tutto questo non significa che il voto dei giovani sia stato solo un voto di protesta. E, d’altra parte, se anche solo di questo si fosse trattato, ci sarebbe comunque da festeggiare, perché in una democrazia come la nostra, che non eccelle per partecipazione, far sentire il proprio dissenso è già un ottimo segnale di cambiamento. Significa piuttosto che essi hanno saputo leggere il presente a tutto tondo, che hanno saputo andare oltre i tecnicismi e rinvenire il profondo e sottile legame tra norme apparentemente fredde e astratte e la preoccupante direzione che gli eventi storici contemporanei stanno prendendo: la torsione autoritaria dell’esecutivo.

Certo, non è stato difficile accorgersene, dal momento che sono stati gli stessi nostri governanti a far intendere chiaramente, con le loro ingenue e spudorate dichiarazioni, il reale intento e punto d’arrivo della riforma Nordio. Tuttavia, almeno qualche merito ai giovani va riconosciuto: non essere rimasti alla finestra, aver colto l’urgenza e la responsabilità di passare dalle piazze alle urne, aver capito che la mobilitazione della società non è inutile, perché non è vero che “tanto non cambia niente” se, come affermava Popper, “in una democrazia i governanti – cioè il governo – possono essere licenziati dai governati senza spargimento di sangue” (La società aperta e i suoi nemici). I giovani hanno colto che in gioco fosse il loro stesso futuro di cittadini liberi ed eguali, che non si può attribuire sempre la colpa agli altri se il mondo non gira come vorrebbero, che vogliono inoltre essere ascoltati e che ne hanno tutto il diritto.

Ma soprattutto, i giovani, anche quelli che non hanno ben tecnicamente capito il testo della riforma e che, perciò, hanno votato NO solo per precauzione, hanno finalmente capito il valore storico della nostra Costituzione. E non perché nei collegi docenti si riproponga quella stessa presunta egemonia culturale della sinistra, ma perché evidentemente la scuola (e l’università) restano ancora un presidio privilegiato del fondamento storico della Costituzione e del suo equilibrato dettato normativo. Merito non solo dell’insegnamento di “Cittadinanza e Costituzione”, nonostante dal 2019 abbia cambiato nome in “Educazione civica”, ma anche e soprattutto dell’insegnamento della storia, che, nonostante il taglio delle ore voluto dall’allora Ministra dell’Istruzione Gelmini, i docenti continuano a impartire nei suoi fondamentali, con competenza e onestà intellettuale. Perché se le più alte cariche dello stato fanno fatica a recidere le loro dichiarate (anche solo nel simbolo di partito) radici storiche, almeno sui banchi di scuola e su quelli delle università gli italiani non hanno paura di fare i conti con un passato torbido: dal collaborazionismo fascista nella repressione della Resistenza e nella persecuzione di tutti i diversi (dagli ebrei agli omosessuali), al collaborazionismo con i partigiani di Tito che infoibarono gli italiani, fascisti, antifascisti o con nessun credo politico, colpevoli soltanto di opporsi all’annessione dell’Istria alla Jugoslavia. Queste cose a scuola si raccontano chiaramente agli studenti che ne chiedono il perché e si raccontano non solo senza paura ma anche senza storture ideologiche, con in mano solo le fonti e solo le carte dei diritti che sono nate da tanto sangue versato. Con buona pace della caccia alle streghe che qualche nostalgico di quei tempi bui ha recentemente tentato di replicare.


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Ho conseguito la laurea in Filosofia all’Università “Aldo Moro” di Bari e il dottorato in Bioetica all’Università “Alma Mater Studiorum” di Bologna. Insegno Storia e Filosofia e ho pubblicato un libro e alcuni articoli di bioetica e altri su varie tematiche di cultura e attualità. Negli ultimi anni ho sviluppato un particolare interesse per la storia, che ritengo indispensabile per la comprensione del presente. Considero la filosofia come sale e sentinella della democrazia e la scrittura come un formidabile strumento di cura di sé e di trasformazione della realtà. Credo profondamente nel valore sociale del mio lavoro, che svolgo con passione e dedizione. Sono convinta che ciascuno possa e debba fare la differenza nel proprio piccolo, per rendere il mondo un posto migliore. In cima alla scala dei miei valori colloco la giustizia, l’uguaglianza e la libertà. Temo l’indifferenza e i fondamentalismi come i peggiori dei mali.

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