Pope Francis, Saint Peter's Square, Vatican City - 27 August 2014 More: View public domain image source here

 Uno degli ultimi inviti di Papa Francesco

Pur essendo durato dodici anni il pontificato di Papa Francesco, può sembrare a prima vista una meteora il tempo speso nell’avviare “il dialogo con il mondo scientifico”, ma è stato non secondario come si evince dalle diverse Encicliche e dalla Veritatis Gaudium, dove c’è un invito pressante ad adottare ”il metodo scientifico rispondente alle esigenze proprie delle singole scienze”; e tutto questo perché è stato  ritenuto basilare avviare su nuove basi il confronto col mondo contemporaneo, esigenza già decisamente presente nell’ultimo documento partorito in seno al Concilio Vaticano II come la Gaudium et Spes del 1965, dove si deplorava il fatto che in  diversi ambienti cristiani ancora non veniva ben ‘percepito la legittima autonomia della scienza’ col continuare a creare ‘contese e controversie’ e portare all’opposizione con le verità della fede. Sono stati  decisivi i contributi dati dal pontificato di Giovanni Paolo II  a superare tale stato di cose, anche se questo aspetto del suo percorso ancora resta per lo più in ombra se non quasi rimosso,   con la riapertura critica del  ‘Caso Galileo’  e a portare  il complesso dibattito sui giusti binari dopo secoli di conflittualità; ricordiamo che tali posizioni di opposizione hanno trovato le loro radici da una parte in quella che lo stesso pontefice polacco ha chiamato  ‘dittatura del letteralismo biblico’ col ritenere lo scienziato pisano ‘un dono di Dio’ per averci definitivamente liberato da esso, e aver aperto un nuovo quadro ermeneutico nei confronti delle verità della fede.

E dall’altra, ha pesato molto la mancanza di una adeguata riflessione sulla piena portata storico-veritativa della scienza, venuta a maturazione solo nel corso del Novecento, anche grazie al crescente impatto  delle scienze del vivente dove  la stessa teoria dell’evoluzione non è più  ‘una mera ipotesi a seguito di una serie di scoperte fatte’ al loro interno pur caratterizzata da un sostanziale pluralismo  di fondo, come sostenne in un discorso del 1996 lo stesso Giovanni Paolo II; non a caso, e fatto raro nella vita dei pontefici, si è fatto spesso nei suoi discorsi all’Accademia Pontificia delle Scienze fine ‘epistemologo’ nel  ribadire a più riprese la necessità del lavoro filosofico per chiarirne la complessità e i relativi nodi concettuali, come fece Galilei nella sua ‘filosofica militia’ per la fisica nascente, operazione che finì per diventare allora quasi una colpa e sorprendere l’intero mondo intellettuale con simile audacia di pensiero.  E questo non comune lascito galileiano è oggi più che mai parte integrante del più sano pensiero filosofico-scientifico odierno che produce l’elaborazione epistemica dei risultati  anche nelle diverse articolazioni etico-antropologiche col metterla a disposizione dei vari saperi; pur entrata anche nelle pieghe della ricerca teologica, tarda ancora a prendere piede   in certi ambienti  sia del mondo  laico che  di quello dei credenti, spesso alla ricerca quest’ultimi di posizioni ‘concordiste’, cioè tese a trovare nei risultati scientifici delle conferme alle verità di fede. E non a caso vengono ritenute puerili e nello stesso tempo  ‘insidiose’ dallo stesso Giovanni Paolo II in quanto portano a distorcere sia il significato delle verità scientifiche che di quelle della fede, entrambe bisognose, pertanto, di continue riflessioni  di natura epistemologica per evitare tale rischio, sempre in agguato, con le conseguenti derive ideologiche; ma tutto questo non ha trovato, salvo rare eccezioni come in alcune Facoltà Pontificie, un adeguato sbocco didattico nelle Facoltà Teologiche e negli Istituti di Scienze Religiose, luoghi deputati tra l’altro a condurre ‘una riflessione sulla scienza agli albori del terzo millennio’, come scrisse Giovanni Paolo II, per fornire una  formazione  di base sia a  coloro che si apprestano ad entrare nel difficile campo dell’insegnamento e sia a coloro che sono alla ricerca di una fede più matura.

Per comprendere meglio alcune delle strategiche scelte operate da Papa Francesco durante il suo pontificato, è da prendere in debita considerazione tale eredità di cui si è fatto pienamente tesoro; ed il tutto parte dopo aver acquisito e inteso il pieno valore umano implicito nella conoscenza prodotta dalle varie scienze grazie al suo lungo e costante confronto col pensiero di Romano Guardini. Tale importante figura di filosofo-teologo italo-tedesco gli ha dato, inoltre, gli strumenti giusti per affrontare le logiche del mondo contemporaneo ed indirizzarle  verso l’et et,  sul situarsi sul ‘tra’ col mettere da parte quelle dell’aut aut, di cui sono vittime ancora diverse figure che hanno in mano le sorti dell’intero Pianeta; e, alla luce di tale lascito, molti suoi interventi  sono stati indirizzati ad   assegnare alla scienza e alla tecnica un ruolo non secondario ritenuto strategico per affrontare le  policrisi attuali, frutto dell”’intreccio di diverse criticità”, dalle guerre ai cambiamenti climatici e ai problemi energetici, dall’emigrazione all’innovazione tecnologica, e per avviare “un radicale cambio di paradigma”, come si riporta nella Veritatis Gaudium. E tutto questo viene ribadito in uno degli ultimi messaggi all’Assemblea Generale della Pontificia Accademia per la Vita del 3 marzo 2025, dove si ritiene più che mai impellente “il dialogo col mondo scientifico” per ”interrogarci sul destino del mondo e sulla nostra comprensione di esso” e far fronte più adeguatamente alla “drammaticità della congiuntura storica che stiamo vivendo” come intera umanità insieme allo stesso Pianeta, i cui destini sono diventati inscindibili;  se  Paolo VI  nella Populorum Progressio ed Edgar Morin nei suoi scritti, quasi all’unisono  pur partendo da preoccupazioni diverse, mettevano in guardia negli anni ’70 dalla ‘mancanza di pensiero’  come pericolo per l’intera umanità, per Papa Francesco negli ultimi tempi si ha, grazie alle scienze e alla loro stretta relazione con altri ambiti dell’umano,  un pensiero che si nutre continuamente delle loro conoscenze messe in campo per affrontare con più maturità la situazione odierna.

 In tale ultimo breve ma denso intervento che si prende in esame e passato quasi del tutto inosservato, si enuclea un vero e proprio programma di ricerca   da lasciarlo in eredità e va, pertanto, considerato come una sorta di testamento culturale e pastorale insieme, dove ci sono inviti pressanti a compiere ulteriori “passi” verso quello che chiama “l’ascolto delle scienze” in quanto ci propongono “continuamente nuove conoscenze”. Questa operazione è ritenuta rilevante in quanto “il tema del loro ascolto è decisivo” oltre ad essere “una parola-chiave di tutto il processo sinodale che abbiamo avviato” col prendere come “esempio di questo tipo di ricerca Padre Teilhard de Chardin e il suo tentativo – certamente parziale e incompiuto, ma audace e ispirante – di entrare seriamente in dialogo con le scienze, praticando un esercizio di transdisciplinarità”, anzi di “forte transdisciplinarità” per riportare ciò che è scritto nella stessa Veritatis Gaudium. Del resto, le stesse famose Encicliche, Laudato sì e Fratelli tutti, non si possono comprendere appieno se si tralascia questo suo interesse per quelle che chiama “intuizioni” teilhardiane, frutto da parte del gesuita francese dell’interrogare la ‘stoffa’ del mondo attraverso la teoria dell’evoluzione, in quanto “hanno messo al centro la categoria di relazione e l’interdipendenza tra tutte le cose, ponendo homo sapiens in stretta connessione con l’intero sistema dei viventi”.

E l’attenzione riservata all’ascolto delle scienze durante il suo intero percorso pastorale è stata, dunque, costante ed in particolar modo è stato rivolto, non a caso, verso le scienze biologiche dove sempre di più si registrano novità sostanziali, rispetto anche al recente passato, “sulla struttura della materia e sull’evoluzione degli esseri viventi”. Comprendere tali cambiamenti è ritenuto anch’esso un vero e proprio evento di verità, in quanto costringono, come viene riportato in tale ultimo intervento, a compiere un ulteriore “passo” teso ad “esaminare con maggiore attenzione quale sia la nostra rappresentazione del mondo e del cosmo”. Tale operazione culturale è ritenuta strategica per analizzare “seriamente le nostre resistenze profonde al cambiamento, sia come persone sia come società” messe in essere da varie parti in occasione, ad esempio, della “pandemia da covid”, occasione “sprecata” in quanto “avremmo potuto lavorare più a fondo nella trasformazione delle coscienze e delle pratiche sociali”.

Per evitare un simile approdo, Papa Francesco invita al confronto critico e costruttivo con le scienze del vivente da dove “emerge una visione molto più dinamica della natura rispetto a quanto si pensava ai tempi di Newton”, visione che ha portato a concepire l’uomo e la natura in termini riduzionistici da diventare così il plafond dell’umano nei vari campi (sociale, economico e politico) con le diverse tragedie verificatesi in particolar modo nel ‘900; esse portano in dote vari doni concettuali ed esistenziali  ed in primis quello di individuare  e stanare tale ‘sovrano sotterraneo del paradigma della semplificazione’, come lo ha chiamato Mauro Ceruti, che ha inquinato le nostre menti e ha portato a diversi punti ciechi con la necessità di porre in essere dei ‘rimedi razionali’ contro tale stato di cose, per usare un’espressione di una figura francese poco nota e morta ad Auschwitz, come Hélène Metzger. E nello stesso tempo, sempre come viene affermato in tale ultimo messaggio di Papa Francesco, le stesse scienze del vivente aiutano il “nostro modo di intendere la ‘creazione continua’ che “va rielaborato sapendo che non sarà la tecnocrazia a salvarci: assecondare una deregulation utilitarista e neoliberista significa imporre come unica regola la legge del più forte; ed è una legge che disumanizza”. Le scienze del vivente, se vengono ben metabolizzate sul piano del pensiero filosofico e teologico, sono modi per capire più in profondità le logiche del “mondo ed il suo evolversi, con le inedite modalità di relazione che vi corrispondono”, che le logiche utilitaristiche imperanti, nel portare all’’impero del digitale’ come è stato chiamato da  Giuseppe Longo, tendono a nascondere col fare dell’umanità ‘un gregge col rivolgersi ad un capo’, a dirla con F. Nietzsche; ed in più “possono fornirci dei segni di speranza, dei quali andiamo in cerca come pellegrini  durante questo anno giubilare” e “per questa dimensione comunitaria della speranza”, siamo invitati a dare un contributo nel prenderle e “valorizzarle [come]  strumenti che abbiano una portata globale, davanti a una crisi complessa e planetaria”,

 Con tali strumenti potenziati dall’apporto del pensiero dell’et et o della complessità (Papa Francesco: pastore della complessità, 15 maggio 2025),  Papa Francesco è entrato ‘con le ali’, per parafrasare un’espressione di Henri Poincaré, nei problemi della contemporaneità e coglierne le diverse sfide, implicite ed esplicite; e le diverse sfide concettuali che le scienze pongono continuamente le ha tradotte in segni di speranza e con ascoltarne il grido, specialmente di quelle che hanno che a che fare con gli esseri viventi, le ha fatte rientrare  in un ambito specifico, quello della “profezia sociale” ritenuta strategica nel cammino sinodale. In esso ed in modo concreto,  “nell’incontro con le persone e con le loro storie e nell’ascolto delle conoscenze scientifiche, ci rendiamo conto di quanto i nostri parametri riguardo all’antropologia e alle culture esigano una profonda revisione” da richiedere “una coraggiosa rivoluzione culturale”, come viene indicato in Veritatis Gaudium. Così un breve messaggio, ma denso di contenuti programmatici, si rivela ancora una volta foriero di prospettive politico-culturali ad ampio raggio che ci invitano a lavorare a cambiare i parametri esistenti nei vari campi considerati “miopi”, specialmente quelli che regolano i rapporti tra gli Stati “preoccupati solo di tutelare interessi particolari e nazionali”, quando invece c’è sempre più bisogno di “organizzazioni mondiali più efficaci, dotate di autorità per assicurare il bene comune mondiale” e realizzare progetti politici in senso cosmopolitico.


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Mario Castellana, già docente di Filosofia della scienza presso l’Università del Salento e di Introduzione generale alla filosofia presso la Facoltà Teologica Pugliese di Bari, è da anni impegnato nel valorizzare la dimensione culturale del pensiero scientifico attraverso l’analisi di alcune figure della filosofia della scienza francese ed italiana del ‘900. Oltre ad essere autore di diverse monografie e di diversi saggi su tali figure, ha allargato i suoi interessi ai rapporti fra scienza e fede, scienza ed etica, scienza e democrazia, al ruolo di alcune figure femminili nel pensiero contemporaneo come Simone Weil e Hélène Metzger. Collaboratore della storica rivista francese "Revue de synthèse", è attualmente direttore scientifico di "Idee", rivista di filosofia e scienze dell’uomo nonché direttore della Collana Internazionale "Pensée des sciences", Pensa Multimedia, Lecce; come nello spirito di "Odysseo" è un umile navigatore nelle acque sempre più insicure della conoscenza.