
(e perché il mio No nasce dall’idea di giustizia che ho in mente)
«La libertà non consiste nell’avere un buon padrone, ma nel non averne affatto» (Cicerone)
Il Direttore, domenica scorsa, ha scritto di libertà di parola, di minoranze, di rispetto.
Non ha scritto un articolo “contro” qualcuno.
Ha scritto un invito a pensare.
Io parto da lì.
Perché il referendum sulla giustizia non è un giudizio su una persona.
È una scelta su una modifica costituzionale che riguarda il rapporto tra potere e cittadino.
E sì, la mia posizione coincide con quella di Gratteri.
Ma non perché “sto con lui”.
Coincide perché, dopo aver riflettuto (grazie al Direttore che mi ha incoraggiato a farlo), penso che questa riforma non tocchi il vero problema che vedo nel processo penale.
Chi non ha mai avuto a che fare con il penale?
Chi non ha avuto un familiare indagato?
Un amico coinvolto in un procedimento?
Chi non ricorda il caso di Enzo Tortora, simbolo di un errore giudiziario che ha lasciato un segno profondo nella coscienza civile?
Il penale non è un tema per giuristi.
È un’esperienza che può travolgere chiunque.
Quando entri in un’aula, scopri che il tempo cambia, che l’angoscia cresce, che la reputazione vacilla.
E la domanda che ti fai non è: “Come sono organizzate le carriere dei magistrati?”
La domanda è:
“Qui sono davvero tutelato?”
Qual è il problema che la riforma dice di voler risolvere?
I promotori sostengono che giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine, condividono concorso, organi di autogoverno, cultura professionale. Separare le carriere — dicono — rafforzerà la terzietà del giudice.
È una tesi rispettabile.
Ma mi chiedo:
la sensazione di sproporzione che molti cittadini avvertono nel processo nasce davvero da questo?
Quando una persona si sente schiacciata, il problema non è l’organigramma.
È l’asimmetria concreta:
- l’accusa dispone di una macchina investigativa potente;
- la difesa fatica ad avere strumenti equivalenti;
- i tempi delle indagini possono essere lunghi e opachi;
- la misura cautelare può incidere prima ancora di una sentenza.
Separare le carriere non interviene su questi punti.
La terzietà non nasce solo dalla separazione formale
Un giudice può essere formalmente separato dall’accusa e non essere realmente imparziale.
Un sistema può avere carriere distinte e mantenere squilibri profondi.
La terzietà si costruisce con:
- controlli effettivi sulle indagini;
- accesso tempestivo agli atti;
- parità reale di strumenti tra accusa e difesa;
- responsabilità quando si sbaglia.
Se vogliamo un processo più giusto per l’imputato comune, la riforma dovrebbe intervenire lì.
Non è un rifiuto del cambiamento
Dire No al referendum non significa screditare la politica riformista.
Non è un rifiuto del cambiamento.
È una valutazione su questa specifica riforma.
Le persone meritano rispetto.
Le idee meritano discussione.
La mia scelta coincide con quella di Gratteri, ma non nasce da un’adesione personale.
Nasce da un’idea di giustizia che metto al centro: quella del cittadino che entra in aula e chiede equilibrio.
I Padri Costituenti e la prudenza
La Costituzione è stata scritta per proteggere i cittadini dal potere.
Prima di modificarla, dovremmo essere certi che il problema sia davvero nell’assetto costituzionale.
Io non sono convinto che lo sia.
Penso che il nodo sia procedurale, non architettonico.
Tecnico, non simbolico.
Il mio No
Il mio No non è contro qualcuno.
È per un’altra idea di riforma.
È per un processo in cui:
- la difesa abbia strumenti reali;
- i tempi siano certi;
- l’accesso agli atti sia tempestivo;
- il potere cautelare sia proporzionato;
- l’errore sia riconosciuto e corretto.
Finché la riforma non interviene su questi aspetti, toccare la Costituzione mi sembra un passo che non va nella direzione che sento necessaria.
Il referendum ci riguarda perché riguarda il rapporto tra potere e persona.
E su quel rapporto io scelgo prudenza.
Il mio No nasce da qui.
Raffaele Farina
Raffaele Farina è psicologo psicoterapeuta.
Ha scelto questo mestiere perché la cura lo riguarda da vicino. Non come concetto, ma come esperienza vissuta: come peso, come responsabilità, come domanda irrisolta.
Lavora con adolescenti, famiglie e operatori. Ma ciò che lo muove non è solo l’intervento clinico: è il momento in cui qualcosa si blocca. Quando un ragazzo si chiude, quando un genitore non sa più come stare, quando un professionista sente che la sua competenza non basta.
Non crede nella cura come gesto solitario.
Non crede nell’eroismo professionale.
Crede che molte fragilità individuali siano il segnale di una rete che non tiene.
Negli anni ha cercato modelli, ha attraversato esperienze formative e territoriali, ha provato a costruire connessioni dove c’erano solo frammenti. Non sempre con successo. Ma con una convinzione che non ha smesso di accompagnarlo: la cura è un fatto relazionale e politico prima ancora che clinico.
Scrive e lavora per questo:
per non lasciare solo chi cura,
per trasformare l’isolamento in alleanza,
perché nessuna porta chiusa sia solo un problema privato.
E continua a interrogarsi su come farlo, a più mani.
A più mani
(non solo una firma, ma un metodo: mani, relazioni, strumenti condivisi per fare insieme)
Invito a scrivere
Curare chi cura è uno spazio aperto.
È una nuova rubrica di Odysseo dedicata al caregiving, uno spazio di riflessione e confronto su genitorialità, professioni di aiuto, relazioni educative e sistemi di welfare. Un luogo aperto a contributi, domande e buone prassi, perché nessuno può prendersi cura da solo.
Chiunque può contribuirvi scrivendo a apiumani67@gmail.com
I testi ricevuti vengono letti e accompagnati editorialmente prima della pubblicazione, nel rispetto della linea della rubrica.
Scrivere è già un atto di cura.
Far circolare le parole lo è ancora di più.

























