«La libertà non consiste nell’avere un buon padrone, ma nel non averne affatto»

(Cicerone)

Premessa maior: arriva un punto…

Di solito i nostri Caffè provano a sottrarsi all’urgenza dell’attualità.
Non per snobismo, ma per igiene mentale: l’attualità ha il fiato corto, mentre le domande vere hanno bisogno di tempo, silenzio e studio.

Questa volta, però, faccio un’eccezione.
Non perché l’eccezione diventi una regola, ma perché arriva un momento in cui anche non scegliere è una scelta. Un punto oltre il quale il silenzio smette di essere prudenza e diventa comodità.

Premessa minor: non contro, ma per

Sia chiaro subito ciò che questo Caffè non è.
Non è un’adesione acritica a una persona.
Non è un atto di fede.
Non è una patente di moralità concessa a chi la pensa come me, né revocata a chi voterà in un modo o nell’altro al prossimo referendum sulla giustizia.

Se qualcuno pensa davvero che chi non la pensa come il sottoscritto sia automaticamente collocabile in un catalogo di “cattivi”, ha già perso il filo del discorso – e forse anche il gusto della democrazia.

Eppure sì: arriva un momento in cui bisogna avere il coraggio di dire da che parte si sta.
Non contro qualcuno, ma per qualcosa.

In minoranza, non per caso

Io sto – come ho detto altre volte – in minoranza.
E non me ne dolgo. Anzi: spesso le minoranze sono ottima compagnia, perché obbligano a pensare meglio, a studiare di più, a difendere le idee invece di sventolare appartenenze.

Sono in minoranza perché continuo a credere che si debbano attaccare le idee, non le persone.
E invece il mestiere più praticato, oggi, è un altro: quello dell’hater professionale.
Quando non si è in grado di confutare un ragionamento, si scredita chi lo formula.
Quando non si vuole discutere nel merito, si accende la macchina del fango.
È più veloce, più redditizia, più rumorosa.

Sono in minoranza perché, quando devo votare, non mi interessa chi lo dice, ma che cosa viene detto.
Mi interessa capire. Studiare, per quanto posso. Ascoltare chi ne sa più di me. Confrontarmi. Cambiare idea, se necessario.
Solo dopo – solo dopo – decidere.
In quest’ordine. Che oggi sembra quasi un atto sovversivo.

Prima di indignarsi, capire

Sono in minoranza perché, prima di “dare addosso” a un magistrato che vive da oltre trent’anni sotto scorta, proverei a fare una cosa fuori moda: tentare di capire.

Capire cosa ha detto davvero.
Capire a chi stava parlando.
Capire perché ci sia così tanta urgenza di trasformare una posizione critica in un mostro morale.

Le cifre che circolano – gli anni sotto scorta, i mafiosi arrestati a migliaia – vengono spesso usate come clava o come santino.
Io non amo né le clave né i santini.
So però che parliamo di una vita professionale interamente spesa sotto minaccia e di un impegno antimafia riconosciuto ben oltre la propaganda del momento.
Questo, prima ancora delle opinioni, merita almeno rispetto.
Non obbedienza: rispetto.

Qui non siamo davanti a un’icona intoccabile, ma neppure a un bersaglio da abbattere per procura.
E il sospetto che l’obiettivo non siano le sue parole, ma ciò che rappresentano, è tutt’altro che peregrino.

Tifosi, sì. Accecati, no.

Sono in minoranza anche per un’altra ragione, forse la più semplice da spiegare.
Sono un tifoso sfegatato. Dentro di me la mia squadra è la più grande di tutti i tempi.

Eppure, se perdo contro chi gioca meglio, accetto la sconfitta. Anche quando fa male.
Torino–Bologna, domenica scorsa, ne è un esempio.
Il Toro è il Toro. Ma la realtà resta realtà: il Bologna ha giocato meglio.
(Sì: sono in minoranza anche perché tifo da sempre Toro).

Ecco, io vorrei la stessa onestà intellettuale anche nel dibattito pubblico.
La capacità di dire: questa argomentazione è più solida della mia.
Senza bisogno di trasformare ogni confronto in una guerra morale.

L’Italia prima delle bandiere

C’è un’ultima cosa, la più semplice e la più scomoda.
Io amo l’Italia.

La amo più delle bandiere agitate, più delle parole d’ordine, più dei patriottismi urlati e spesso intermittenti.
La amo abbastanza da pensare che una giustizia forte, autonoma, discutibile nel merito ma non delegittimata per principio, sia un bene comune, non un intralcio.

E allora sì:
sono in minoranza.

Ma non sono confuso.
Non sono neutrale.
Non sono equidistante.
E certamente non sono disposto a confondere il pensiero critico con il conformismo beneducato o, peggio ancora, di convenienza.

Il Caffè finisce qui.
Il dovere di pensare, no.

Platone: «Dove la legge è soggetta a qualcuno e non è padrona di sé stessa, io vedo prossima la rovina dello Stato».

Tommaso Moro: «Le leggi, se vengono tagliate tutte, non sapranno più difenderci quando il vento soffierà forte».

Gratteri, nel 2023: «Vivere sotto scorta da quasi trentacinque anni è pesante.
La libertà non è andare in bicicletta o farsi un bagno al mare.
La libertà è poter dire quello che si pensa e guardare tutti negli occhi».


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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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