Il generale scienziato e l’origine del calcolo meccanico

Nella storiografia politica e scientifica dell’Ottocento italiano, la figura di Luigi Federico Menabrea occupa un crocevia singolare emblematico. Generale del Genio militare, scienziato dedito alla meccanica teorica, Senatore e, infine,Presidente del Consiglio dei Ministri del Regno d’Italia nel drammatico biennio 1867-1869, Menabrea incarna la fusione perfetta tra il rigore della scienza applicata e la gestione autoritaria dello Stato d’unificazione. La sua memoria è tradizionalmente legata ad aspetti complessi del processo unitario: la dura repressione del brigantaggio, le tensioni diplomatiche con la Francia napoleonica dopo i fatti di Mentana e, soprattutto, l’introduzione dell’odiata e regressiva imposta sul macinato. Prima che la politica attiva lo assorbisse nelle sue dinamiche di governo, il giovane ufficiale piemontese sostenne un ruolo di primaria grandezza nella storia globale del calcolo automatico. Nel 1842, a seguito delle conferenze tenute da Charles Babbage a Torino, Menabrea dette alle stampe nella Bibliothèque Universelle de Genève il saggio intitolato Notions sur la machine analytique de M. Charles Babbage. Questo testo rappresenta il primo resoconto sistematico e formale del funzionamento della Macchina Analitica, l’antenata concettuale dei moderni calcolatori. L’opera, tradotta e annotata l’anno successivo da Ada Lovelace con la celebre Nota G, conteneva in nuce i fondamenti dell’architettura logica dei computer: la separazione tra la memoria e l’unità di calcolo, l’uso delle schede perforate e la strutturazione di sequenze di istruzioni ricorsive. Al di là della rilevanza storico-scientifica, l’analisi del pensiero di Menabrea e del suo ruolo nell’affermazione dell’ideale razionalista offre un prisma d’indagine straordinario nelcomprendere le radici della modernità istituzionale e le sue successive metamorfosi. Rileggere l’opera e la prassi di Menabrea attraverso la lente della sociologia critica- in particolare il paradigma della modernità solida e liquida di Zygmunt Bauman, sviluppato da autori come Carlo Bordoni, unito al concetto di capitale simbolico di Pierre Bourdieu-permette di tracciare un filo rosso sottile che lega la rigidità della modernità ‘pesante’ dell’Ottocento industriale alle aporie della società digitalizzata e ‘fluida’ contemporanea.

La divisione del lavoro mentale e l’utopia della calcolabilità

Il contributo concettuale dirompente del saggio menabreano del 1842 risiede nell’operazione di scissione che compie all’interno dell’attività intellettuale dell’uomo. Menabrea avverte, con estrema chiarezza, che il calcolo matematico si compone di due momenti strutturalmente distinti: la fase euristica e speculativa, in cui la mente stabilisce le leggi e le formule matematiche, e la fase esecutiva, ricca di passaggi meccanici ripetitivi. La grande intuizione della Macchina Analitica di Babbage consiste nell’affidare quest’ultima frazione del lavoro a un dispositivo inerte, affrancando lo spirito umano dalla fatica del calcolo materiale. L’argomentazione di Menabrea specchia fedelmente l’etica produttiva del suo tempo. Trasponendo nel campo del pensiero le teorie della divisione del lavoro enunciate da Adam Smith sulle manifatture, il matematico piemontese concepisce l’automazione del calcolo come il prolungamento naturale dell’efficienza industriale. La macchina non si limita a sostituire la mano, subentra a una porzione specifica del cervello umano, riducendo l’errore a zero ed eliminando la variabilità psicofisica dell’operatore. In questo passaggio si avverte l’essenza stessa di ciò che Zygmunt Bauman definisce ‘modernità solida’ o ‘pesante’. È un’epoca caratterizzata dalla convinzione che la realtà sia interamente riducibile a categorie razionali, misurabili e controllabili. L’architettura dell’Analytical Engine descritta da Menabrea – con la distinzione tra il ‘magazzino’ (store), destinato ai dati, e il ‘mulino’(mill), preposto alle operazioni- specchia la medesima ossessione d’ordine che animava le fabbriche, le caserme e i palazzi di governo dell’Ottocento. Il mondo viene concettualizzato come un immenso ingranaggio in cui l’imprevisto e il caos individuale devono essere eradicati attraverso la certezza del metodo scientifico.

Il tecnocrate e lo stato solido: la scienza come progetto politico

Non vi è alcuna cesura ideale tra il Menabrea scienziato che descrive l’Analytical Engine nel 1842 e il Menabrea statista che governa l’Italia post-unitaria negli anni Sessanta dell’Ottocento. In entrambe le vesti domina il medesimo habitusmentis: l’idea che la società, al pari di una struttura soggetta alle leggi dell’elasticità o di un meccanismo ad orologeria, debba essere condotta all’ordine attraverso un’amministrazione rigorosa, neutrale e priva di concessioni emotive. Quando Menabrea assume la guida del governo nel 1867, il neonato Regno d’Italia versa in un grave dissesto finanziario e d’instabilità sociale. La risposta dell’esecutivo è tecnocratica. L’introduzione della tassa sul macinato – un’imposta indiretta che colpiva la macinazione dei cereali e, dunque, il consumo primario delle masse popolari- venne concepita e difesa da Menabrea con la fredda fermezza del matematico. Per il Generale, l’equilibrio del bilancio dello Stato rappresentava un’equazione da risolvere a ogni costo: le proteste di piazza e il malcontento popolare non erano che ‘attriti’ meccanici da correggere con l’uso legittimo della forza e della legge. Analizzata sotto il profilo sociologico, la figura di Menabrea incarna l’archetipo del ‘tecnocrate ingranaggio’, tipico della modernità solida. In questo paradigma, analizzato a fondo da Bauman e Bordoni, il potere statale accentrato esercita una funzione ortopedica sulla società. Lo Stato-nazione dell’Ottocento funziona come un grande apparato calcolatore centralizzato che deve misurare, tassare, arruolare e disciplinare i suoi cittadini per garantire la coesione sociale e il progresso economico. La politica non è ancora intesa come mediazione fluida di consenso o immagine, ma come ingegneria sociale applicata, in cui il dirigente politico agisce come il progettista di una macchina complessa.

Capitale simbolico, Accademie e contese di paternità scientifica

La traiettoria umana e professionale di Menabrea offre spunti di notevole interesse anche per un’analisi sociologica del campo scientifico, secondo le categorie formulate da Pierre Bourdieu. Nella modernità solida, la validazione della verità scientifica era strettamente subordinata alle gerarchie istituzionali, alle appartenenze di classe e al possesso di capitale simbolico e sociale. Le Accademie, gli stati maggiori militari e le aule parlamentari costituivano i luoghi d’elezione in cui il potere politico e l’autorità epistemica si legittimavano a vicenda. Questa dinamica emerge con nitidezza nella controversia scientifica che oppose Menabrea al giovane ingegnere Carlo Alberto Castigliano a proposito del principio del lavoro minimo e dei teoremi di elasticità. Quando Castigliano presentò le sue formulazioni matematiche innovative nel campo della resistenza dei materiali, Menabrea – forte del suo prestigio scientifico, del suo ruolo accademico e della sua posizione di alto rango nello Stato- rivendicò fermamente la priorità e la paternità teorica delle scoperte. La contesa, sfociata in un dibattito serrato all’interno della Reale Accademia dei Lincei, si risolse con una risoluzione di compromesso che cercò di tutelare il decoro e l’autorità istituzionale del Senatore Menabrea senza smentire del tutto il valore del giovane Castigliano. Analogamente, nel campo della storia dell’informatica, la storiografia ha a lungo riflettuto sulla relazione tra il saggio di Menabrea e le note aggiunte da Ada Lovelace. Se la sensibilità contemporanea tende a privilegiare l’iconicità di Ada Lovelace, attribuendole in via esclusiva il primo programma della storia (la Nota G sui numeri di Bernoulli), un’analisi rigorosa delle fonti dimostra come Menabrea avesse integrato nella sua pubblicazione del 1842 tre programmi completi per il funzionamento della macchina. La gestione della memoria storica e del riconoscimento scientifico rivela come il sapere non sia mai un’entità astratta, è un terreno attraversato da dinamiche di accreditamento e rapporti di forza istituzionali.

Il confronto con Bauman: dalla solidità dell’ingranaggio alla liquidità dell’algoritmo

Il confronto tra il pensiero di Menabrea e la sociologia di Zygmunt Bauman permette di cogliere il grande passaggio di paradigma che separa la modernità ottocentesca dal mondo contemporaneo. Se Menabrea rappresenta il culmine della modernità solida, la nostra epoca è segnata dal passaggio alla ‘modernità liquida’ o ‘tardomodernità’, caratterizzata dalla dissoluzione delle strutture rigide, dalla fluidità delle relazioni e dalla pervasività impalpabile delle tecnologie digitali. Per Menabrea e Babbage, la Macchina Analitica era un’entità mastodontica e tangibile: un insieme imponente di ingranaggi in bronzo, rotismi e leve in ferro alimentati a vapore. Il suo funzionamento era legato alla presenza fisica della materia e le sue schede perforate rappresentavano un supporto rigido e inalterabile. La calcolabilità menabreana era concepita come un mezzo per costruire strutture stabili: ponti, fortificazioni, bilanci statali, orari ferroviari e codici normativi. Nella società liquida descritta da Bauman e dalla sua scuola, l’algoritmo si è totalmente smaterializzato. Svincolato dalla pesantezza meccanica degli ingranaggi ottocenteschi, l’algoritmo contemporaneo non risiede in una macchina fisica identificabile, fluttua nel cloud, permeando ogni ambito della vita quotidiana. Mentre nella modernità solida di Menabrea il calcolo serviva a imporre un ordine incrollabile sul caos, nella tardomodernità l’algoritmo opera in senso opposto: gestisce l’incertezza, alimenta la velocità dei consumi, modula i mercati finanziari ad altissima frequenza e frammenta le identità individuali. Inoltre, come evidenziato dai sociologi che hanno ripreso il pensiero baumaniano (tra cui Carlo Bordoni), la figura del tecnocrate ha subito una radicale mutazione. Menabrea era un politico-scienziato che agiva all’interno dei confini definiti dello Stato-nazione, esercitando un potere visibile, centrale e sovrano. Oggigiorno, il potere algoritmico della modernità liquida è globale, de-territorializzato e privo di un centro politico unico. La tecnocrazia non si manifesta attraverso la severità di un Generale che impone una tassa sulla farina per salvare le casse dello Stato, ma attraverso la seduzione invisibile degli algoritmi di profilazione, che indirizzano le scelte dell’individuo senza che questi percepisca il vincolo del controllo. Si assiste a quella che Bauman definirebbe una vera e propria ‘retrotopia’ della tecnica: la riscoperta e la riscoperta storica dei pionieri dell’Ottocento, come Babbage e Menabrea, risponde al bisogno sotterraneo dell’uomo contemporaneo di ritrovare le origini ‘solide’ di quella stessa tecnologia digitale che oggi appare immateriale, inafferrabile e sfuggente al controllo democratico.

Conclusione: l’eredità ambivalente del razionalismo tecnocratico

L’esame dell’opera e della parabola biografica di Luigi Federico Menabrea consente di tracciare un bilancio critico sulla parabola del razionalismo scientifico-politico dell’Occidente. Menabrea non è stato soltanto un pioniere della scienza informatica o un rigido statista del Risorgimento italiano; la sua figura rappresenta la perfetta sintesi dell’ideale moderno che vede nella razionalità matematica, nel rigore analitico e nella tecnica le chiavi maestre per il governo degli uomini e delle cose. Il suo saggio del 1842 sulla Macchina Analitica rimane un monumento della logica formale, capace di anticipare di un secolo la struttura concettuale della rivoluzione digitale. Al contempo, la sua prassi di governo e le contese accademico-istituzionali che lo videro protagonista mostrano il volto severo dell’utopia tecnocratica: la tendenza a subordinare la complessità dell’esperienza umana alla fredda logica dell’efficienza e della regola formale. Rileggere Menabrea attraverso la lezione sociologica di Zygmunt Bauman significa riconoscere che la nostra società iper-digitalizzata e liquida affonda le sue radici teoriche nelle officine mentali e materiali della modernità solida dell’Ottocento. La promessa di liberare il pensiero umano attraverso l’automatizzazione del calcolo si è realizzata: la transizione dalla meccanica pesante al codice fluido ha trasformato la natura stessa del potere. Comprendere l’eredità ambivalente di Menabrea ci ricorda che la razionalità tecnica, se disgiunta da un’aperta riflessione etica e democratica, rischia di convertire la ricerca dell’ordine in un sofisticato strumento di neutralizzazione della libertà sociale.


FontePhotocredits: https://picryl.com/media/luigi-federico-menabrea-crop-a0e430?zoom=true
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Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976. Ha introdotto in Italia la materia della Law and Literature. Ha diffuso saggi su filosofi italiani e su etica e teoria del diritto del mondo antico; ha collaborato con con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2005 e 2026 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi Introversi, Mostri, Galata morente, Carmina non dant damen, Scarti di magazzino, Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il Guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni e Kolektivne NSEAE e Lo Stato Pontificio con Divinafollia. Ha scritto/curato 152 volumi, scritto 1000 saggi, fondato un movimento d'avanguardia (NeoN-avanguardismo, approvato da Zygmunt Bauman), e steso un Anti-Manifesto NeoN-Avanguardista. I suoi versi sono tradotti in trenta lingue. Nel 2024, dopo sei anni di ritiro totale allo studio accademico, rientra nel mondo artistico italiano e fonda il collettivo NSEAE (Nuova socio/etno/antropologia estetica) [https://kolektivnenseae.wordpress.com/], braccio “armato” del tardomodernismo letterario.

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