Il contributo di Anna Lazzarini

Tra i tanti idola, nel senso baconiano del termine,  che ancora galleggiano in più contesti vi è quello di stato-nazione che, pure agonizzante sul piano storico, viene continuamente  fagocitato  e mantenuto in vita; ma come ogni cosa che cerca di sopravvivere in un contesto in cui le sue ragioni vengono sempre meno, porta inevitabilmente con sé un  pieno  di varie  hybris, per loro natura dominate da quel morbo che è il ‘sovrano sotterraneo della semplificazione’, come lo ha chiamato Mauro Ceruti, che ci costringono spesso a non fare i debiti conti con i nuovi bisogni emergenti, sempre più globali ed immersi come tali nelle logiche dell’interdipendenza, e a respingerli in nome di false idealità, sempre pronte ad incunearsi nei vuoti cognitivo-esistenziali che si vengono a creare nei passaggi d’epoca.  Ma  la realtà dei processi di globalizzazione in atto, pur disomogenei ed in balìa di forze non sempre in grado di reggerne l’urto,  da diverso tempo  mette in modo netto tra i retaggi del passato l’idea di stato-nazione con i suoi diversi addentellati, come quelli di sovranità territoriale e sicurezza dei propri confini, anche se al suo interno si continua a covare, quasi indifferente agli inediti eventi in corso, “l’omogeneità linguistica, culturale, etnica, religiosa”; tale atteggiamento contribuisce a creare le illusioni di una cittadinanza data una volta per tutte quando essa, per sua natura, va ricostruita e ripensata a fondo nel tenere conto delle sempre più articolate dinamiche e polilogiche  del mondo contemporaneo, come afferma Anna Lazzarini in Reinventare la cittadinanza nel tempo della complessità (Milano-Udine, Mimesis, Collana ‘La sfida della complessità’, 2026).

Non a caso, essa cittadinanza viene inserita come questione portante nello stesso problema educativo più in generale, perno portante dell’intero pensiero complesso, e ne viene, pertanto, a sviluppare un ulteriore capitolo in quanto questo tema viene ritenuto cruciale per creare le basi di una coscienza sempre più cosmopolitica, necessaria per le stesse sorti dell’umanità intera; e tutti i capitoli di Reinventare la cittadinanza danno voce a questo bisogno concreto avvertito da più parti da scorrere nelle nostre vene come un ‘fuoco’ con tutto il  suo portato di ‘verità’, per riprendere delle espressioni di Pavel Florenskij (La solitudine ed il martirio di chi ha la ‘colpa di vedere oltre’, 28 maggio 2026). Se molti lavori dedicati alla complessità o, meglio, all’essere complesso ne esplicitano i vari volti in quanto essa costituisce sempre più il ‘terzo infinito’ come l’ha chiamata pioneristicamente  Teilhard de Chardin (Teilhard de Chardin, una figura sempre più vicina a noi,  26 giugno 2025), Anna Lazzarini a sua volta ci offre gli strumenti per declinarla in primis  sul terreno pedagogico per educarci a farle assumere un volto concreto proprio nella cittadinanza come non secondario frutto dell’abitare’ il mondo odierno, a dirla con Simone Weil, caratterizzato da un flusso continuo di migrazioni, anche se questo fenomeno è stato una costante nella storia dell’umanità; esse fanno intravedere   in modo netto le diverse ‘obsolescenze della Società-Meccanismo’ con le sue logiche ‘dell’esclusione ed dell’emergenza continua’ a dirla con Piero Dominici, che si vuole tenere artificialmente ancora in vita. Si viene così inevitabilmente ad investire “l’idea della cittadinanza intesa in termini identitari, etnici”, diventata sempre più un vero e proprio ‘ostacolo epistemologico’ nel senso bachelardiano del termine, nel non permettere di fare i debiti conti con tale fenomeno planetario e frutto di diverse policrisi che, come tali, richiedono l’abbandono di visioni ristrette e l’adozione di parametri multipolari per avere la possibilità di gestirle al meglio.

Per educarci in particolar modo alla cittadinanza, percepita  come “una preziosa opportunità” per dare un preciso taglio al passato e alle sue portanti categorie ormai sempre più logore e obsolescenti, si ritiene necessario dare voce in modo organico ai “figli delle migrazioni” che costringono a ridefinirla  e a ripensarla ab imis con impegnarci a tracciarne nuove modalità d’essere a partire dall’abbandono dell’espressione  ritenuta “ambigua”  di “seconde generazioni”, frutto della “cornice epistemologica dello stato-nazione” che porta ancora ad escluderli e a non dare il dovuto “spazio a modi diversi e nuovi di essere cittadini”. Ed il lavoro della Lazzarini è un costante invito, alla luce di quel dono razionale che ci siamo faticosamente conquistato e rappresentato dal pensiero complesso, a concepire una nuova identità di cittadini nel mondo basata  sull’unitas multiplex, sull’unità della diversità per staccarci in modo definitivo dal mito della sovranità territoriale e costruire dei percorsi tesi alla “cittadinanza planetaria” dato che “le città si muovono simultaneamente sul terreno del locale e del globale” e che in esse si aprono degli “spazi transnazionali” nel metterci di fronte a “identità e appartenenze multiple”.

Siamo, pertanto, invitati a ‘non mentire su questo  ‘reale’ che si sta dispiegando sempre di più sotto i nostri occhi, per parafrasare Simone Weil, e a prendere coscienza di tale  ulteriore “sfida”, ritenuta insieme pedagogica e politica, per sperimentare  nuove forme di cittadinanza all’interno di un disegno più generale teso ad  ‘nuova Paideia’, come l’ha chiamata Mauro Ceruti; in tal modo si vengono a generare processi transculturali che vanno a “risignificare le contraddizioni della cittadinanza nazionale” dentro il contesto di un mondo sempre più interconnesso, a trasformare in un progetto organico di più ampie prospettive pedagogiche “l’apparente impasse fra identità plurali e cittadinanza” nel fare convergere “universalismo dei diritti e molteplicità e intreccio delle differenze”. Ed è la città il luogo dove tali processi prendono piede dove si opera in modo concreto la “de-territorializzazione della cittadinanza” e dove si creano le condizioni di fondo per un diverso rapporto fra cittadinanza e democrazia “dentro nuovi scenari globali”, dove il locale porta con sé “la dimensione multilocale e translocale”; nel territorio cittadino si possono mettere in atto politiche di più ampio raggio col mettere da parte le logiche dell’aut aut, tipiche dell’idea di stato-nazione, e dare spazio a quelle dell’et et, proprie del pensiero complesso e della conseguente era cosmopolitica  che ne deriva in senso sempre più planetario. Le città in tal modo diventano dei laboratori sociali a cielo aperto dove si abitano in prima persona le contraddizioni e si sperimentano “prove di democrazia complessa”; si vengono a riconfigurare “inedite modalità di deliberazione e di apprendimento collettivo e diffuso” con effetti nel tessuto urbano policentrici  “diversi e imprevedibili”. Si rende sempre più necessario integrare l’idea di libertà con quella di uguaglianza “che si traduce nella giustizia sociale” per evitare il logoramento continuo della democrazia e con essa ‘la fine del sociale’ nel senso avanzato da Alain Touraine.

Nella città si sperimentano nuove forme di democrazia partecipativa dove sussistono insieme luoghi  di incontro con gli altri e di “conflitti, vincoli e possibilità intrecciati in modo inedito” e si vive “una transizione critica verso una forma democratica nuova e più complessa” dove si ha a che fare con l’imprevisto e l’indeterminato, come ci hanno indicato Daniel Innerarity e Piero Dominici (Per una nuova ‘militia filosofica in nome dell’errore e dell’Umano,  3 settembre 2026), da comportare una “governance partecipativa e diffusa” per il suo portato di “forme diverse e plurali di razionalità” col togliere in modo definitivo l’idea che si possa tenere tutto sotto controllo; si sperimenta in particolar modo “il futuro della democrazia” che “dipenderà dalla nostra capacità di governare la complessità senza semplificarla o modellizzarla” oltre a creare le condizioni di fondo per il “diritto alla città” dove sarà possibile tracciare delle rotte diverse da quelle attuali. Così l’analisi condotta da Anna Lazzarini riguardante “l’esperienza migrante” ci ha inoltrati in un ampio progetto politico ed educativo dove, grazie alla piena immersione nel pensiero complesso, tali momenti non sono più visti come separati, ma concorrono a gettare le basi per un diverso “patto di convivenza in senso più creativo e più giusto per tutti”; e ci offre preziosi elementi per forgiarci di strumenti più in grado di “reinventare la cittadinanza”, strada maestra per far fronte alla “domanda di eguaglianza” proveniente da più parti, ma anche “via privilegiata per rigenerare la democrazia”. E per mantenerla in vita c’è bisogno  di fare sempre più nostra  quella ‘immaginazione disciplinata’, delineata da Robert Musil in L’uomo senza qualità, per abitare al meglio le contraddizioni e la complessità dell’uomo contemporaneo senza farsi travolgere dalle hybris che si scatenano quando si rimane in balìa di strategie dalla vista corta.

E ci piace concludere con Anna Lazzarini nel dire  che “l’educazione come la politica è l’arte di progettare e organizzare lo spazio della pluralità” per trovare insieme “soluzioni per problemi comuni” ed ineludibili; ma soprattutto nell’educare alla cittadinanza, punto nevralgico della situazione odierna, si concorre ad un altro obiettivo non secondario, quello di mettere in atto una “pratica di cura del mondo comune”, di “esistere nel mondo e con il mondo” per “esplorarne i significati possibili” che ci porta ad “agire con responsabilità e libertà verso gli altri e verso la realtà”. È prendersi cura della ‘rugosità del reale’ e dei suoi ‘mille significati’ il più delle volte nascosti, come ci indicava Simone Weil, per rafforzare le nostre difese immunitarie sempre più tese alla ‘cittadinanza terrestre o planetaria’, a dirla con Edgar Morin, e a costruire quel ‘passaporto terrestre’ per tutti, come da diverse parti avanzato.


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Mario Castellana, già docente di Filosofia della scienza presso l’Università del Salento e di Introduzione generale alla filosofia presso la Facoltà Teologica Pugliese di Bari, è da anni impegnato nel valorizzare la dimensione culturale del pensiero scientifico attraverso l’analisi di alcune figure della filosofia della scienza francese ed italiana del ‘900. Oltre ad essere autore di diverse monografie e di diversi saggi su tali figure, ha allargato i suoi interessi ai rapporti fra scienza e fede, scienza ed etica, scienza e democrazia, al ruolo di alcune figure femminili nel pensiero contemporaneo come Simone Weil e Hélène Metzger. Collaboratore della storica rivista francese "Revue de synthèse", è attualmente direttore scientifico di "Idee", rivista di filosofia e scienze dell’uomo nonché direttore della Collana Internazionale "Pensée des sciences", Pensa Multimedia, Lecce; come nello spirito di "Odysseo" è un umile navigatore nelle acque sempre più insicure della conoscenza.

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