La scienza della felicità, gira sempre disarmata

Oggi che scrivo, una cascata di eventi si sta versando, nel dirupo dell’incomprensione: sono gl’anni frenetici della superficiale, lassa, pericolosa sfrontatezza di chi muove pazzie.
È lì che si è andata a concentrare tutta l’opaca schiuma d’arrogante negligenza politica e di quelle illiberali, surrogate pseudodemocrazie. Il negativo risultato è  così evidente, lampante, da lasciare, al posto della chiarezza, un buio esistenziale, fitto e indefinito per le generazioni a venire.

La consapevole e sfrontata leggerezza, ha lasciato aperti quesiti a cui, pure l’AI è andata in frantumi, in confusione nel dare, almeno, approssimative, se pur vane,  fuorvianti, inconsapevoli risposte.

La disastrosa rilevanza che emerge è sotto gl’occhi di tutti: un mondo messo in ginocchio a pregare un dio che ha smesso d’ascoltare i nostri mortificanti, indolenti piagnistei.
Sono enti mortificanti,  distruttivi vanesi. Muovono contro un mondo rimasto stordito, frastornato dagli ossessivi rimbombi delle loro ultime modernissime “arretratezze tecnologiche”, attivate per un’avvilente, mostruoso genocidio? È una mera mattanza infinita: perpetrata, senza riluttanza e sconsideratamente, da parte dell’uomo comandato a gestirle.

Non ci rimane che prendere un buon Titolo e leggerne il contenuto, ma non solo per scrollarci di dosso il molesto, insistente disagio fisico e psicologico della guerra, ma pure per non perdere la bussola in tali concomitanze catastrofiche e coesistere, mentalmente e passivamente, con esse.

Teniamoci il più lontano possibile da simili, affrettate decisioni, prese da simili bulli, poiché si rivelano sempre come serrate misure ad ogni forma d’aperto dialogo.
La guerra è portata avanti da un pugno di fanatici pazzi e che mette in scacco miliardi di esseri umani. È solo strategia per proteggersi le chiappe e non finire in manicomio, oppure per il timore di essere processati per altre colpe e salvarsi dalla galera? Ma rimane comunque attivo il loro simposio poiché si intendono a dovere nel ritrovarsi seduti insieme a brindare con la migliore “annata” e alla faccia di coloro ci avranno rimesso la vita. Non parliamo poi degl’aperti, lucrosi scenari…quei ricchi canovacci, che
si spalancano a questa élite della massoneria deviata: la ricostruzione dei loro procurati disastri e gl’indicibili guadagni attesi. La guerra è una cronica forma di alienazione psicologica, direbbe Karl Marx: ne infetta uno che ci coinvolge tutti.

A proposito, citiamo “Il Capitale” per renderci conto quanto si accosta e come convivono le diverse questioni politiche-economiche. La guerra non crea solo disastri e morte, ma pure profitti per chi l’ha messa in atto e occupazione per chi rimane in vita. Se ci fossero lenti adatte da fare accettare questa forma di visione come naturale, si capirebbe pure il perché della parallasse ottica e perché l’oggetto si sposti a secondo della posizione visiva. Finché la guerra la s’intenda come scontro risolutivo per una pace giusta e duratura, dove il dialogo non ha ragione a darne voce, si potrebbe malauguratamente accettarla, ma non certo nei casi di forsennato, personale impulso, come nei casi di Putin, Netanjahu, Trump e quant’altri pari.

Sono capricci, motivi personali di un uomo solo al comando di una muscolosa Potenza. Realtà come l’America, la Russia, Israele ed altre ed altre ancora, che prendono decisioni azzardate coinvolgendo, di forza, anche il più mite liberal-pacifista.
Netanjahu è da diversi anni ch’è sotto processo per corruzione, truffa e, forse, per sfrontato, accanito, ingiustificato genocidio; Trump è impegnato nella scandalosa questione “Epstein files”; Putin ha le sue abbondanti discordanze con quella che dovrebb’essere l’etica di un leader.

Chi ha di questi problemi cerca di occultarli con la menzogna, oppure innescando guerre planetarie per portare i problemi personali, lontano dal proprio intimo.
Ci hanno ridotti a semplici burattini e ci manovrano a loro piacimento, dopo averci imbevuti di un vuoto pensiero critico e ridotti ad uno stato di sudditanza passiva.
Ètienne de La Boetiè ne La servitù volontaria: «Chi vuol essere libero bisogna che si rifiuti di servire».

Non si tratta di togliere qualcosa al tiranno, ma di non darci nulla: semplicemente rifiutarsi di servirlo.
È sempre la nostra complicità a sostenere il despota. Un tiranno non ha possibilità di esistere, senza la nostra sottomissione.

Non è retorica di cambiamento l’atto di portare, da uno stato di sottomissione ad uno liberale, la propria esistenza. Consiste nel vedere oltre la staccionata messa tra te e il tuo orizzonte ideale dal soggetto che ti vuol manovrare.
Rendersi autonomamente bastante di sé e della realtà percepita, diventa un obbligo soggettivo, naturale.

Incappare, poi, in situazioni di pericolo o di disagio è da mettere in conto: è l’esperienza a chiedertelo, per rafforzarsi, vestirsi di glorie e ferite, per poi prepararti ad affrontare l’incerto futuro, della tua vita.

Un quadro allucinante e non certamente competitivo, dal punto tattico, ma sicuramente distruttivo, visto il deterrente atomico sparso a destra e a manca del globo terracqueo e in mano di squilibrati, alienati come non mai. Già a sentirli blaterare, questi criminali, si ha chiara l’idea di ciò che potrebbe accadere.

Una volta scoppiato il bubbone: il Pianeta Terra andrebbe in frantumi e non solo, poiché l’urto che ne conseguirebbe, scomporrerebbe malissimo il suo assetto orbitale, tale da farlo traslare,  ahimé,  verso l’ignoto siderale.

Auspichiamoci che ciò non avvenga e che le aspettative umane siano le prossime fiorite primavere di saggezza e di illuminante, radiosa pace.
«I diritti degli uomini devono essere di tutti gli uomini,  altrimenti diventano privilegi»: parole di  Gino Strada.

La guerra, diciamolo pure, con tutta la carne che mette al fuoco, resta sempre guerra e giammai grigliata…


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Salvatore Memeo è nato a San Ferdinando di Puglia nel 1938. Si è diplomato in ragioneria, ma non ha mai praticato la professione. Ha scritto articoli di attualità su diversi giornali, sia in Italia che in Germania. Come poeta ha scritto e pubblicato tre libri con Levante Editori: La Bolgia, Il vento e la spiga, L’epilogo. A due mani, con un sacerdote di Bisceglie, don Francesco Dell’Orco, ha scritto due volumi: 366 Giorni con il Venerabile don Pasquale Uva (ed. Rotas) e Per conoscere Gesù e crescere nel discepolato (ed. La Nuova Mezzina). Su questi due ultimi libri ha curato solo la parte della poesia. Come scrittore ha pronto per la stampa diversi scritti tra i quali, due libri di novelle: Con gli occhi del senno e Non sperando il meglio… È stato Chef e Ristoratore in diversi Stati europei. Attualmente è in pensione e vive a San Ferdinando di Puglia.

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