Pastor, church and man praying for his congregation to god for spiritual wellness on a Sunday. Hope.

Una scena in chiesa

Leggendo l’articolo del direttore “In buone mani” mi è rimasta addosso una scena molto semplice: qualcuno seduto in chiesa che ascolta l’omelia e, a un certo punto, sente nascere dentro di sé un impulso inatteso – alzarsi e uscire.

Nel racconto quella persona resta seduta.

Ma mentre leggevo mi sono accorto che una parte di me immaginava la scena continuare proprio con quel gesto.

Non per rabbia.
Non per rifiuto della fede.

Piuttosto come un momento di verità.

Quando qualcosa si inceppa

Nel Vangelo c’è un episodio in cui Gesù entra nel tempio e rovescia i tavoli dei mercanti. Non distrugge il tempio: interrompe un meccanismo che ha smesso di servire la vita.

E nella Bibbia c’è anche l’immagine di Sansone che abbatte le colonne del tempio quando quella struttura non riesce più a reggere il peso della storia.

Sono immagini dure, ma parlano di qualcosa che accade anche nelle comunità: quando la vita non circola più, qualcosa si inceppa.

Leggendo quella scena ho pensato non solo alla persona seduta nel banco, ma anche all’uomo sull’altare.

Quando un sacerdote arriva a dire ai fedeli che forse sarebbe meglio non venire in chiesa se non si è davvero convertiti, sembra il segnale di un curante sotto pressione.

Quando la cura si concentra su pochi

Nel mio lavoro di psicoterapeuta mi capita di vedere qualcosa di simile anche nelle famiglie. A volte tutta la tensione della vita familiare finisce per concentrarsi su un altare: quello dei genitori, caricati da soli di una responsabilità enorme.

Ho provato a riflettere su questo anche in un altro articolo di questa rubrica (Perché il villaggio).

Le persone stanno bene quando sentono che la cura arriva.

E spesso, ripercorrendo la propria storia, si accorgono di una cosa semplice: quella cura non è arrivata da un punto solo. Nella memoria riemergono allora figure che stavano ai margini della scena principale – un nonno, un insegnante, un allenatore, qualcuno incontrato per caso.

Persone che non occupavano il centro della responsabilità ma che, proprio per questo, hanno potuto far passare un messaggio decisivo: tu vali.

La cura funziona così: circola.

Il lavoro interiore e il suo paradosso

Quando invece la cura si blocca – su un altare, su una cattedra, su una poltrona – accade qualcosa di paradossale. Chi dovrebbe curare si trova caricato di un peso impossibile e chi cerca cura finisce per sentirsi solo.

Quando questo accade, una strada possibile è un’altra: fare un lavoro su di sé.

Ritirarsi un poco dentro se stessi, cercare risorse interiori, fiducia, speranza, accettazione del proprio limite. Sono dimensioni preziose. Molte tradizioni spirituali insegnano proprio questo: fermarsi, fare silenzio, tornare alla propria interiorità.

È un movimento antico. È il movimento dell’eremita, dell’asceta. E sembra essere un movimento risolutivo anche in un recente editoriale in cui l’imperatore del racconto di Tolstoj trova solo nell’eremita la soluzione ai dilemmi del vivere.

Ma qui nasce un piccolo paradosso.

Se devo ritirarmi dalla vita comune per capire come si dovrebbe vivere nel mondo, allora la domanda resta aperta: a che cosa serve la comunità?

Il lavoro interiore è necessario.
Ma forse non basta.

Perché la vita umana prende davvero forma quando qualcosa di quello che scopriamo dentro di noi torna a circolare tra le persone.

La dimensione relazionale dell’umano

Alcuni pensatori del Novecento hanno insistito su questo punto.

Hannah Arendt ricordava che la dimensione più pienamente umana non è la coscienza isolata ma l’azione tra le persone. La vita prende forma quando gli esseri umani parlano e agiscono insieme.

E Ivan Illich ha mostrato come, quando funzioni profondamente umane – imparare, curare, prendersi cura – diventano monopolio di istituzioni e professioni, le comunità rischiano di perdere la capacità di esercitarle spontaneamente.

La cura spesso nasce altrove.

Chiunque abbia frequentato una scuola lo sa. A volte la persona più capace di ascolto non è il docente o il pedagogista, ma il bidello che sta nel corridoio e conosce tutti per nome.

Una scena di scuola

Una classe di bambini di sette o otto anni. I banchi sono stati spostati e tutti siedono in cerchio. In quel cerchio c’è anche la maestra di matematica, una di quelle che i bambini temono: la voce dura, la riga battuta sulla cattedra.

Ma nel cerchio la cattedra non c’è più.

Il cerchio crea una garanzia semplice: qui la parola può circolare.

Un bambino trova il coraggio di dire:
Io ho paura quando la maestra batte la riga sulla cattedra.

E può succedere anche un’altra cosa.

La maestra può dire:
Quando sono in questa classe a volte mi sento in difficoltà.

La maestra resta maestra.
I bambini restano bambini.

Ma accade qualcosa di diverso: la cura ricomincia a circolare.

Scendere dall’altare

Forse qualcosa di simile potrebbe accadere anche nelle nostre comunità. Anche nelle chiese.

Forse il sacerdote stanco che parla dall’altare potrebbe, prendendosi cura della sua stanchezza, scendere tra i banchi e sedersi in mezzo agli altri.

Non per rinunciare al suo ruolo.

Ma per ricordare che la cura non appartiene a chi guida: appartiene alla comunità.

Riaprire il villaggio

Per secoli le comunità umane hanno funzionato un po’ come un villaggio: spazi permeabili, vite intrecciate, responsabilità diffuse. Oggi la nostra vita è più piena di mura – domestiche, istituzionali, professionali – e questo rende più difficile la circolazione spontanea della cura.

Non mancano però tentativi di ripensare questa dinamica.

Nel mondo della Chiesa si parla di parrocchie sinodali. Nel campo della salute mentale esistono esperienze come le comunità terapeutiche democratiche di Maxwell Jones o approcci come Open Dialogue, nati in Finlandia.

Sono esperienze imperfette, sperimentali. Ma nascono tutte da un’intuizione semplice: la cura funziona meglio quando non resta concentrata in un solo punto.

Una domanda aperta

Forse allora la domanda non è soltanto perché le chiese si svuotano.

La domanda è come possiamo organizzare comunità in cui la cura non sia delegata a qualcuno ma possa circolare tra le persone.

Comunità in cui tutte le mani siano buone.

🤲 A più mani (non solo una firma, ma un metodo: mani, relazioni, strumenti condivisi per fare insieme)

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Curare chi cura è uno spazio aperto.

È una nuova rubrica di Odysseo dedicata al caregiving, uno spazio di riflessione e confronto su genitorialità, professioni di aiuto, relazioni educative e sistemi di welfare. Un luogo aperto a contributi, domande e buone prassi, perché nessuno può prendersi cura da solo.

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I testi ricevuti vengono letti e accompagnati editorialmente prima della pubblicazione, nel rispetto della linea della rubrica.

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