
Non solo il fenomeno Sinner, il tennis italiano parte dagli Stati Uniti con la giovane promessa Alessia Karol Terlizzi. Laureatasi da poco alla St. Mary’s University, Alessia del sogno americano fatto di sport, passione e sacrificio.
Ciao, Alessia. Quando è cominciato il tuo sogno americano?
È iniziato già durante il secondo anno di liceo. Spinta soprattutto da mio padre e sostenuta da mia madre, a soli 14 anni mi sono trasferita da sola presso l’Accademia Tennis Vavassori, in provincia di Brescia. La mattina frequentavo il liceo linguistico Gigli di Rovato, mangiavo in autobus o, tra una lezione e l’altra, e dalle 14 alle 19 mi allenavo in accademia.
Questa esperienza mi ha permesso di alzare notevolmente il mio livello tennistico, ma soprattutto di sviluppare disciplina e carattere. Grazie a questo percorso sono riuscita a ottenere e vincere una prestigiosa borsa di studio in una delle migliori squadre universitarie degli Stati Uniti.
Come hai conciliato il percorso di laurea alla St. Mary’s University con l’attività sportiva?
Lo sport nel college americano è molto diverso rispetto all’Italia. Qui agli atleti universitari viene data grande importanza, perché rappresentano l’università e contribuiscono al suo prestigio. Per questo motivo vengono supportati moltissimo. Ho scelto anche una scuola privata perché i professori diventano dei veri e propri mentor: seguono gli studenti-atleti da vicino, vengono ai match, giustificano le assenze e aiutano a recuperare le lezioni tramite office hours dedicate. Durante la stagione sportiva partivamo spesso il mercoledì e tornavamo il sabato o la domenica, quindi perdevamo molte lezioni. Per questo, durante le lunghe trasferte in autobus verso altri stati americani, studiavo, facevo i compiti e rimanevo costantemente in contatto con i professori.
Mi sento però molto fortunata anche per il supporto ricevuto in Italia: i professori del liceo Gigli mi hanno sempre aiutata tantissimo e spesso hanno fatto anche più del dovuto per permettermi di conciliare scuola e tennis. Non era qualcosa di obbligatorio, come invece accade più frequentemente negli Stati Uniti con gli studenti-atleti, e per questo sarò sempre grata del sostegno che mi hanno dato durante quegli anni.
Che importanza assume il tennis negli Stati Uniti, visto che, qui in Italia, sta spopolando soprattutto grazie a Sinner?
Negli Stati Uniti il tennis è molto importante, soprattutto a livello universitario, perché offre tantissime borse di studio e porta prestigio alle scuole. Detto questo, se dovessi fare un paragone con l’Italia di oggi, direi che nel nostro Paese il tennis sta vivendo un momento straordinario, forse diventando persino lo sport numero uno grazie ai risultati di campioni come Jannik Sinner. In America, invece, gli sport più seguiti restano football, basket e baseball.
Sacrificio prima e successo dopo. Cosa insegna la tua storia ai giovani atleti?
Io e la mia famiglia abbiamo fatto tantissimi sacrifici. Non ho vissuto un’adolescenza “normale”: fin dalle scuole elementari ho dovuto rinunciare a compleanni, feste e momenti con gli amici, perché spesso ero lontana da casa per allenamenti o tornei. Allo stesso tempo, però, questo percorso mi ha insegnato tantissimo. Mi ha fatto capire chi sono le persone vere: ancora oggi le amicizie più importanti della mia vita sono rimaste accanto a me nonostante la distanza.
Le mie giornate iniziavano alle 5 del mattino ed erano piene di impegni tra studio, allenamenti, recupero fisico con fisioterapisti e lavoro. Però ne è valsa la pena. In questi anni ho conosciuto persone straordinarie, molte delle quali sono diventate amici stretti o addirittura “famiglie adottive”. La mia famiglia, i miei amici e l’Italia mi mancano ogni giorno, ma porto sempre con orgoglio le mie origini italiane. Durante i tornei ho sempre indossato un polsino con la bandiera italiana e, quando possibile, la bandiera era presente anche sugli spalti.
Andare a vivere da sola a 14 anni e trasferirmi in un altro continente a 18 mi ha fatta crescere tantissimo. Mi ha aperto la mente e dato opportunità incredibili. Ho viaggiato molto grazie al tennis e vissuto esperienze uniche. Oggi, dopo essermi laureata con lode e aver disputato una stagione straordinaria entrando tra le migliori giocatrici, posso dire di avercela fatta. Il college americano è un’esperienza incredibile e consiglio a tutti di prenderla in considerazione. In Italia questa realtà è ancora poco conosciuta, ma permette di ottenere borse di studio che coprono università, vitto e alloggio, continuando allo stesso tempo a praticare lo sport che si ama, con un intero team che lavora per il tuo successo.
Progetti futuri?
A gennaio inizierò un master e entrerò a far parte di una nuova squadra grazie a un’altra borsa di studio completa che mi è stata offerta. Nel frattempo sto valutando anche alcune proposte di lavoro: due a San Antonio e una a Miami. Credo che tutta l’esperienza vissuta attraverso il tennis e il college mi stia aiutando molto anche dal punto di vista professionale. Qui negli Stati Uniti le aziende apprezzano particolarmente gli studenti-atleti, perché riconoscono qualità come la capacità di gestire più impegni contemporaneamente, una forte etica del lavoro e la capacità di ottenere risultati anche sotto pressione.
Il mio obiettivo adesso è iniziare la mia carriera lavorativa qui negli Stati Uniti, per poi tornare in Europa e mettere a frutto tutta l’esperienza professionale e personale che ho costruito in questi anni.

























