Poesia, natura, assenza e memoria in “Nel giardino dei tuoi passi”, la nuova raccolta di Floriana Porta dedicata alla poetessa di Amherst.

Ci sono poeti che si leggono e poeti nei quali, prima o poi, si finisce per abitare. Emily Dickinson appartiene certamente ai secondi. La sua casa, la stanza, il bianco, le lettere, i fiori, il giardino: tutto ciò che la circondava sembra essere diventato, nel tempo, parte della sua stessa poesia. Ed è proprio in questo spazio insieme reale e simbolico che Floriana Porta sceglie di entrare con Nel giardino dei tuoi passi, raccolta pubblicata da Le Pecore Nere Editorial e interamente dedicata alla grande poetessa americana.

Non si tratta, tuttavia, di un semplice omaggio letterario. Porta costruisce piuttosto un dialogo a distanza, attraversando quel territorio sottile nel quale la presenza e l’assenza finiscono per confondersi. L’editore parla, non a caso, di un «giardino segreto» nel quale il lettore è invitato a entrare e individua nella natura e nel blu i due fili conduttori della raccolta.

Il giardino diventa allora una geografia dell’anima.

È forse questa l’immagine che meglio permette di avvicinarsi alle poesie che Floriana Porta dedica a Emily Dickinson. Steli recisi, rose, polvere, stelle, pane, mani, luce, magma: gli oggetti e gli elementi naturali non rimangono mai semplicemente ciò che sono. Vengono attraversati dalla parola poetica e acquistano una seconda vita.

Colpisce, soprattutto, una poesia costruita attorno a un elemento apparentemente insignificante: la polvere. Qualcosa che normalmente togliamo, cancelliamo, consideriamo residuo diventa invece materia da osservare. La poesia sembra suggerire che proprio ciò che resta ai margini possa custodire una traccia, una memoria, forse perfino una forma d’incanto. È un procedimento profondamente poetico: sottrarre le cose all’abitudine per restituirle allo stupore.

In un altro componimento la protagonista è invece la parola. Una parola alla quale viene chiesto di respirare fra steli, rose e stelle, di avvicinarsi al silenzio e, soprattutto, di restituire coraggio, colore e vita a ciò che sembra averli perduti.

Qui si incontra uno dei nuclei più intensi della raccolta: la poesia non serve a spiegare il mondo, ma a restituirgli qualcosa.

Ed è proprio in questa capacità di stare sulla soglia tra parola e silenzio che il dialogo con Dickinson diventa più convincente. Floriana Porta non tenta di imitare la poetessa americana. Sarebbe stata probabilmente la strada meno interessante. Cerca invece una propria voce con cui avvicinarla.

Particolarmente efficace è poi il tema dell’assenza. Emily non c’è più, eppure qualcosa continua ostinatamente a esserci. Mancano i gesti quotidiani, gli oggetti, la concretezza di una vita trascorsa. Resta la poesia, capace di riaprire ciò che il tempo sembrava avere chiuso.

L’immagine più potente, tra i testi proposti, nasce forse proprio da questo paradosso: una ferita può fare luce.

È una metafora che contiene molto più di un ricordo letterario. Dice qualcosa della poesia stessa. Le parole autentiche, infatti, raramente cancellano le ferite. Piuttosto le attraversano, permettendo talvolta alla luce di passare proprio da lì.

E allora il titolo Nel giardino dei tuoi passi rivela progressivamente il proprio significato. Il giardino appartiene a Emily ma, nello stesso momento in cui il lettore vi entra, smette di appartenere soltanto a lei. Diventa uno spazio condiviso.

La presentazione editoriale insiste proprio su questa dimensione: il lettore è chiamato ad abitare lo spazio lasciato aperto dalla poesia, completandolo attraverso la propria sensibilità e la propria esperienza.

Ed è una bella idea di letteratura.

I grandi autori, in fondo, non ci consegnano luoghi da contemplare da lontano. Lasciano cancelli socchiusi.

A noi la scelta di entrare.

Floriana Porta lo fa attraversando il giardino di Emily Dickinson con rispetto, ma senza soggezione. Raccoglie qualche fiore, ascolta i silenzi, osserva ciò che rimane e aggiunge al paesaggio le proprie immagini. Così la poesia del passato non diventa reliquia, ma seme.

E forse è proprio questa la suggestione più bella del libro: la poesia sopravvive quando qualcuno, molti anni dopo, trova ancora il coraggio di camminare dentro i passi di un altro e, quasi senza accorgersene, comincia a lasciare i propri.


Pubblichiamo alcune poesie dedicate da Floriana Laporta a Emily Dickinson. Fanno parte della raccolta poetica “Nel giardino dei tuoi passi” (Le Pecore Nere Editore)

La polvere nelle stanze
s’incrina al tramonto,
si infila nei tuoi guanti
e avanza
come ogni ombra
che non dura,
come ogni dolore
di cui non vuoi parlare.
Mettila tra le tue dita
e replicane l’incanto.
Se tu davvero la guardi
la polvere ti riconoscerà!
* * *
Lascia che la parola respiri
tra steli recisi,
cespugli di rose
e stelle sconosciute.
Che crei un abisso
incontenibile, inavvicinabile,
sussurrando cose
mai accadute.
Che si avvicini al silenzio
e che canti tra le tue dita
versi di enorme bellezza,
restituendo coraggio
a ciò che non ha coraggio,
restituendo colore
a ciò che non ha colore,
restituendo vita
a ciò che non ha vita.
* * *
È da molto tempo
che manca il tuo pane ancora caldo
sul tavolo della cucina.
Sono assenti
le tue vesti bianche,
le tue mani ignote
e i tuoi occhi beati.
Ma la tua poesia
miracolosamente resta,
si ripete.
Si riapre
come una ferita di luce.
E ribolle tuttora
come il magma
di un vulcano spento
che torna a ruggire
a schiumare, ad accendersi.
* * *
Tu, girovaga dell’enigma,
prosciughi questo diluvio
con i tuoi sensi infuocati.
Solo il buio che sfugge
corre il rischio di ferirsi.
In fondo, spezzarsi è morire
in un balzo di versi.

 


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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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