Sul come difendere la Scuola in tempo di AI

Nei giorni scorsi presso l’IC “Lanfranco” di Gabicce, ho partecipato come formatore ad un progetto Erasmus con un gruppo di insegnanti di scuola primaria di Osmaniye, città della Turchia centro-meridionale di circa 250.000 abitanti.

Nel mettere a confronto il sistema scolastico turco e quello italiano (argomento che riserva molte sorprese) si è parlato di LGS Liselere Geçiş Sistemi e di YKS (Yükseköğretim Kurumları Sınavı).

LGS è un test non obbligatorio che si può sostenere dopo l’ottavo anno di scuola: chi ottiene il punteggio più alto può accedere alle scuole ritenute migliori.

YKS invece è un test che si può chiedere di sostenere dopo il 12° anno di scuola se si desidera accedere all’Università: più alto è il punteggio, migliore potrà essere la scelta.

Questo sistema provoca una forte pressione sugli studenti e sulle famiglie in relazione al risultato, il cosiddetto output (orribile terminologia).

La concezione produttivistica della scuola si è sviluppata parallelamente e organicamente allo sviluppo del capitalismo neoliberista. In Italia durante il periodo berlusconiano furono “celebrate” le tre “I”: informatica, inglese, impresa.

L’idea di fondo, peraltro legittima, è che se lo Stato investe grandi somme nella scuola pubblica, questa deve essere “produttiva”.

La storia ci dice però che la teoria delle tre “I” si è dimostrata falsa e che sono emersi negli studenti bisogni completamente diversi.

Dobbiamo riflettere sul concetto di “prodotto” della scuola perché siamo di fronte ad una contraddizione nei termini. La scuola non fu concepita come una realtà immediatamente “produttiva”, ma come una parentesi, un luogo e un tempo in cui apprendere liberamente, sviluppare il proprio potenziale, assimilare i principi della propria comunità, iniziare a conoscere se stessi.

In altri termini, il prodotto della scuola fu concepito come ben altro che i risultati nei test e nel numero di caselle barrate correttamente.

Il prodotto della scuola, il parametro in base al quale valutare il lavoro scolastico, se proprio deve essere definito, dovrebbe secondo me essere individuato nella qualità del rapporto fra gli studenti e gli insegnanti, ogni singolo studente e gli insegnanti.

Questo è particolarmente urgente in un momento storico come il nostro, in cui l’IA fornisce una quantità così ampia di strumenti e di dati da poter surclassare, perfino rendere superflua la presenza dell’insegnante, se si bada solo all’apporto cognitivo di quest’ultimo.

Detto semplicemente, abbiamo bisogno della scuola e del numero più alto possibile di anni di obbligo scolastico per un solo, urgente obiettivo: restare umani.

In questo compito ha un particolare valore il rapporto intergenerazionale: da un lato adulti che devono continuamente mettersi in gioco per entrare in relazione con gli studenti; dall’altro ogni studente entra in contatto con i propri pari e con i rappresentanti dell’età adulta, gli insegnanti.

Se si tiene fermo questo punto di vista, si possono valutare le situazioni in cui “l’insuccesso”, il voto di insufficienza, per intenderci, provoca un conflitto: la cronaca ci parla di studenti che si tolgono la vita dopo aver ricevuto un voto insufficiente.

Ancora: come valuteremo gli interventi legislativi con tutto il loro apparato burocratico e di controllo se deteriorano il rapporto fra studenti e insegnanti?

Che influsso hanno avuto ed hanno il cellulare e l’IA sul rapporto fra alunni e insegnanti?

“La vita è adesso” proclamano tutti i giorni i bambini e i ragazzi; la scuola non è solo “preparazione” alla vita, ma è la vita reale e concreta per molti anni, sia per gli studenti che per gli insegnanti!

Una cosa è certa: tutto si può fare con la scuola, tranne che avere un’ottica repressiva o indifferente.

Il principio dell’Autonomia scolastica, sancito dal decreto del Presidente della repubblica n°275 del 1999 segna la strada verso una scuola intesa come comunità educante che pone al centro le relazioni umane, il vero “prodotto” della scuola.

Ovviamente sappiamo che non sempre o sempre meno le relazioni fra insegnanti e alunni sono positive; sappiamo che la tendenza è negativa; che esiste una forte conflittualità e che spesso gli interventi delle famiglie sono peggiorativi. Ciononostante l’esperienza insegna che basta una relazione positiva fra lo studente e almeno uno degli insegnanti per assicurare il successo formativo.


FonteImmagine generata con AI
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Sono nato a Barletta nel 1956; ho insegnato Lettere per 23 anni e sono stato dirigente scolastico dal 2007 al 2023. Mi sono dedicato allo studio di vari aspetti della storia locale e sono membro della Società di storia patria per la Puglia; ho censito, trascritto e tradotto le epigrafi di Barletta. Per i tipi della Rotas ho pubblicato il romanzo-saggio “Ricognizioni al giro di boa”. Da molti anni mi interesso di religioni (specialmente il Buddhismo Mahayana) e di dialogo interreligioso. Ho avuto la fortuna di avere tre figli e ora di essere anche nonno! Da settembre 2023 sono in pensione: si dice tecnicamente "in quiescenza" ma è un po' difficile fermarsi. Gioco a tennis, mi piace molto viaggiare e credo molto nel lifelong learning. Sono stato cooptato in Odysseo da Paolo Farina :) e gli sono grato per avermi offerto uno spazio per parlare di scuola (e non solo) fuori dall’ambito formale/ istituzionale.

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