
A Boston, novantotto ragazzi provenienti da tutti gli Stati Uniti hanno elaborato una proposta di legge sull’uso dell’intelligenza artificiale nella scuola. Forse la notizia più interessante non è ciò che hanno deciso, ma il fatto che qualcuno abbia avuto il coraggio di ascoltarli.
Nei giorni scorsi mi sono imbattuto in una notizia comparsa su diversi media internazionali. Una di quelle notizie che rischiano di passare inosservate, schiacciate dall’ennesimo dibattito sull’intelligenza artificiale, e che invece meritano attenzione.
A fine luglio, a Boston, novantotto studenti delle scuole superiori statunitensi si sono riuniti all’Edward Kennedy Institute, un centro educativo che ospita una replica perfetta dell’aula del Senato degli Stati Uniti. Non erano lì per una visita d’istruzione o per una simulazione fine a se stessa. Erano stati chiamati a fare qualcosa di molto concreto: elaborare una proposta di legge sull’uso dell’intelligenza artificiale nella scuola.
Ragazzi e ragazze provenienti da tutti i cinquanta Stati americani hanno lavorato per giorni come veri legislatori. Hanno costituito commissioni, discusso emendamenti, ascoltato posizioni differenti e infine votato il testo finale: 82 favorevoli e 16 contrari.
Il testo è stato battezzato Student First Act. Un nome scelto con cura. Da una parte richiama l’idea di mettere “gli studenti al primo posto” (students first). Dall’altra, FIRST è anche un acronimo: Fostering Integrity and Responsible Systems in Teaching, letteralmente «promuovere l’integrità e sistemi responsabili nell’insegnamento». Non uno slogan, dunque, ma già una dichiarazione di intenti: l’intelligenza artificiale può entrare nella scuola soltanto se rimane al servizio dell’apprendimento, della responsabilità e della crescita delle persone.
Il documento non ha valore legislativo, naturalmente. Eppure colpisce per la concretezza delle questioni affrontate.
Gli studenti propongono che l’intelligenza artificiale non possa essere utilizzata per scrivere temi o elaborati al posto dell’alunno, ma possa avere una funzione di supporto nello studio, nell’organizzazione delle idee e nella revisione dei lavori. Chiedono trasparenza nell’utilizzo degli strumenti digitali e ritengono insufficiente affidarsi esclusivamente ai software antiplagio per verificare eventuali abusi. Chi utilizza l’intelligenza artificiale dovrebbe dichiararlo esplicitamente e dimostrare comunque di aver acquisito le competenze richieste attraverso prove orali o verifiche svolte autonomamente.
Affrontano poi un tema che spesso gli adulti tendono a sottovalutare: l’alfabetizzazione all’intelligenza artificiale. Secondo gli studenti, non basta spiegare come funzionano gli strumenti. Occorre ragionare sulla disinformazione, sui pregiudizi incorporati negli algoritmi, sulla privacy, sul plagio, sull’uso corretto delle tecnologie e persino sul loro impatto ambientale. E questo percorso dovrebbe iniziare non quando l’intelligenza artificiale è già diventata un’abitudine, ma nel momento stesso in cui gli strumenti digitali entrano stabilmente nell’esperienza scolastica.
Interessante anche il capitolo dedicato alle famiglie. Invece di proporre divieti o obblighi, i ragazzi hanno scelto la strada delle raccomandazioni. In alcune interviste hanno spiegato di aver rinunciato all’idea di concedere ai genitori un diritto di veto assoluto sull’uso dell’intelligenza artificiale, sostenendo che molti adulti non possiedono ancora conoscenze sufficienti per comprendere fino in fondo opportunità e rischi di queste tecnologie.
Un altro nodo affrontato riguarda le disuguaglianze. Se si vogliono formazione per docenti, strumenti adeguati e accesso equo alle opportunità offerte dall’intelligenza artificiale, qualcuno deve sostenere i costi. Anche su questo gli studenti hanno avanzato una proposta: prevedere finanziamenti federali per evitare che le differenze economiche tra territori si traducano in nuove forme di disparità educativa.
Ma il passaggio che più mi ha colpito riguarda i chatbot utilizzati a scuola. Cosa succede se uno studente confida a un assistente virtuale una situazione di fragilità, una crisi personale o una richiesta di aiuto? Dopo un lungo confronto, i partecipanti hanno stabilito che nessuna intelligenza artificiale dovrebbe gestire autonomamente queste situazioni. Serve sempre l’intervento di un adulto di riferimento. Una scelta che, forse, dice molto del bisogno di relazione che continua ad abitare anche la generazione più digitale della storia.
Si può essere d’accordo o meno con le singole soluzioni individuate. Non è questo il punto.
Il punto è che, mentre in molti Paesi si discute ancora se vietare, regolamentare o incentivare l’uso dell’intelligenza artificiale nelle scuole, qualcuno ha deciso di chiedere un parere direttamente agli studenti.
E gli studenti hanno risposto.
Con serietà. Con senso di responsabilità. Con una lucidità che, a tratti, sembra mancare al dibattito pubblico.
Qualche tempo fa, durante un confronto sulla partecipazione studentesca, sentii dire che «il bagno è il senato». Una battuta, forse. Ma non troppo. Perché spesso i luoghi informali della scuola diventano gli unici spazi in cui ragazze e ragazzi discutono davvero dei problemi che li riguardano.
L’esperienza di Boston suggerisce un’alternativa: invece di lasciare che il “senato” resti confinato nei corridoi, nei cortili o nei bagni, potremmo provare a costruire occasioni autentiche di partecipazione.
Non semplici consultazioni. Non rituali privi di conseguenze. Ma spazi nei quali i giovani possano confrontarsi, argomentare, assumersi responsabilità e contribuire a definire le regole della comunità di cui fanno parte.
Del resto, se l’intelligenza artificiale cambierà il modo di studiare, di lavorare e forse persino di pensare, appare singolare che a decidere siano quasi sempre gli adulti.
Forse, almeno ogni tanto, dovremmo avere il coraggio di interpellare il senato.
Quello vero.
Quello composto da ragazze e ragazzi che abitano ogni giorno le nostre scuole.

























