Se venisse a mancarci la concordia, la volontà e la voglia di camminare insieme, dovremmo procedere da soli nell’intricato labirinto delle nostre paure e, magari, approdare in un’isola deserta e sentirci disconosciuti dal proprio io. Sarebbe come perdere la testa, impazzire. Ma ponderare bene nei dettagli e qualificarli con saggezza, tenendo alla gogna la dannosa sicumera, potremmo incontrare, dentro di noi, l’armonia giusta per porci sul piano equilibrato della convivenza civile. Questo per renderci il labile, precario gusto “retroattivo” di essenze a noi mancate, a causa della nostra distrazione: sfuggito, ma forse rimasto impresso, come bruma grigia nella memoria.

Il saltar continuamente di palo in frasca per colorare il tempo, senza poterlo riempire; il desiderare, d’allietar la vita, sempre con le ultime novità, non permettono di gustarne le stesse poiché spinte, egoisticamente, da nuove, ulteriori, insaziabili brame. La Pisana era possessiva e volubile in tal senso e mai s’accontentava della realtà, ma viveva di cambiamenti e di variazioni continue tanto da restare frustata e scontenta, alla pari di un Lagotto Romagnolo in un campo di ortiche. La ragazza faceva a meno d’usare la moderazione, come linguaggio coerente, scientifico, visto la giovane età, ma metteva tutto nelle mani della sua ambizione e all’uso incondizionato della sua esuberante determinazione, il tutto sostenuto dalla posizione sociale di cui ne sentiva, orgogliosamente già forte, l’appartenenza. Era una situazione che non le gravava più di tanto e che scaricava il suo peso sugli altri componenti dei ragazzi che ne subivano passivamente il disagio: Carlino prima di tutti.
La sorella maggiore della Pisana, Clara, era uscita dal collegio e si era messa ad accudire la nonna, prolungando così, il suo misericordioso suffragio a beneficio del prossimo. La vecchia Contessa non vedeva oltre ciò che desiderava, ma tanto si lamentava sul restante che non avrebbe voluto accadesse. Lo stato di sentirsi vecchia la ingelosiva per la giovinezza che notava negli altri. Era una ferita aperta  la sua che, per poterla cauterizzare non sarebbe bastato un semplice bisturi, ma una rinascita, oppure un trapasso a nuova vita, se non fosse così attaccata al suo mondo.
I giochi innocenti, praticati dai ragazzi, a volte assumevano aspetti che andavano oltre le loro intenzioni e più somigliavano a qualcosa che creava una certa attrattiva corporea che li portava lontano dalle proprie innocenze, dove la purezza finiva per vestirsi d’inconsapevole malizia.
Si andava verso la maturazione del corpo, quale frutto da gustare nei prossimi anni di vita, fatta di gioie, piaceri, come pure d’indicibili, non certamente lievi, responsabilità.

I castellani di Fratta

Il Conte e la Contessa in quel di Fratta
Citati da Carlino in pieno ardire
Che in cuor suo manda quasi a benedire
In questa storia  che leggenda impatta.

Ma pure gl’inquilini raffazzona
In peggio o meglio, come tira il vento:
Secondo come volge in quel momento
E al tipo che lui scansa o s’affeziona.

Si vive il tempo in grazia del Signore
In quel maniero che sprigiona umore
Con quel camino a infondere calore

A chi siede a banchetti, in riverenza:
Satolle pance, con la pia presenza
D’un Ser Prelato che non fa astinenza.

La passione è fuoco vivo, ma ha corso breve: è fiamma che t’avvampa all’improvviso, ma poi si spegne come un bel sorriso “privo di denti” al primo aprir di bocca. Ma va di mezzo pure la ragione che stenta a maturare di sapienza nel cuore dell’adolescente, acerbo d’esperienza. Neppur si può forzare il tempo, nel suo corso, per modellar la vita a proprio ardire, ma almeno rispettare l’evenienza: quella che si presenta strada facendo ad indicarci la perseveranza in modo non sfugga nulla alla pazienza, ma che la sapientisca, consolidandola.

Ah, la pazienza! Quanti bei momenti ci lascerebbe vivere se solo di essa ne facessimo tesoro. Ma la pazienza è stanca di salire sul ring per scontrarsi con la fretta, mentre ha sempre la meglio nel sentirsi deambulata dalla saggezza.
La spontanea, imprevedibile intraprendenza dei ragazzi metteva, di riflesso, un tale esuberante brio che tanto sarebbe bastato a eguagliare una nota virtuosa in uno spartito rossiniano.
Quando la volontà si veste d’ispirazione e ne descrive la quotidianità, allontana il fine dalla realizzazione, tanto da farla sembrare, se non una chimera, una sicura debolezza nel determinare l’impresa.
Carlino non era sofferente a simili situazioni, anzi ne mostrava sicurezza, agile spirito intuitivo e fattivo. Era munito di un prezioso, pratico accorgimento che gli dava modo di consolidare ogni scomposto equilibrio che si sarebbe presentato di soppiatto, alla porta della sua intelligenza.
L’ impatto con le battaglie dell’anima, prima ancora di quelle della carne, erano da ponderare per Carlino, avanti di mettere sotto lente le altre più impegnative, dal punto di vista dell’autocontrollo: i propulsivi impulsi corporei emergenti.

L’anima è il limbo della Suprema conoscenza universale: usa l’amore per abbracciare ogni forma di dissidio umano, sanandolo.

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Salvatore Memeo è nato a San Ferdinando di Puglia nel 1938. Si è diplomato in ragioneria, ma non ha mai praticato la professione. Ha scritto articoli di attualità su diversi giornali, sia in Italia che in Germania. Come poeta ha scritto e pubblicato tre libri con Levante Editori: La Bolgia, Il vento e la spiga, L’epilogo. A due mani, con un sacerdote di Bisceglie, don Francesco Dell’Orco, ha scritto due volumi: 366 Giorni con il Venerabile don Pasquale Uva (ed. Rotas) e Per conoscere Gesù e crescere nel discepolato (ed. La Nuova Mezzina). Su questi due ultimi libri ha curato solo la parte della poesia. Come scrittore ha pronto per la stampa diversi scritti tra i quali, due libri di novelle: Con gli occhi del senno e Non sperando il meglio… È stato Chef e Ristoratore in diversi Stati europei. Attualmente è in pensione e vive a San Ferdinando di Puglia.

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