Tra cavilli, sentimenti e rovine, Nievo racconta la vera Italia: viva, contraddittoria e irresistibilmente umana

Non si vorrebbe mescolar l’olio col vino per non dar modo alla Confusione di vantarsi della sua presenza tra le scartoffie procedurali di un processo farsa. Processo sommario a scapito del primo, ignaro innocente che vien trascinato in certi ingranaggi “legali/letali”…?

I rimorsi di coscienza, dopo gl’ignobili passaggi di procedure sbagliate, non sarebbero riusciti a scalfire un panetto di burro, figuriamoci la durezza e la determinazione di chi manovrava con poca rettitudine. E se lo avesse fatto con sollecitudine a chiude
re il caso e passar oltre la frutta e la torta pur d’arrivare all’amarezza  del digestivo, distillato con gli alambicchi dell’ingiustizia? Sarebbe stato come bere un inaspettato bicchiere di cicuta o chiudere un libro giallo senza aver avuto il tempo di scoprire l’assassino? Oppure una inutile spremuta di cachi…?

Le leggi scritte fanno testo, è vero, anche se molti cavilli le rendono carta da parati. Le innumerevoli leggi scritte, per i vari ambiti giudiziari, a volte fanno a pugni tra esse, tanto da far sembrare il dibattito, tra l’accusante e la difesa, una partita di tennis, dove vince chi usa destramente bene l’affondo con la lingua, al posto della racchetta.
Tali le leggi scritte nei codici della Serenissima e in quelli feudali di allora.
Ne facevano uso notari, giudici, sollecitatori, patrocinatori, scannagatti e azzeccagarbugli vari del tempo. Sono situazioni citate dallo sfortunato patriota e scrittore Ippolito Nievo nel suo libro: “Le confessioni di un italiano”. Questo la dice lunga su come venivano interpretate le leggi di quel tempo. Ora, dopo anni di revisioni, di adeguamenti e miglioramenti, nulla è cambiato, se non la comodità, per gli astanti, dei posti a sedere per non assistere piu ai processi, rimanendo in piedi come cariatidi umane.
Tra leggi e proclami si era arrivati a maggiori difficoltà d’interpretazione delle stesse, piuttosto di renderle più accessibili ai piu.
È un passo del romanzo che va letto e riletto con diletto e curiosità. La lettura riuscirà piacevole, espressamente per la spiritosaggine, la brillantezza e l’estrosa verve, applicate nella descrizione che l’Autore evidenzia nel romanzo.  Riporta pure in calce i vari passi di tali norme, estrapolate, attinte dalle pagine dei codici della Serenissima.

Carlo Altoviti, chiamato Carlino, attore principale del romanzo, racconta della sua infanzia passata nel castello di Fratta e, in modo dettagliato, particolareggiato, ne descrive la toponomastica della Regione poiché sotto la sua giurisdizione.
Geograficamente, Fratta è una frazione di Roman d’Isonzo, comune in provincia di Gorizia.
Il castello, descritto dal giovane Carlino, oggi ridotto a un mucchio di rovine, videro il ragazzo e sua cugina, la Pisana, crescere e innamorarsi in un crescendo di passioni e calar di toni che sarebbe poi finito in un nulla di fatto.
Le vicissitudini, le esperienze di vita, per lo più contrastanti e dolorose ebbero suprema forza a smorzare gli ardori dei due giovani. Erano al loro primo impatto con l’appassionata-distaccata storia d’amore. Fu un sentimento altalenante, il loro: a volte rigoglioso altre volte quasi appassito. I due vissero le loro alzate di gioie e le cadute d’umori nel castello di Fratta. Le  vissero tra le persone che abitavano il castello con le loro disparate, problematiche esistenziali, sia queste di comprensione, sia di ontologico linguaggio: una struttura dell’essere, direbbe Heidegger.

L’inizio dell’era dodgiana, con il doge Paolo (Paulici) Anafesto, ebbe origine nel 697 d.c. e dovette cadere oltre mille anni dopo, quando il Maggior Consiglio con l’intervento di Napoleone Bonaparte, il 12 di maggio del1797 ne aboliva lo statuto. Sedeva l’ultimo doge, Ludovico Manin e cadde così l’ultramillenaria Repubblica della Serenissima.

Il castello di Fratta era rientrante in una vallata che non lo proteggeva dai capricci del cielo. Era stato concepito con una struttura in mattoni rossi che gli avrebbero dato l’aspetto di un malato con la febbre alta se i muri perimetrali non fossero stati invasi, sopraffatti e celati dal lussureggiante verde ramarro. Era stata l’edera che si arrampicava ad essi in un abbraccio sepsico da far passare la struttura per un malato terminale.
Il castello, visto dall’alto, appariva come un istrice, attenzionato da un rapace che lo stava per ghermire.
Erano i molteplici comignoli a farlo sembrar tale: uno in particolare era talmente alto che sembrava stesse sfidando il cielo, in altezza se, dalla stessa volta, non fosse stato bersagliato a suon di fulmini, fino a ridurlo a un mucchio di macerie. I castellani l’avevano trascurato a sanargli le ferite per via che le saette, durante i frequenti temporali, continuavano a rovinargli addosso quindi: lo ritennero un comodo e prezioso parafulmine.
La descrizione interna della struttura dava l’immagine di un manufatto raffazzonato da ingegneri, usurpatori di titoli, abusivi e privi di mezzi e di idee precise.
Erone di Alessandria, oppure Archimede, senza scomodare Leonardo da Vinci, Vanvitelli i quali, a un simile manufatto, avrebbero pensato a un canile, mentre, in effetti, nel castello di Fratta erano talmente tanti i gatti da far pensare ad un vero allevamento, un asilo per piccoli felini. Bisogna pure che uno sia realista nel dire le cose: – Cosa sarebbe un castello invaso da topi se non ci fosse il mezzo per liberarlo? Sarebbe una colonia di roditori, comodamente accasata in un castello divenuto topaia.
Tralasciando il tema animali per parlare degli umani del maniero, la voce ne foraggia i principali nomi: i possessori stessi, il conte, la contessa e il loro marmocchio Orlando.  È ancora un bambino, Orlando, e già si prendono decisioni azzardate sul suo futuro da condottiere. Non per nulla gli era stato appiccicato quel nome così smisurato, responsabile. Torquato Tasso, ne avrebbe ripetuta la sua opera per farne un altro valoroso personaggio in una eventuale “Gerusalemme riconquistata”?
L’orgoglio a tutti i costi diventa una mera stupidità, per non dire violenza, quando si fa leva su una persona, specialmente un bambino, per assoggettarne la volontà ai propri egoistici interessi o desideri che si voglia.
Orlando era un bambino talmente timoroso tanto che un nonnulla, che non fosse la voce o un gesto di sua madre, lo spaventava tanto che correva a nascondersi sotto le sue sottane. Voleva farsi prete, Orlando, e questo mandava in bestia il conte che voleva diventasse un valoroso guerriero, mentre la moglie era contraria e non voleva nemmeno immaginarlo d’avere un figlio militare.
Ancora poppava al seno della nutrice Orlando e da quel suo primo linguaggio: pa…pa…pa…non si capiva bene se volesse chiamare il padre o chiedesse la pappa.
Quando la situazione, con l’ausilio deciso della madre, si era allineata con le aspirazioni del bambino, il conte aveva ceduto con le sue pretese mentre la moglie si era conciliata con le proprie aspettative e Orlando era cresciuto mantenendo l’idea di farsi prete, e lo diventò.
Nel diventarlo ebbe a portarsi in dote: quella scomoda, persistente sensazione di timore e il buon appetito. Desiderio persistente che non gli lasciava mai appagato lo stomaco: nemmeno subito dopo che aveva consumato gli abbondanti pasti…
La storia prosegue in un avvicendarsi di situazioni piacevoli e moleste, ma mai uggiose, tanto da far gradevolmente divorare la lettura come si farebbe con i bignè contenuti in un vassoio.

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Salvatore Memeo è nato a San Ferdinando di Puglia nel 1938. Si è diplomato in ragioneria, ma non ha mai praticato la professione. Ha scritto articoli di attualità su diversi giornali, sia in Italia che in Germania. Come poeta ha scritto e pubblicato tre libri con Levante Editori: La Bolgia, Il vento e la spiga, L’epilogo. A due mani, con un sacerdote di Bisceglie, don Francesco Dell’Orco, ha scritto due volumi: 366 Giorni con il Venerabile don Pasquale Uva (ed. Rotas) e Per conoscere Gesù e crescere nel discepolato (ed. La Nuova Mezzina). Su questi due ultimi libri ha curato solo la parte della poesia. Come scrittore ha pronto per la stampa diversi scritti tra i quali, due libri di novelle: Con gli occhi del senno e Non sperando il meglio… È stato Chef e Ristoratore in diversi Stati europei. Attualmente è in pensione e vive a San Ferdinando di Puglia.