di Luciana Magno

C’era una volta un gruppo di 9 amici che era stato chiamato ad assolvere un compito: quello di portarsi dietro quanto più dell’Abruzzo. Non sapeva bene il come, il quando e il perché! La loro certezza era svegliarsi la mattina e lavorare sodo fino a sera, quando i prescelti erano chiamati a scegliere, stanchi, sporchi e affamati, la cena del giorno dopo.

Sono stati loro i protagonisti di questo viaggio. Avevano chiesto che non fosse un viaggio qualunque, ma che fosse un viaggio esperienziale, e allora Gemini ha fatto in modo che lo fosse. Ha donato loro l’esperienza e lo ha fatto attraverso i 5 sensi.

Ha regalato l’odore nauseabondo di uova marce al Parco Lavino con le sue acque sulfuree, l’odore della terra bagnata del faggeto che li accompagnava a Mammarosa, l’odore dell’umido di una grotta scavata nella roccia, l’odore del soffritto che fluttuava nell’aria.

Ha usato il tatto al trabucco di D’Annunzio, lo stesso trabucco che nessuno voleva aprire; i prescelti hanno cercato di aprirlo toccandolo, scuotendolo invano. Il tatto nelle Grotte di Stiffe e del Cavallone, toccando le stalattiti con un velo di felpa per preservare quelle escrescenze; nel parco avventura, toccando e aprendo moschettoni e ganci per non cadere; il tatto sulle pietre di Rocca Calascio che sapevano di brividi; l’acqua sulla pelle, nelle mutande e sui capelli, gocce e vento come spilli pungenti che impedivano la risalita; l’acqua ghiacciata delle sorgenti e le gole fredde di Santa Fara.

Il tatto, quello di due dita schiacciate gratuitamente, senza che nessuno l’avesse chiesto; del gelato che si scioglieva sulle mani con la sola forza del pensiero. Forse anche questo era esperienziale.

L’udito, altro senso per niente trascurabile… il suono delle risate condivise, il rumore del fiato corto mentre si risaliva dall’eremo, mentre si salivano i 300 (che poi sono diventati 1200) gradini nella Grotta del Cavallone, il silenzio assordante della cestovia, la campana dell’eremita che riecheggiava tra i monti, il rumore delle pagaie quando si scontravano, il chiacchierio delle folaghe sul Tirino e il silenzio degli eremi.

E poi la vista… tanta, tanta bellezza: la maestosità della montagna, il panorama dipinto di giallo, arancio, rosso e marrone dopo la tempesta, l’eleganza di un fiume, il lago color smeraldo, l’irruenza di una cascata, l’imponenza di una salita, la precisione di un faggeto infinito, la scalata mattutina di 1100 pecore, l’eleganza delle gialle colline, la bellezza di una montagna scavata, la solitudine in quota di Mammarosa, la solidità di una roccia, la violenza del vento e la forza dell’acqua.

Ma cosa resta realmente di questo viaggio?

Resta un ricordo che pulsa vivo nel petto e la consapevolezza della velocità con cui tutto è fluito, come se ogni singola emozione avesse un tempo preciso per rivelarsi. Restano le parole e le risate scambiate anche quando l’aria si faceva rarefatta e il fiato si accorciava; resta quell’intesa profonda e silenziosa di chi sa che bisognava farcela, persino quando la meta sembrava irraggiungibile.

Resta, sopra ogni cosa, la bellezza luminosa dei momenti condivisi con compagni con cui è stato semplicemente meraviglioso camminare.

BUON VENTO.

Luciana Magno


LASCIA UNA RISPOSTA

Please enter your comment!
Please enter your name here