
«Ho avuto grandi ambizioni e sogni turgidi – ma i sogni li hanno avuti anche il garzone e la sartina, perché tutti sognano. Quello che distingue le persone le une dalle altre è la forza di farcela, o di lasciare che sia il destino a farla a noi»
(Fernando Pessoa)
A un certo punto, dal piazzale della Serra do Pilar, Porto era tutta davanti a noi.
Sotto scorreva il Douro. Più in basso la Ribeira sembrava una tavolozza di colori appoggiata sull’acqua. In mezzo, il Ponte Dom Luís I univa le due rive con la naturalezza e l’imponenza delle cose che esistono da sempre.
Rimanemmo qualche minuto in silenzio.
Poi mi venne in mente che, in fondo, ogni viaggio cerca proprio questo: un punto dal quale guardare l’insieme. Non solo delle città. Anche della vita.
E forse è per questo che, tornando a casa dal Portogallo, non porto con me soltanto immagini e fotografie. Porto una domanda: che cosa resta davvero di un viaggio quando le valigie sono state svuotate?
Rimane il bianco abbagliante del Monastero dos Jerónimos e il Tago che si apre verso l’oceano. Rimangono le pietre del Castello di São Jorge, da cui Lisbona appare come una città costruita per dialogare con la luce.
Rimane il Fado, ascoltato non solo con le orecchie, ma con qualcosa di più profondo. Rimane Fernando Pessoa, incontrato nella sua casa e poi ritrovato ovunque, come accade con certi autori capaci di trasformarsi in compagni di viaggio.
Rimane Sintra, che sembra smentire ogni pretesa di realismo. Le sue torri colorate e i suoi boschi ricordano che la fantasia non è un lusso dell’infanzia, ma una necessità dell’età adulta. Forse soprattutto dell’età adulta.
Rimangono la grandiosità di Mafra e il vento di Ericeira. La biblioteca di un re e l’oceano che non appartiene a nessuno. Due modi diversi di attraversare il tempo.
Rimane Cascais, con la sua eleganza discreta e raffinata. Uno di quei luoghi che non hanno bisogno di stupire per essere belli.
Rimane Fátima, dove il silenzio parla più delle parole. In un tempo che ci chiede continuamente di esprimerci, di commentare, di reagire, scoprire il valore del silenzio è quasi rivoluzionario.
Rimangono Coimbra e la sua università, che ricordano come l’apprendimento non sia una stagione della vita, ma un modo di abitare il mondo.
Rimane Aveiro, lieve come una parentesi, con i suoi canali e i suoi colori. La traversata in moliceiro.
E poi rimane Porto.
Il Mercado do Bolhão, dove la vita quotidiana continua ad avere il volto delle persone. La Livraria Lello, che sembra ricordarci che i libri non sono semplici oggetti ma porte. Gli azulejos della stazione di São Bento, capaci di raccontare una nazione intera attraverso immagini immobili. L’ascesa sulla Torre dos Clérigos e su quella della Sé. Le strade in salita, il Ponte Dom Luís I, attraversato sia al livello alto che a quello inferiore. Infine, la Ribeira, scoperta a passo lento.
Ma soprattutto quel momento alla Serra do Pilar. Davanti a noi la città. Sotto di noi il fiume. Attorno a noi una bellezza che nessuno aveva bisogno di spiegare.
Ho pensato che le città, come le persone, abbiano bisogno di una certa distanza per essere comprese. Troppa vicinanza impedisce di vedere l’insieme. Troppa distanza fa perdere i dettagli. La saggezza, forse, consiste nel trovare il punto giusto da cui guardare.
Ma, a pensarci bene, non sono questi i veri ricordi che porto a casa. I monumenti si fotografano. I panorami si descrivono. Le città si possono raccontare.
Ciò che conta davvero è altro.
Sono le conversazioni nate durante il cammino. Le risate condivise. Le soste inattese. I silenzi che non avevano bisogno di essere riempiti. La pazienza reciproca davanti alla stanchezza. La meraviglia provata insieme davanti a ciò che nessuna fotografia riuscirà mai a restituire completamente.
Così, tornando a casa, mi accorgo che il regalo più grande del Portogallo non è stato il Portogallo.
È stata la conferma di una verità semplice. Viaggiare non significa soltanto attraversare luoghi. Significa attraversare il tempo insieme a qualcuno. E alla fine non ricordiamo soprattutto ciò che abbiamo visto. Ricordiamo chi avevamo accanto mentre lo guardavamo. O magari chi non c’era perché non poteva, eppure in qualche modo condivideva.
Per questo, se dovessi riassumere il Portogallo in una sola immagine, non sceglierei un palazzo, una chiesa o un panorama.
Sceglierei un tavolino. Qualche tazza di caffè o magari, data l’occasione, un buon calice di Lágrima di Porto. Il tempo che rallenta. Persone care sedute una di fronte all’altra. Pensieri che fluiscono. E che restano.
Perché i luoghi, per quanto belli, sono soltanto lo scenario. La vera destinazione, quasi sempre, sono le relazioni che ci aiutano ad attraversarli.




























Bellissima la tua descrizione del Portogallo che conosco ..
Non sono d’accordo con Pessoa o forse non l’ho capito. Le grandezza di un uomo non sta solo nel realizzare i propri sogni ma di saper rinunciare alla loro realizzazione e accettare, a testa alta, quello che non avrebbero mai voluto accettare.
Grazie, Susanna! Che grande punto di vista alternativo ci offri!