«Sarai padrone di te stesso quando capirai cosa provi senza sentirti sbagliato»
(Arthur Schopenhauer)
A volte scegliamo di farci del male. Più o meno deliberatamente. Più o meno impotentemente.
Può succedere per varie ragioni. Una sconfitta, un insuccesso, un disamore. Una necessità.
Al di là della causa scatenante, è possibile che la radice del malessere sia più profonda: un trauma lontano, sepolto nella memoria inconscia, una mania del controllo sui propri pensieri e sulle proprie azioni, un perfezionismo esasperato. L’incapacità di perdonarsi. Di accogliersi per come si è.
Non sono nessuno per fare affermazioni del genere. Non sono uno psicologo e tantomeno uno psicoterapeuta, ma sarei insincero se negassi che le mie sono convinzioni intime, radicate in anni di cicatrici che di tanto in tanto si riaprono e risvegliano la memoria sensoriale.
Sarebbe bello poter risparmiare ad altri il dolore che, tu sai, è inutile. Ma non si può. Ognuno deve attraversare la propria valle. Ognuno deve acquistare esperienza al prezzo della propria vita e della propria sofferenza.
E forse è proprio questo il paradosso. Quando stiamo male vorremmo una scorciatoia, una parola risolutiva, una mano che ci traghetti immediatamente dall’altra parte. Ma le ferite hanno un loro tempo. Come le stagioni, non sopportano di essere forzate. E certe verità non si lasciano insegnare: possono soltanto essere attraversate.
Perciò ho sbagliato a usare l’aggettivo “inutile”.
Il dolore, accolto nel modo giusto, non è mai inutile.
È passaggio.
Consente una crescita.
Può portare sì a morte, ma anche a vita nuova.
Per dirlo con Concita De Gregorio, che così scrive nel suo “La cura”: «…la bellezza resta, la bellezza è dappertutto e la vita cambia verso, ma continua e a volte ti sorprende. Dal male può nascere anche la meraviglia».
E fiorire gratitudine, aggiungerei io. Magari per il semplice fatto di essere vivi. Anche quando, con Bernardo Soares, vien da chiedersi: «Quanti “io” sono io?»
E così, tutto quello che mi sento di augurare a chi attraversa la propria personalissima “death valley” è di ricordarsi che la vita può essere davvero meravigliosa, che le persone che ci amano esistono davvero, e che possono essere più vicine di quanto pensiamo. Magari di più quando non le vediamo.
A volte, può bastare aprire gli occhi per tornare a vederle, le orecchie per tornare ad ascoltarle.
Oppure pronunciare una sola e singola parola: «Aiuto!».
Concita De Gregorio: «Alla fine di una lunghissima disciplina di terapia e rigore qualcosa devo aver capito meglio. Forse, azzardo: siccome il dolore arriva da solo e comunque arriva sempre, non ne serve altro. Al contrario. Serve bellezza, per affrontare questo dolore. Servono leggerezza, un poco di allegria. Il carburante per viaggiare nel buio». Ancora lei: «Dài, dài ragazze, sarà una bellezza. Fidatevi di me. Vi fidate?».
Alberto Caeiro: «Basta esistere per essere completo».
Fernando Pessoa: «Oggi sono il punto d’incontro di una piccola umanità che appartiene soltanto a me».
P.S.: Bernardo Soares e Aberto Caeiro sono solo due degli pseudonimi di Fernando Pessoa. Meriterebbe una citazione anche Álvaro de Campos, altro suo celebre pseudonimo. Ma tanto su Pessoa sento che ritorneremo presto.

























