
“Settembre pedagogico” davanti allo “specchio”
Ci sono insegnanti che istruiscono, altri che educano; insegnanti che spiegano la lezione, altri che la vivono; insegnanti che vedono, altri che guardano; insegnanti che hanno cura, altri che si prendono cura; insegnanti che lavorano, altri che si appassionano.
Quelli della prima specie passano. Quelli della seconda specie restano, anche se hanno attraversato la vita degli studenti per un’ora a settimana di un solo anno scolastico. E spesso, anche da soli, fanno la differenza. Questi docenti non sono sognatori, sono invece visionari: non si costruiscono ideali irrealizzabili ma, restando umili – alla lettera con i piedi nell’humus -, si lasciano guidare da un’idea, che, come ben spiegava Platone, è l’oggetto di una visione della mente, la quale sa guardare oltre le apparenze e vedere nello studente di oggi l’uomo e la donna di domani. Questi visionari sanno di non essere onnipotenti, ma sanno anche che accendere un fiammifero nel buio è meglio che restare nel buio pesto. E sanno anche che quella fiamma può servire ad accenderne un altro di lume, e questo un altro ancora, finché il “passaluce” avrà avuto l’effetto di illuminare a giorno. Il tutto, naturalmente, a condizione che la fiamma originaria sia accesa e viva. Così, essere felici diventa la condizione assolutamente necessaria, sebbene non sufficiente, per poter educare, dunque per donare la felicità stessa, sapore della vita.
È questo il nucleo essenziale de “L’arte di insegnare, ovvero d’essere felici”, ultima fatica letteraria dello scrittore e dirigente del CPIA di Andria Paolo Farina, che, all’ormai tradizionale “Settembre pedagogico” organizzato dalla rete di scuole C.I.S.A. presso l’IISS “Lotti-Umberto I” di Andria, ha saputo parlare al cuore di una nutrita platea di insegnanti, dirigenti ed educatori.
Una formazione “fuori dagli schemi” perché incentrata sul senso della professione docente invece che sull’analisi di problematiche educative o sulle metodologie didattiche, e proprio per questo capace di rimotivare e riappassionare. Bisogno più urgente che mai in tempi così difficili per una società non più soltanto “liquida”, come la definiva Baumann – ha ricordato Farina –, ma addirittura “evaporata”. Un invito appassionato a non arrendersi mai, anche di fronte ai tanti fallimenti.
Parole vibranti quelle del relatore, ma anche dirette e franche perché invitano a guardarsi allo specchio e a interrogarsi sull’efficacia e sulla responsabilità della propria azione educativa: “Se sei un docente o un dirigente infelice allora è meglio che ti licenzi”, perché solo chi è felice – dal latino “felix”, fertile – può generare e chi non genera può spegnere una vita. Un credo profondo che sgorga da anni di esperienza sul campo e dalla consapevolezza di essere stato “salvato”, da ragazzino, proprio dalla scuola, alla quale, perciò, ha voluto restituire la propria vita con gratitudine e dedizione.
Parole tanto più credibili quanto più rese vive dal racconto autobiografico di sé, infarcito di autoironia, aneddoti significativi, battute di spirito, finanche di espressioni dialettofone che, unitamente ad una raffinata e brillante analisi etimologica di comunissimi termini, hanno puntato dritto all’anima dell’uditorio. Non sono mancati neanche i riferimenti alle ex alunne presenti nell’auditorium, non per autoelogiare il proprio operato di insegnante e di educatore ma per portare all’uditorio la viva testimonianza della fertilità dell’insegnamento e del circolo virtuoso che è in grado di attivare, anche quando e proprio quando il maestro non produce copie di sé ma persone nuove in grado di spiccare il volo anche molto lontano da lui.
Di fronte a tanta fede nell’humanitas e a tanta coerenza di vita, a poco sono serviti i richiami di qualche collega a confrontarsi con l’amara realtà di tanti ragazzi che la scuola perde – ahinoi, anche per sempre! – a causa di contesti familiari difficili e svantaggiati e di disuguaglianze sociali radicate. Perché – ha ammonito Farina – di fronte alle sfide educative, non abbiamo alternative: o restiamo nel problema o continuiamo a cercare una soluzione, per quanto incerta e fallace possa rivelarsi.
Grazie, prof. Farina, perché continui a tenere viva con tutte le tue forze quella stessa fiamma che hai saputo accendere nei tuoi allievi!

























