Intervista a Gigi Brandonisio, direttore artistico del Festival della Disperazione

Dal 13 giugno al 25 luglio 2026, torna ad Andria il Festival della Disperazione, giunto alla sua decima edizione. Letteratura, teatro, musica, filosofia, giornalismo, comicità e pensiero critico attraversano anche quest’anno le grandi e piccole inquietudini del presente.

Ne parliamo con Gigi Brandonisio, direttore artistico del Festival.

Il Festival della Disperazione compie dieci anni. Che effetto fa arrivare a questo traguardo?

Fa un effetto bellissimo e leggermente preoccupante, come tutte le cose che durano più del previsto. Quando siamo partiti, la parola “disperazione” sembrava quasi una provocazione. Oggi sembra una categoria dello spirito, una condizione collettiva, a tratti persino un servizio pubblico.

Il fatto che il Festival arrivi alla decima edizione ci dice che quella intuizione aveva un senso: provare a guardare la fragilità, il fallimento, la paura, il ridicolo, la fine delle illusioni non come territori da evitare, ma come luoghi da attraversare insieme. In fondo il Festival è nato proprio da questo: dall’idea che la disperazione, se condivisa, diventi meno minacciosa. E magari, con un po’ di ironia, anche abitabile.

Qual è il filo conduttore dell’edizione 2026?

Il filo è il tempo. Il tempo che passa, il tempo che manca, il tempo che non sappiamo più abitare. La decima edizione ci ha portati naturalmente a interrogarci sull’età, sulla memoria, sull’invecchiamento, sulle eredità, sulle promesse mancate, ma anche sulle possibilità che restano.

Nel programma ci sono appuntamenti che affrontano direttamente questi temi, come Invecchiare: un problema per artisti con Paolo Di Paolo, Estetica del Rimpianto con Ilaria Gaspari, Manuale di Avviamento al Tramonto con Franco La Cecla. Ma in realtà tutto il Festival ragiona su cosa significhi stare dentro un presente che sembra consumarsi velocemente: il tempo della storia, delle guerre, degli affetti, della maternità, dell’amore, delle trasformazioni tecnologiche, delle nuove paure e delle nuove solitudini.

Il programma mescola letteratura, teatro, musica, filosofia, giornalismo e comicità. È una scelta precisa?

Sì, perché la disperazione non rispetta i generi. Non ci si dispera solo in prosa, o solo a teatro, o solo in forma di saggio. La vita è molto più disordinata dei palinsesti culturali, e noi proviamo ad assecondare questo disordine.

Per questo nel programma convivono scrittori, attrici, giornaliste, filosofi, musicisti, comici, intellettuali, performer. Ci interessano gli incontri tra linguaggi: Giovanni Truppi che dialoga con Pasolini e Calvino, Roberto Mercadini con Emma Nolde, Concita De Gregorio con Melania Petriello, Enrica Tesio con Andrea Mirò, Laura Campiglio con Molla. A noi piace quando un appuntamento non è facilmente classificabile. È lì che spesso succedono le cose più interessanti.

In questa edizione ci sono temi molto forti: guerre, Gaza, carcere, denatalità, intelligenza artificiale. Come si tiene insieme tutto questo senza perdere il tono del Festival?

Si tiene insieme con uno sguardo, non con una ricetta. Il Festival prova a guardare il dolore del mondo senza semplificarlo e senza trasformarlo in retorica. Ci sono appuntamenti come Sudari. Elegia per Gaza con Paola Caridi, gli incontri sulla Russia e l’Ucraina con Marta Serafini, Crescere, la guerra con Francesca Mannocchi e Rodrigo D’Erasmo, ma anche riflessioni sull’intelligenza artificiale, sulla democrazia e sulle nuove disuguaglianze.

Accanto a questi temi ci sono la maternità, la denatalità, l’amore, gli affetti, il carcere, con appuntamenti come Senza Figli con Alessandra Minello, MADRE con Concita De Gregorio e Melania Petriello, Vengo da Te – Il diritto di restare umani: le stanze dell’affetto in carcere. La disperazione non è solo geopolitica: è anche domestica, familiare, sentimentale, corporea. Il nostro compito è tenere insieme questi piani, con serietà ma senza perdere la possibilità della leggerezza.

Che ruolo ha l’ironia in un Festival che affronta argomenti così complessi?

Un ruolo serissimo. L’ironia non è una fuga dai contenuti, è un modo diverso di arrivare al cuore delle cose. La comicità, quando è intelligente, non consola: disarma. Ti costringe a riconoscere qualcosa che magari non volevi vedere.

Per questo nel programma ci sono presenze come Luca Bizzarri, Sabina Guzzanti, Paolo Rossi, Annagaia Marchioro, Antonio Rezza, Niccolò Fettarappa e Lorenzo Guerrieri, Elda Alvigni. Non sono momenti “leggeri” nel senso minore del termine: sono appuntamenti che rendono il Festival più tagliente. La risata arriva spesso un secondo prima o un secondo dopo il disagio, e proprio per questo ci interessa.

Perché il pubblico dovrebbe venire al Festival della Disperazione 2026?

Perché è la decima edizione, e già questo basterebbe: non capita tutti i giorni di vedere una disperazione che invecchia così bene. Ma soprattutto perché il Festival è un’occasione per stare insieme intorno alle domande più urgenti del presente, senza perdere il piacere dell’intelligenza, della risata, dell’ascolto.

Dal 13 giugno al 25 luglio, Andria diventa un laboratorio sentimentale, culturale e ironico sul nostro tempo. Ci saranno libri, spettacoli, concerti, dialoghi, pensieri, catastrofi, madri, guerre, amori finiti male, intelligenze artificiali, padri da onorare e psicologhe da pagare. Insomma: tutto quello che serve per sentirsi vivi, anche quando sembriamo spacciati.

La disperazione, da soli, è un problema. Insieme, può diventare un Festival.

Come funziona la biglietteria del Festival?

Anche quest’anno abbiamo cercato di mantenere il Festival il più accessibile possibile. Molti appuntamenti sono a ingresso libero, perché per noi la cultura deve restare uno spazio aperto, attraversabile, non esclusivo. Per alcuni eventi è invece previsto un biglietto, in particolare per spettacoli, concerti e appuntamenti speciali che richiedono una diversa organizzazione produttiva.

Il consiglio è di consultare il programma completo sul sito ufficiale www.festivaldelladisperazione.it, dove per ogni appuntamento sono indicati orari, luoghi, modalità di accesso e informazioni sulla biglietteria. E, soprattutto, consigliamo di non aspettare l’ultimo momento: la disperazione è garantita, il posto a sedere no.


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Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.