«Le più belle storie cominciano sempre con un naufragio»

(Jack London)

Caro lettore, adorata lettrice,

a Leopardi, come è noto, era dolce naufragare nell’immensità: naufragare nel quotidiano può risultare più arduo. Quando la dimensione del sublime, del singolare, dell’eroico lascia lo spazio allo stillicidio di ogni istante, è ben più difficile navigare in mare aperto. Per di più, ad «ogni terrena voce», prima o poi, e magari in ripetute occasioni, tocca l’esperienza del naufragio «nel mistero delle proprie onde»: parola di Ungaretti, che di Allegria di naufragi era esperto.

Prima di lui, Victor Hugo chiosava: «Ci sono più cose naufragate in fondo a un’anima che in fondo al mare». Non è forse vero che ogni uomo, ogni donna sono enigma a se stessi? Lo gridava Emmanuel Mounier: «La persona è la protesta del mistero».

In effetti, chi di noi potrebbe dire di conoscersi? Chi potrebbe dire di conoscere fino in fondo le persone che più amiamo? La cosa curiosa è che a nessuno piace fare la parte del pivellino inesperto. Chi più, chi meno, preferiamo presentarci come gente “navigata”. Navigati in che cosa, di preciso, non si sa, anche perché dei nostri naufragi preferiamo tacere, con malcelato pudore, se non vergogna.

Il fatto è che il naufragio non è un incidente di percorso. È esso stesso parte del viaggio. Un evento preciso, definito, previsto, immancabile. Potremmo dire che, nella vita, non si arriva alla meta “nonostante” il naufragio, ma “attraverso” di esso. «Naufragium feci, bene navigavi», avrebbe affermato per primo un filosofo stoico, Zenone di Cizio. Tradotto: «Ho fatto naufragio, ho ben navigato». Un’affermazione paradossale, un ossimoro, che ben rende la contraddizione della vita. Di ogni vita.

Siamo marinai chiamati a traversate oceaniche e ci moviamo su zattere che la più piccola onda potrebbe affondare. Spesso ci mancano scialuppe di salvataggio, le stesse su cui Voltaire ci suggerisce di cantare, e pur ci si chiede di salvare la nostra e altrui esistenza. Non di rado, il cielo è coperto e tempestoso, non sempre abbiamo stelle a cui orientare il nostro viaggio e nessuno ci fornisce una bussola, ma non possiamo smettere di drizzare la prua.

Perché è attraverso il naufragio che si diventa marinai.

Nel suo De rerum natura Lucrezio scrive: «è dolce osservare da terra il travaglio di altri che si trovino in piena burrasca», ma il punto è che è molto più probabile che nella burrasca siamo coinvolti in prima persona e che la terra ci frani sotto i piedi. Il punto è che siamo capaci di naufragare «senza tempesta in un mare nel quale si tocca il fondo con i piedi» (Pessoa).

E tuttavia, Francesco nella Laudato si’: «Basta un uomo buono perché ci sia speranza!». Sì, quale che sia il nostro stato, esso non garantisce il diritto alla disperazione. È vita senza speranza, il vero ossimoro. Chi vive, spera. Questo, il Punto.

Anzi no, c’è dell’altro. Per non annegare, quel che conta non è saper nuotare: è voler respirare. E ancora: per imparare a nuotare, tocca abbandonarsi alle acque. Pare sia il sol modo per scoprire che siamo fatti per galleggiare: lo ha già dimostrato un certo Archimede

«E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare»
(Giuseppe Ungaretti)

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2 COMMENTI

  1. Bravissimo Paolo … articolo molto interessante!!! Come sempre i tuoi caffè della domenica sono piccole “ perle preziose “

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