
«L’invidia è il dolore per il bene altrui»
(Aristotele)
In risposta al Caffè di domenica scorsa una lettrice ha scritto così: «Grazie per le fiammelle dei tuoi caffè domenicali, mi chiedevo se potessi scrivere qualcosa sull’invidia: non quella che si prova per gli altri, ma quella che si subisce. Quando sono gli altri a soffrire del fatto che, non potendo essere meglio della persona invidiata, cercano di “ridimensionarla o abbassarla al di sotto di sé”, come si gestiscono quelle relazioni?»
Ecco. Forse bisogna partire proprio da qui: non da grandi sistemi morali, ma da una domanda concreta, quasi disarmata.
Perché, lo sappiamo, una cosa è riconoscere l’invidia dentro di noi. Un’altra è trovarsi addosso l’invidia degli altri. Qui, spesso, non siamo preparati.
Proviamo però a partire da uno scavo nella parola: invidia. Viene dal latino invidere: in + videre. Letteralmente: “guardare contro”, “guardare storto”, “guardare male”.
È impressionante, perché dice tutto.
L’invidia non nasce dalle cose.
Nasce da uno sguardo.
Perché non è il successo dell’altro che ferisce.
È il modo in cui lo guardiamo.
E quando questo sguardo si deforma, succede qualcosa di molto umano e molto antico: se non riesco a salire io, provo a far scendere te.
A quel punto, accade quello che racconta l’anonima e preziosa lettrice: si ridimensiona, si sminuisce, si commenta, si ironizza, si alza il sopracciglio. Non per capire. Per difendersi.
Perché, in fondo, l’invidia è sempre una crepa nella propria autostima, travestita da giudizio sull’altro.
Gli antichi Greci lo avevano capito benissimo. Avevano perfino dato un nome a questa forza: phthònos.
Non indicava solo l’invidia. Era qualcosa di più duro: la tendenza a limitare, abbassare, negare il bene dell’altro. E, paradossalmente, attribuivano questo sentimento perfino agli dèi. Sì, gli dèi – raccontano i miti – non sopportano che un uomo diventi troppo luminoso, troppo felice, troppo riuscito.
E allora intervengono.
Non perché siano cattivi.
Ma perché ciò che eccede misura… dà fastidio. Vedi Prometeo.
Qui il mito si fa tremendamente umano. Perché anche tra noi si ripete il medesimo fenomeno: la felicità altrui, quando è davanti ai nostri occhi, può diventare uno specchio scomodo.
Perciò, invece di guardarsi dentro, si guarda contro.
Lo spiega in modo tanto semplice quanto geniale un frammento attribuito a Saffo:
«Quale dolce mela che su alto
ramo rosseggia, alta sul più alto;
la dimenticarono i coglitori;
no, non fu dimenticata: invano
tentarono di raggiungerla».
Ovvero: il frutto non è stato raccolto non perché fosse brutto, ma perché troppo in alto. E dunque ci si rifugia nella scappatoia, si sentenzia: non è buono, non è che non ci arrivo.
È una fotografia perfetta dell’invidia. Tra l’altro, ci spiega che non sempre chi disprezza, disprezza davvero. A volte sta solo confessando, senza volerlo, che non arriva a quella altezza. E così l’invidia diventa linguaggio indiretto, critica travestita, giudizio che parla più di chi guarda che di chi è guardato.
E quindi che si fa? Torniamo alla domanda: «Come ci si difende dall’invidia altrui?» Forse la risposta non è nel difendersi. O meglio: non nel senso che immaginiamo.
Perché l’invidia, quando arriva, fa male.
Ti spiazza.
Ti fa venire voglia di spiegarti, di giustificarti, di abbassarti per non disturbare.
E invece no.
L’invidia altrui non si gestisce riducendosi.
Si gestisce non permettendole di cambiare il proprio sguardo su noi stessi.
Perché il rischio vero non è essere invidiati.
È cominciare a guardarsi con gli occhi di chi invidia.
A quel punto sì che perdiamo tutto.
Mi piacerebbe anche poter indicare un’alternativa, una strada che mi pare più bella. Torna di nuovo l’etimologia ad aiutarci. Se invidia è in-videre, “vedere contro”, esiste un altro verbo – più discreto, meno rumoroso – che indica una strada diversa: condividere.
Viene da cum + dividere: dividere con, mettere in comune, partecipare insieme.
Condividere non è togliere a me per te.
È aprire me a te e te al noi.
Non è ridurre l’altro per stare meglio.
È entrare nella sua esperienza per diventare più grandi.
Non è guardare storto.
È guardare insieme.
Sai che ti dico? Storpiamola l’etimologia, eliminiamo il “di”. Il verbo scriviamolo così: con(di)videre. Diventa: vedere insieme, con(di)vedere. Il vero antidoto all’invidia. Ed è una meraviglia!
Perché, se non possiamo evitare che qualcuno ci guardi contro, possiamo scegliere come e con chi guardare noi. Ad esempio, insieme. Riconoscendo che il bene dell’altro non è una minaccia, ma una possibilità.
E forse è proprio lì che sperimentiamo qualcosa di inatteso. Perché mentre l’invidia restringe e isola, la condivisione allarga, respira, e crea legami.
E – cosa non secondaria – mentre l’invidia non rende mai felici, il condividere, invece, sì.
Seneca: «Giammai sarai felice finché ti tormenterai perché un altro è più felice».
William Arthur Ward: «Benedetto colui che ha imparato ad ammirare, ma non a invidiare, a seguire ma non a imitare, a lodare ma non a lusingare, a condurre ma non a manipolare».
Tagore: «Il fiore si nasconde nell’erba, ma il vento sparge il suo profumo».



























