
Prima o poi l’abbiamo sperimentato tutti, l’Amore arriva come un ospite inatteso: non bussa, non si presenta, semplicemente entra. E quando irrompe, sposta sedie, accende luci, apre finestre che non sapevamo nemmeno di avere. È così: l’Amore non chiede permesso, ma chiede tutto. E ciò che ci chiede — dolce o amaro che sia — ci cambia per sempre.
È con questo spirito che mi sono trovato a un tavolino del “Pedrocchi” di Padova, con quattro compagni di viaggio improbabili e preziosi: Cesare Pavese, Marina Cvetaeva, Hermann Hesse e Konstantinos Kavafis. Le loro parole sono come diverse stagioni dello stesso sentire.
Caffeinomane:
È curioso, sapete? L’Amore sembra sempre una casa senza porte: ci entriamo perché qualcuno ci chiama, ma non sappiamo mai se ci sarà un’uscita… o se, una volta dentro, avremo davvero voglia di uscire. Eppure, resta il luogo dove ci scopriamo più vivi.
Pavese (sorseggia appena, come se avesse già detto tutto):
L’Amore è una trappola dolcissima. Non chi dà ma chi esige è amato — lo scrissi una volta. E lo credo ancora: chi ama dà, e nel dare si consegna.
È il dare che ci rende schiavi felici: il dare è un vizio, una necessità.
Quello a cui diamo diventa il nostro bisogno.
E non importa se tornerà; ciò che importa è che a un certo punto è esistito per noi.
Caffeinomane:
Dunque siamo prigionieri del dono?
Pavese:
No. Siamo liberi soltanto finché non iniziamo ad amare.
Poi, finalmente, diventiamo Qualcuno.
Cvetaeva (appoggia la tazzina come fosse troppo leggera e avesse paura di incrinarla):
Io, invece, so che l’Amore ci chiama là dove qualcuno ha bisogno di noi “come aria”.
È lì che scopriamo la nostra necessità: non perché siamo speciali, ma perché qualcuno non può respirare senza di noi.
L’Amore è un’urgenza reciproca: io accorro sempre, al primo richiamo.
Caffeinomane:
Ma non è pericoloso vivere così, Marina?
Essere necessari può incendiare, ma anche consumare…
Cvetaeva (sorride, ferita e fiera):
Lo so bene.
Ma il bisogno dell’altro — nero, mortale — è ciò che ci fa restare.
Essere necessari è l’unica eternità concessa ai noi creature.
Hesse (seduto come chi è stanco per aver molto camminato):
L’Amore… ah, l’Amore è giovinezza che non appassisce mai del tutto.
Ho conosciuto molte donne, molte ne ho amate — e a molte ho fatto male.
Eppure, ognuna è entrata nel mio giardino di sogni.
Alcune vi sono rimaste come fiori eterni, altre come spine luminose.
L’Amore è questo: un profumo che resta addosso anche quando il fiore non c’è più.
Un’eco che continua a cantare.
Caffeinomane:
Quindi non perdiamo mai davvero chi abbiamo amato?
Hesse:
Lo perdiamo nella vita, ma non nei sogni.
E nei sogni — te lo assicuro — viviamo più intensamente che nella veglia.
Kavafis (guarda fuori dalla finestra, come da un balcone d’albergo ad Alessandria d’Egitto):
Io non credo all’eternità dell’Amore.
Credo alla sua intensità.
Certe vite belle durano poco, ma come bruciano!
A volte basta una lettera riletta alla luce che muore per far risorgere tutto: i corpi, i letti strani, la giovinezza che divampava senza pudore.
L’Amore è un lampo che lascia una lunga scia.
È breve, sì, ma il bagliore resta negli occhi.
Caffeinomane:
Dunque l’Amore è ciò che rimane quando tutto finisce?
Kavafis:
È ciò che ritorna quando non lo chiami più.
Caffeinomane (riempie le tazzine, come per prolungare l’incanto):
E io cosa dovrei dire ai miei lettori, allora? Che l’Amore è eterno come un giardino di Hesse, necessario come l’aria di Cvetaeva, doloroso come il dare di Pavese, e fugace come una notte di Kavafis?
Pavese:
Di’ che l’Amore è ciò che ci rende vivi proprio quando crediamo di non esserlo più.
Cvetaeva:
Di’ che siamo eterni solo quando qualcuno ha bisogno di noi.
Hesse:
Di’ che ogni fiore donato all’anima è immortale.
Kavafis:
Di’ che una vita breve può essere bellissima.
Caffeinomane (chiude il taccuino):
Allora scriverò questo: che l’Amore è l’unica cosa di cui non possiamo fare a meno, anche quando fa male.
L’Amore non è né eterno né fugace: è ciò che ci cambia mentre lo viviamo.
L’Amore non lo trattieni: ti attraversa, ti smuove, ti segna e insegna.
E quando se ne va — perché a volte se ne va — lascia comunque qualcosa di prezioso: la certezza che, almeno una volta, abbiamo davvero vissuto.
























