«Ama e fa’ ciò che vuoi»

(Agostino di Ippona)

«È curioso: truth significa “verità”, ma si pronuncia truff e questo mi fa pensare a “truffa”»: l’ho scritto in una chat con alcune mie prof di inglese e, come spesso mi accade, sono partito per la tangente.

Ho pensato: ma è proprio vero! Ci fissiamo con la verità. Pretendiamo di possederla fino in fondo, avvertiamo il dovere di dirla tutta a chi da noi se l’aspetta. Eppure, “che cos’è la verità?”, domandava Ponzio Pilato.

Non voglio portarla troppo per le lunghe. Mi è già capitato di scrivere che la logica aristotelica, con il suo principio di identità e non contraddizione, qualche volta ci ha ingannati. O, per restare al gioco iniziale, ci ha persino “truffati”.

Perché la vita non sta sempre dentro gli aut aut.

Non è sempre o bianco o nero. O carne o pesce. O vero o falso.

Ci sono le sfumature. E gli infiniti colori che stanno in mezzo.

Ci sono sapori che si mescolano: dal dolce al salato, dall’agrodolce all’amaro.

E ci sono verità che sembrano contraddirsi e tuttavia convivono. Verità che non possiamo possedere interamente. Verità che, se proclamate senza discernimento, rischiano persino di ferire chi vorrebbe accoglierle. E finiscono per distruggere invece che costruire. Non a caso un motto gesuita recita: non tutto a tutti e subito.

Mi torna in mente Paolo di Tarso. Nella Lettera agli Efesini scrive che occorre vivere la verità nella carità. La traduzione è corretta, ma non rende tutta la forza dell’originale. Il verbo greco è alethéuein. Non significa semplicemente “dire la verità”. Nemmeno “fare la verità”. Potremmo tradurlo con: essere veri.

Con una precisazione decisiva: nella carità. Come a dire: non si è veramente veri se non si ama. Qui e ora.

E, a questo punto, apriti cielo!

Che significa affermare che non esiste verità senza amore? Forse che una realtà smette di essere vera se è vissuta o pronunciata senza amore? Risponde Paolo, quello di Tarso, ma forse anche quello che sta scrivendo queste righe: in un certo senso, sì.

Una verità senza amore rischia di non essere più verità. Rischia di trasformarsi in un’arma. Può essere usata per giudicare, ferire, umiliare. Persino per annientare. Per rinnegare e rifiutare. In questo caso la truth diventa davvero una truff. Una truffa. Per questo è importante scegliere le parole, con se stessi, non solo con gli altri: sia per le parole da dire che per quelle da omettere. Prima che sia troppo tardi.

Punti di vista, naturalmente.

Come quelli suggeriti da un altro calembour nato nella medesima chat con le mie prof. La parola questa volta è right. In inglese significa “destra”, ma anche “diritto”, “giusto”, “corretto” e “destro”.

E di nuovo il gioco si complica. Perché dallo “svoltare a destra” si può passare al “rivendicare un diritto”. Ma si può anche arrivare a essere una persona “destra”: abile, accorta, capace. O magari un tipo un po’ “troppo destro”, un furbacchione, che sa sempre come cavarsela. Come ingannare, ma anche ingannarsi.

Avevo già scritto queste parole, quando, in una pizzeria di Noci, ho scattato la foto che accompagna questo caffè. Leggere per credere: «u Dritt: uomo che si riteneva più bravo degli altri facendo anche il furbo». Un po’ come il polytrophon Ulisse.

Insomma, le parole somigliano alle persone: credi di averle capite e invece ti costringono a cambiare strada. Ti interpellano. Diventano un “tu” esigente.

Io, intanto, temo di essermi impelagato in modo piuttosto mal-destro.

Provo a cavarmela affidandoti tre parole: una sull’amore, una ancora sulla verità e l’ultima sulla cura (cura che è come dire: la “verità nei fatti” e non solo a parole…). Le prendo in prestito da tre compagni di viaggio molto più autorevoli di me. E qui mi fermo. Tu, se vuoi, pensaci. Oppure lascia perdere. Tanto è solo un gioco. Forse.

Vittorio Messori, parafrasando Simone Weil: «Nessuno ha amore più grande di colui che sa rispettare la libertà dell’altro».

Fernando Pessoa: «Non so chi sono, che anima ho. Quando parlo con sincerità non so con quale sincerità parlo».

Don Lorenzo Milani: «I care».


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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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