«Fate ciò che potete, con ciò che avete, dove siete»

(Theodore Roosevelt)

Domenica scorsa correvo lungo la riviera di Ostuni, la terra delle mie radici e dei miei flutti.

A un certo punto mi sono ritrovato a costeggiare un campo da tennis dove, quasi quarant’anni fa, ho vissuto epiche sfide con il mio zietto preferito (siamo sinceri: chi non ha uno zietto del cuore?).

Lui, all’epoca, aveva 39 anni e a me sembrava già grande. Io oggi ne ho 59 e mi sento ancora, almeno dentro, un ragazzino. Ma questo è un altro discorso. Magari un giorno ci torneremo.

Ripensando a quelle partite, mi sono ricordato della meraviglia con cui zio Peppino commentava le mie vittorie. Ebbene sì: in genere vincevo io. Tecnicamente ero più scarso di lui, questo è certo, ma, oltre a essere più giovane, avevo una grinta tale da non arrendermi mai e da lottare su ogni palla. Insomma, alla fine la spuntavo.

La meraviglia di mio zio, però, nasceva soprattutto da un’altra ragione e, segnatamente, dalla mia, chiamiamola così, “racchetta da tennis”. Lui ne aveva una supertecnica e all’avanguardia. La mia, invece, proveniva da tutt’altra storia: l’avevo recuperata nel ripostiglio di casa e risaliva ai tempi in cui mio padre, da ragazzo, era emigrato in Germania. Ebbene quella racchetta, complice l’umidità e il tempo, si era completamente storta.

Proprio così: l’arco superiore, in legno, si era deformato in una doppia curva a S che neppure nel circuito di Monza sarebbero riusciti a disegnare meglio. In altre parole, una racchetta da buttare. Quasi inservibile. Quasi.

Quando mi sono tornate in mente queste immagini, sono emerse dentro di me due considerazioni, entrambe rivolte a mio padre.

La prima, ingenerosa. Sono stato spesso troppo ingeneroso con mio padre. Oggi me ne pento, ma confido che lui mi abbia perdonato e che, in qualche modo, ora “mi sappia”.

Eppure il pensiero che mi ha attraversato domenica scorsa è stato questo: ma che razza di padre lascia giocare il figlio con una racchetta così? Va bene, non eravamo ricchi, ma ci voleva tanto a comprarmene una economica, pur di rendermi infinitamente felice?

La seconda considerazione è invece profondamente grata.

Papà non mi ha comprato una racchetta nuova, è vero. Però mi ha consegnato almeno due insegnamenti che porto ancora con me.

Il primo: non vergognarti mai della tua racchetta. Non vergognarti mai di quello che sei.

Il secondo: anche con una racchetta storta puoi vincere, se ci metti tutto te stesso. Dovrai sputare l’anima. Dovrai sudare il doppio. E vi assicuro che io sudo parecchio. Ma alla fine porterai a casa la vittoria. E forse quella vittoria avrà perfino un sapore più dolce. Ti renderà davvero felice.

A questo punto, ognuno si senta libero di trarre le proprie conclusioni.

O le sue ripartenze.

Jean-Paul Sartre: «Ciò che conta non è ciò che è stato fatto di noi, ma ciò che noi facciamo di ciò che è stato fatto di noi».

Paulo Freire: «Nessuno educa nessuno, nessuno si educa da solo: gli uomini si educano insieme, attraverso il mondo».

Viktor Frankl: «Quando non siamo più in grado di cambiare una situazione, siamo sfidati a cambiare noi stessi».


FonteImmagine generata con AI
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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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