«Considerate la vostra semenza: 
fatti non foste a viver come bruti, 
ma per seguir virtute e canoscenza»

(Inferno, XXVI, vv.118-120)

Canto ventiseiesimo, il canto di Ulisse: proprio così, non lo conosciamo in altro modo. Come per Paolo e Francesca, non siamo più all’inferno. Lì, nel Quinto, c’era la celebrazione dell’Amor ch’a nullo amato amar perdona, qui, c’è il trionfo della sete, che è sete di conoscenza.

Sì è vero, siamo nell’ottava bolgia dell’ottavo cerchio, dove, in lingue di fuoco, vengono puniti i consiglieri fraudolenti, ma nessuno se ne ricorda: perché l’Ulisse di Dante non è il mero polytrophon (“versatile”, ma anche “dalle mille facce”…) di Omero, che viaggia dal noto all’ignoto in una eterna altalena che lo condurrà, una volta a casa, a far strage di Proci; e non è neppure il disorientato ondivago di Joyce, allegoria profetica dell’uomo contemporaneo; casomai, è il coraggioso eroe di Saba che, pur anziano, sfida le acque più perigliose, quelle che gli altri non osano, ma Nessuno

«Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore».

E, di grazia, non venite a volermi confondere con commenti bigotti che accomunano tanto gli ultraortodossi quanto gli ultralaici: che il “volo” di Ulisse sia stigmatizzato come “folle” (v.125) e finisca in un naufragio, non sposta di una virgola la nostra ammirazione per lui. Non sposta di una virgola l’ammirazione che Dante ha per il suo Ulisse e che trasuda ad ogni terzina. Anche un cieco sarebbe in grado di vedere che, in realtà, Dante è Ulisse e Ulisse è ciascuno di noi. Lo è, lo siamo, nella misura in cui siamo divorati dalla brama di sfidare ciascuno le proprie Colonne d’Ercole.

Ce l’ha insegnato anche Leopardi: si ha una sete infinita di piacere, alla pecora sola basta il suo pascolo. Qui diciamo: si ha una sete infinita di conoscere, siamo fatti di sete, siamo polvere di stelle, intrecciati di desiderio, de-sideribus, dalle stelle…

Solo l’Infinito ci acquieta, quale che sia il modo che ognuno di noi ha di concepirlo. Solo il desiderio di conoscere è degno dell’uomo e della donna. Misero colui che si sente “arrivato”. Beato colui che si sente così povero da mendicare conoscenza.

Kahlil Gibran: «Quando avrai raggiunto la tua altezza, ancora proverai desiderio del desiderio; e avrai fame della fame, e avrai sete di una sete più grande».

Lev Tolstoj: «Per vivere con onore bisogna struggersi, turbarsi, battersi, sbagliare, ricominciare da capo e buttare via tutto, e di nuovo ricominciare e lottare e perdere eternamente. La calma è la vigliaccheria dell’anima».

Primo Levi: «Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario».


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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba.Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...