«Non sien le genti, ancor, troppo sicure 
a giudicar, sì come quei che stima 
le biade in campo pria che sien mature»

(Paradiso XIII, vv.130-132)

Il canto tredicesimo del Paradiso contiene una lunga parentesi didascalica. In apertura, una ricca similitudine paragona due corone concentriche di beati, che cantano e danzano ruotando in senso opposto, a due cerchi di dodici stelle l’una, costituiti dalle quindici stelle più luminose in cielo più le sette dell’Orsa Maggiore e le due dell’Orsa Minore.

Quindi, riprende la parola san Tommaso, che già nel canto undicesimo aveva chiarito un primo dubbio di Dante, legato al verso u’ ben s’impingua se non si vaneggia (Paradiso X, v.96). Nel medesimo contesto, riferendosi al re Salomone, ancora Tommaso aveva dichiarato che Dio ha posto in lui una sapienza tale che a veder tanto non surse il secondo  (Paradiso X, v.114) e Dante tacitamente si interroga su come possa Salomone aver più sapienza d’Adamo, creato dalla stessa mano di Dio, e soprattutto di Gesù Cristo, il Verbo incarnato.

Tommaso, che indovina il suo esitare, si profonde in una lunga lezione di teologia dommatica e alla fine conclude: Dante non ha torto e lui, il Dottore Angelico, non ha detto il falso; solo, la sua affermazione riguarda la sapienza da Salomone invocata per adempiere al proprio ministero di re, non già per discettare di filosofia o teologia. Salomone sarà stato pure un uomo fallibile ed esposto ad errore, celebre peraltro per il suo peccato di lussuria senile – e di ciò si fa velatamente cenno in Paradiso X, vv.109-111 – ma la sua richiesta di ottenere la sapienza nell’esercizio del suo ufficio regale è stata esaudita: Ecco, ti concedo un cuore saggio e intelligente: come te non ci fu alcuno prima di te né sorgerà dopo di te (1Re 3,12).

Fin qui il succo narrativo di questo canto. Seguono i versi che mi sono stampati nel cuore sin dalla prima lettura:

«Non sien le genti, ancor, troppo sicure
a giudicar, sì come quei che stima
le biade in campo pria che sien mature»

(Paradiso XIII, vv.130-132)

E poco più avanti:

«Non creda donna Berta e ser Martino,
per vedere un furare, altro offerere,
vederli dentro al consiglio divino;
ché quel può surgere, e quel può cadere»

(Paradiso XIII, vv.145-148).

In parafrasi riassuntiva: non si abbia fretta di giudicare dalle apparenze, nessuno saprà come sarà il raccolto prima che sia maturo e se qualcuno pensa di poter condannare chi ruba ed esaltare chi fa un’offerta, sappia che il giudizio divino è imperscrutabile tanto che può cadere chi sta in alto e risorgere chi sta in basso.

Una precisazione: “donna Berta” e “ser Martino” equivalgono ai nostri “Tizio” e “Caio” ma preceduti dai titoli canzonatori donna (signora) e ser (signore). Detto ciò, non tiro le conclusioni per te che leggi, ma confesso che queste parole mi infondono leggerezza nel cuore.

Mi danno speranza e libertà.

Non è solo questione di ribadire l’importanza di giudicare l’albero dai frutti e non i frutti dall’albero, come spesso accade in tante umane troppo umane consorterie: sei dei nostri, dunque i tuoi frutti sono buoni; militi con altri, allora i tuoi frutti sono pessimi.

È anche il ribadire che c’è speranza per tutti, fino alla fine e oltre la fine: come per Manfredi, accolto da braccia larghe di misericordia, ben più capaci della micropsichia di tante dottrine e dottrinari.

Caro lettore, adorata lettrice, io non lo so se esiste veramente Iddio. Lo spero: e provo ogni giorno a crederci mio malgrado. Ma mi piace confidare che, se proprio esiste, sia un Dio così, con cuore di padre e madre, che aspetta tutti sulla soglia, fino all’ultimo, senza mai chiudere la porta, pronto a correre incontro a chiunque abbia nostalgia di Casa.

Al di là dei nostri giudizi e pregiudizi. Ben oltre le apparenze su cui troppo spesso, e frettolosamente, assolviamo i nostri amici e condanniamo i nostri avversari.

Il grano maturerà nel tempo giusto e il pruno, secco durante l’inverno, tornerà a fiorire con boccioli di rosa.

Albert Camus: «Bisogna adoperare i propri principi nelle grandi cose, nelle piccole basta la misericordia».

Nadia Toffa: «Ho sempre pensato che la vita fosse disporre sul tavolo, nel miglior modo possibile, le carte che ti sei trovato in mano. Invece all’improvviso ne arriva una che spariglia tutte le altre, e la vita è proprio come ti giochi quell’ultima carta».

Giovanni Crisostomo: «Anche se ci troviamo al vertice della virtù, è per misericordia che saremo salvati».


FontePhotocredits: pixabay.com liberamente modificata da Eich
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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba.Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

1 COMMENTO

  1. Ben detto non giudicare prima del tempo e non a seconda del gruppo ddi appartenenza e aggiungo, non per sentito dire.. Sagge
    e profonde riflessioni!!!

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